Il successo della serie Hbo non viene dal nulla. Sono decenni che questo genere di storie romantiche ed erotiche riscuotono un successo sempre maggiore, dal Giappone agli Stati Uniti, dalle vecchie riviste ai siti di fanfiction.
C’è una scena, nel terzo episodio della nuova serie di Prime Video tratta dalla saga di Elle Kennedy, che ha monopolizzato i social a poche ore dal lancio. Hannah, la protagonista, si sta cambiando e Garrett, il capitano della squadra di hockey della Briar University (il suo interesse romantico), è nella stanza. È girato di spalle e lei commenta, con una certa ironia, che di lì a poco la vedrà nuda. E lui risponde: «Sì, ma quando me lo dirai tu». È una scena di una manciata di secondi, eppure la dice lunga sul perché Off Campus stia funzionando così bene da raggiungere trentasei milioni di spettatori nei primi dodici giorni e, soprattutto, su chi la stia guardando.
La fine (televisiva) della fantasia romantica col maschio tormentato, e tossico
Prima di capire cosa rappresentano Garrett Graham e l’intera squadra di hockey della Briar University, vale la pena ricordare chi li ha preceduti. Per circa vent’anni, la narrativa pop rivolta a un pubblico femminile era incentrata su un tipo ben preciso, codificato negli ultimi anni attraverso lo slang della Gen Z con un nome preciso: il malessere. Il ragazzo bello, problematico e tormentato, certamente imprevedibile. Quello che ti tratta male, poi bene, poi malissimo, e il cui comportamento oscillante viene raccontato come desiderio, profondità psicologica e prova di un legame speciale che va oltre ciò che spaventa gli altri. Il carattere maschile influenzava fortemente la narrazione e il ruolo della protagonista femminile, colei che, con la sua presenza, è l’unica in grado di redimere qualcuno che il mondo ha reso una red flag ambulante.
Basti pensare ad Hardin Scott, protagonista della saga After di Anna Todd (pubblicata nel 2013 su Wattpad come fanfiction e poi diventata un franchise cinematografico). Violento, verbalmente aggressivo e manipolativo, Hardin distrugge la protagonista Tessa ripetutamente. Ma è tormentato, e questo, nella logica narrativa di quegli anni, bastava a giustificare tutto. Il modello narrativo di After ricalca perfettamente i prodotti di EFP, Wattpad e dei romanzi Young Adult che hanno dominato la prima decade degli anni Duemila e che romanticizzavano un modello relazionale non proprio sano. I lettori non erano ingenui; consumavano una fantasia che la cultura aveva reso l’unica accessibile. Il romanticismo era inseparabile dal rischio e dalla destabilizzazione, dall’idea che l’amore richiedesse alle figure femminili di cambiare i propri partner (dubitando costantemente di sé stesse e vestendo i panni delle crocerossine) e ai personaggi maschili di non mostrare mai le proprie fragilità (nascondendole con uno spesso strato di scatti d’ira e comunicazione assente).
Il female gaze come struttura narrativa
Garrett Graham non è un bad boy. Tecnicamente, ne ha la forma esteriore: è il capitano della squadra di hockey, è popolare, ha la reputazione del donnaiolo. Ma non è schivo, né ha un giro di amicizie opinabili: Garrett vuole essere migliore di chi gli ha regalato i traumi dell’infanzia, non vuole che gli venga regalato nulla in virtù del cognome importante che porta ed è circondato da amici che sono come fratelli (gli utenti di TikTok l’hanno definita la Friends della GenZ). Ha una vulnerabilità reale che non coincide con la maschera del campione e non viene mai usata per giustificare comportamenti dannosi, ma per spiegare le sue insicurezze. La showrunner Louisa Levy ha dichiarato al New York Times che «c’è qualcosa di molto attraente nell’idea di addomesticare il bad boy», ma la cosa più interessante è che in Off Campus quel bad boy non deve essere davvero addomesticato. In primis, perché ha una condotta che lo allontana molto dall’archetipo del “pericoloso”: si concede un unico drink la sera prima di una partita importante, quattro la sera dopo; droga e fumo mai menzionati; sesso occasionale consensuale e senza false promesse. In secondo luogo, perché non richiede l’intervento femminile nel suo processo di miglioramento o di crescita. Di riflesso, anche la controparte femminile assume un ruolo nuovo: non si sacrifica per servire il proprio partner, ma con esso cresce e comunica, dimostrando una sinergia possibile tra i due ruoli della coppia.
