«Le donne sono metà della popolazione. E invecchiamo. Allora dove sono le storie su di noi?», ha commentato l'attrice Emma Thompson.
Saper fare spazio, grattare via il superfluo finché non resta altro che lo scheletro della traccia. E ancora: una cassa dritta, un loop ossessivo, un nastro magnetico consumato dal tempo. Tutta l’estetica di okgiorgio si fonda su questa forma di purismo analogico, un minimalismo viscerale che rifiuta artificiosità per ritrovare l’anima primordiale del clubbing.
Per Giorgio Poti, in arte okgiorgio, quel momento è coinciso con la saturazione e la riscoperta di un hard disk abbandonato nel 2023. Dopo anni passati a vivere nel silenzio degli studi di registrazione «per portare al massimo il talento degli altri», ha sentito il bisogno di sottrarre, di azzerare, di far ballare. Cresciuto con pane e chitarra per fuggire dai campi di calcio, okgiorgio non è e non vuole definirsi il classico dj da festival. Preferisce la denominazione di performer, di artigiano analogico che abita una zona grigia tra il concerto live e il clubbing, dove i vecchi mixer anni ’80 e i registratori a nastro vengono deliberatamente spinti fino al punto di rottura per estrarne un suono ossessivo, sporco, profondamente influenzato dalle UK vibes. Dallo sblocco mentale del suo KO Mixtape, nato da sessioni creative senza sosta e dj set maratona da cinque ore, fino al coraggioso, nostalgico e – ammette – autorizzato remix di Dettagli di Ornella Vanoni, il suo percorso è in costante crescita con una minuziosa dose di imprevedibilità.
Che si tratti di domare l’acustica impossibile di una venue monumentale come la Nuvola di Roma o di pianificare un intero album da comporre, registrare ed esibirsi dal vivo (senza l’ombra di un singolo anticipatorio), l’obiettivo resta lo stesso: fare la cosa più umana e originale possibile. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si trasforma un sogno elettronico in un happening live, e perché l’ossessione per l’autenticità è l’unica bussola che conta davvero.
ⓢ Partiamo dall’inizio, dal nome. Da dove spunta “okgiorgio”?
È nato in modo molto umile, quasi per gioco. Era un classico joke tra amici, una risposta ironica sul fatto di sapere già che mi chiamassi Giorgio. Da lì è rimasto. Mi piace che il mio nome d’arte inclusa il mio nome reale, è un atto umile.
ⓢ Nei tuoi appunti si legge che le cose potevano andare diversamente… Stavi per diventare un calciatore?
[Ride, ndr] Diciamo che c’è stato un momento di bivio: non volevo assolutamente giocare a calcio. Così ho preso in mano la chitarra, ho girato mille band e alla fine ho intrapreso la strada solista.
ⓢ Per molto tempo hai vissuto in studio producendo per terzi. Cosa ti ha spinto a metterti in gioco in prima persona?
Amo produrre gli altri, mi piaceva l’idea di vivere in studio per portare al massimo la musica degli altri artisti. Poi, però, è subentrato un bisogno viscerale di lavorare su me stesso. È stata una specie di autoanalisi. Avevo bisogno di cassa dritta, ritmo, e di vedere la gente ballare tutta insieme. Nel 2023 avevo l’hard disk pieno di brani: erano intuizioni e campionature prese dall’esterno, da voci di amici tagliate e riprodotte in loop fino a scomporle. Erano veri e propri esperimenti.
ⓢ Ti definisci un DJ?
Non mi sento affatto un DJ classico. Il mio percorso e il mio approccio sul palco sono diversi. Mi vedo molto più come un produttore e un performer, e credo che la mia dimensione ideale si collochi proprio in una specie di “zona grigia”: uno spazio ibrido che sta esattamente a metà tra la struttura e l’impatto di un concerto live e l’energia puramente fisica del ballo in un club.
ⓢ Il tuo suono ha forti UK vibes. Come si sviluppa il tuo processo creativo in studio?
Passo tantissimo tempo in studio anche solo a suonare, senza un obiettivo preciso. Amo la strumentazione vintage: mixer degli anni ’80, sintetizzatori, registratori a nastro. Il mio gioco preferito è portare queste macchine al limite, stressarle per vedere fino a quando si rompono. C’è un’idea fissa che torna in modo ossessivo nei miei pezzi. Poi, però, lavoro di sottrazione, faccio una forte autocensura, tolgo elementi per arrivare all’essenziale.
ⓢ Parliamo di “Dettagli”, il capolavoro di Ornella Vanoni del 1973. Come sei riuscito a metterci le mani sopra?
È stata un’opportunità pazzesca. Sono un grande fan della Vanoni e avevo proprio la volontà di suonare con lei, di creare connessioni diverse. Ho preso il suo vocal e ho creato una versione molto nostalgica, ma estremamente rispettosa. L’ho suonata nei miei set per due anni senza poterla pubblicare perché non avevo i permessi, poi finalmente lei l’ha ascoltata e l’ha approvata.
ⓢ Nel 2025 c’è stato un glitch evidentissimo, fai uscire KO Mixtape. Di cosa si tratta?
È stato una specie di “scusa mentale”. Una liberazione totale che mi ha permesso di produrre musica senza sosta, di getto, sfogando tutto anche attraverso dj set lunghissimi, da cinque ore l’uno. Volevo togliere ogni tipo di sovrastruttura o di calcolo. Nel club le reazioni sono immediate e un set così lungo ti costringe a essere totalmente sincero con te stesso e con chi hai davanti: non puoi barare per cinque ore di fila.
ⓢ Chi viene a un tuo live spesso descrive un’atmosfera imprevedibile: c’è un momento fortemente liberatorio, dominato dall’improvvisazione, in cui si ha la netta sensazione che «non si sa mai davvero cosa stia per accadere a un concerto di okgiorgio». È una dinamica che ricerchi attivamente? La rivendichi?
Sì, ed è in assoluto la parte che preferisco dei live. È il momento in cui mi connetto davvero con chi ho davanti. Io non canto sul palco, quindi per me la chiave è un’altra: voglio solo vederli ballare.
ⓢ Dal backstage di festival come lo Spring Attitude a Roma nel contesto della Nuvola, come vivi l’impatto con il pubblico? Hai un rituale che vuoi confessare?
Non sono scaramantico, direi che il dj set è il mio rituale. Spesso vai a suonare in venue molto alte, spazi enormi dove la musica rimbomba un sacco. Lì devi saper reagire al posto e interagire con i tecnicismi della stanza. Diventa una sfida di improvvisazione, devi affrontare il problema sia a livello estetico che tecnico.
ⓢ Gira voce che per il nuovo disco, in uscita a giugno, tu stia preparando un concept rivoluzionario. Ce lo spieghi?
L’idea è quella di fare un disco che venga scritto live, registrato live e performato live, portando questo esperimento direttamente in giro con il tour. Sarà un vero e proprio “concept live”, un sogno da raccontare. Nei sogni non hai parole definite, hai solo concetti, giri di accordi. Sul palco, durante i concerti, saremo io, dei batteristi e un mio amico: comporremo tutto dal vivo, registrando, campionando e creando loop che diventano quasi un mantra.
ⓢ Quindi niente singoli ad anticiparlo? Mi sembra un simil happening.
Esatto, zero singoli. Sarà un’unica performance per ogni live, nel mondo della musica elettronica voglio provare a fare la cosa più “live” e umana possibile.
ⓢ Per chiudere: un consiglio per le nuove generazioni di produttori e musicisti?
Tentare sempre di essere originali. E, soprattutto, farsi una domanda fondamentale: “Per chi lo stai facendo?”.
