Il nuovo Orient Express La Minerva è un omaggio a Roma meta di tutti i viaggiatori del mondo e della storia

Dall’approdo ottocentesco di Stendhal e Melville alla rinascita firmata dal designer Hugo Toro. L’Orient Express La Minerva non è un hotel, ma un dispositivo di memoria tra miti ed epoche romane, per un Grand Tour contemporaneo.

di Studio
20 Marzo 2026

C’è un’immagine de Le passeggiate romane in cui Stendhal descrive Roma non come una città, ma come un’emozione stratificata, un luogo dove la bellezza non si concede allo sguardo con facilità, ma richiede una forma di abbandono. Non è un caso che Henri-Beyle avesse scelto come sua dimora elettiva l’antico palazzo seicentesco a ridosso del Pantheon, quel luogo che per secoli è stato l’approdo dei viaggiatori del Grand Tour. Oggi, quella struttura rinasce come Orient Express La Minerva. L’intervento di Hugo Toro evita il minimalismo di maniera, preferendo una narrazione materica densa: lo spazio non è una scenografia passiva, ma il perimetro di un rito antico. Entrare nella hall significa abitare un giardino d’inverno osservati dalla dea Minerva di Rinaldo Rinaldi, in un equilibrio tra il marmo statico e la luce zenitale che piove dal lucernaio.

Materia e memoria: la camera come abitacolo

L’estetica ferroviaria dell’Orient Express non è qui citazionismo, ma un’evocazione sensoriale. I legni scuri, la rifrangenza degli specchi anticati e la densità dei tessuti richiamano il rigore delle carrozze letto storiche. Le camere sono concepite come bauli tecnici: backgammon in legno, cristalli e cuoio definiscono uno spazio dedicato all’ozio. Dalla Stendhal Suite, la mole del Pantheon appare così prossima da farsi estensione dell’arredo interno; un urto visivo che culmina nel rooftop, dove il profilo di Roma – dalla cupola di San Pietro all’Altare della Patria – si manifesta come realtà fattuale, una città che si lascia toccare senza filtri scenografici.

La misura del riposo: volumi e stratificazioni

L’ospitalità dell’Orient Express La Minerva si sviluppa su una metratura che sfida le consuetudini del centro storico romano. Delle novantatré chiavi totali, ben trentasei sono suite, con dimensioni che variano dai 25 ai 235 metri quadrati. Non si tratta di una semplice esibizione di spazio, ma di un recupero dei volumi nobili del palazzo, dove le altezze vertiginose dei soffitti e la disposizione delle stanze assecondano la pianta originaria del Seicento. Un dettaglio ricorrente, quasi un’ossessione materica di Hugo Toro, è la presenza nelle camere di fontane in miniatura ispirate alle conche del Tritone: un richiamo tattile all’elemento acquatico che attraversa Roma e che qui diventa un dispositivo sonoro privato, capace di isolare l’ospite dal ronzio della piazza sottostante. Tra i corridoi, la distribuzione degli spazi ricorda la compartimentazione delle antiche residenze cardinalizie, dove l’intimità non è data dalla chiusura, ma dalla successione di ambienti. Questo rigore architettonico si sposa con l’aneddoto storico: il palazzo non è solo un contenitore di memorie ottocentesche, ma un organismo che ha ospitato, oltre a Melville e Stendhal, la complessa diplomazia vaticana, lasciando in eredità una struttura fatta di passaggi silenziosi e proporzioni che impongono un ritmo lento, opposto alla frenesia del turismo contemporaneo.

Il dialogo tra Roma e Bisanzio

Se le stanze raccontano il transito fisico, la spa descrive un percorso di trasformazione. Toro ha sintetizzato le due grandi tradizioni termali, quella romana e quella ottomana, ricalcando la rotta storica dell’Orient Express: da Parigi a Costantinopoli. Lo spazio si articola tra travertino marrone, marmi rossi e rovere, seguendo la sequenza del rituale antico: Tepidarium, Calidarium e il bagno finale nel Frigidarium. Al centro, un hammam in marmo circondato da fontane ispirate alle conche del Tritone. I trattamenti, basati sull’agricoltura rigenerativa e botaniche selvatiche, non sono massaggi, ma sequenze sensoriali: pediluvi alla rosa, esfoliazioni con guanto kessa e impacchi di argilla. È la funzione elementare dell’acqua che, da Bisanzio a Istanbul, definisce la cura del corpo.

La permanenza del centro

In un’epoca di ospitalità seriale, La Minerva rivendica il valore del patrimonio e della saggezza artigiana. Inaugurato nell’aprile 2025, il progetto anticipa le aperture di Venezia e il varo del veliero Corinthian, ma a Roma trova la sua dimensione più pura: quella del ritorno. Perché, come scriveva Melville – altro ospite di queste mura – ogni viaggio degno di questo nome è un ritorno verso un centro. Tra la polvere del marmo e il silenzio tattile della divinità scultorea, il cuore di Roma ha trovato un nuovo, consapevole custode.

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