Questo non accade per caso. Levy ha lavorato con un’intimacy coordinator per tutte le scene di sesso, ha consultato esperti di violenza sessuale per gestire il trauma adolescenziale di Hannah (presente nei libri di Kennedy e mantenuto nella serie, ma trattato senza mai mostrare l’evento, lavorando invece sull’impatto quotidiano). La cura con cui la serie costruisce il rispetto nella finzione nasce da scelte deliberate dietro la macchina da presa, prima ancora che sulla pagina. Ed è esattamente questa la differenza tra il female gaze come estetica e il female gaze come struttura narrativa: non solo chi guarda, ma chi decide cosa vale la pena mostrare, come e perché.
I personaggi sono delle “green flags” (termine che indica il contrario delle “red flags”, ovvero i comportamenti che la cultura della consapevolezza relazionale degli ultimi dieci anni ha insegnato a riconoscere come pericolosi). Dean Di Laurentis considera il consenso la chiave di un rapporto sessuale di successo; John Logan commenta «Le lattine chiuse sono più sicure» di fronte alla scelta di Hannah di non bere alle feste; Garrett Graham riconosce le sue ansie e la tiene ancorata alla realtà. Questa santa Trinità risponde perfettamente alle richieste del nuovo pubblico, le cui fantasie ruotano attorno a figure sensibili, rispettose, sincere. E non a caso è scritta da una donna, come nel caso di Heated Rivalry, la serie HBO del 2025 sull’hockey queer diventata un fenomeno globale proprio perché costruita attorno allo sguardo e al desiderio di un pubblico femminile.
Perché piace a tutti e due: il punto di intersezione tra Millennial e Gen Z
La Gen Z è cresciuta dentro la cultura della consapevolezza. Termini come “gaslighting” o “lovebombing” fanno parte del suo corredo genetico, non ci sono altre strutture da smantellare. Quello che cerca nelle storie è la conferma che quel vocabolario corrisponda a qualcosa di reale, a dinamiche che esistono nella finzione e che potrebbero quindi esistere nella vita. E soprattutto, che le alternative ai rapporti tossici esistono e sono migliori di qualsiasi forma di romanticizzazione.
I Milleninal, invece, riconoscono in questo prodotto l’estetica, la struttura narrativa, le dinamiche del campus universitario americano che hanno consumato per anni come fantasie. Ed effettivamente sono molti i richiami alle romcom dei primi anni Duemila: il costume da coniglietta di Hannah ispirato a quello indossato da Reese Witherspoon in Legally Blonde; i grandi gesti romantici nel campo da gioco, come quello del film 10 cose che odio di te; le battute di Le pagine della nostra vita. Scene che ricordano amori dolci, lontane dall’ossessività e dal possesso. Il dettaglio demografico più rivelatore è nel comunicato stampa di Amazon, che ha definito il debutto della serie il più guardato di sempre tra le donne tra i 18 e i 34 anni. Sedici anni di scarto che spesso prevedono lauree, crisi, traslochi, relazioni appena iniziate o finite. Off Campus funziona esattamente in quella finestra perché non è la trama ad interessare davvero, per quanto tenera e nostalgica.
Oltre Nate Jacobs
È importante dirlo con franchezza: la trama di Off Campus è di una banalità fastidiosa. Il fake dating che diventa reale, l’accordo tra due persone che non si sopportano e poi si innamorano, i personaggi secondari destinati a diventare protagonisti delle stagioni successive. Va da sé che non sia questo il motore del successo della serie.
Quest’ultimo sta, invece, nella rappresentazione delle dinamiche. Nel fatto che quando Hannah e Garrett litigano, litigano senza che nessuno dei due usi l’arma del silenzio punitivo, del rifiuto emotivo, della violenza fisica. Nel fatto che il consenso sessuale non è trattato come una formalità imbarazzante, ma come una cura genuina verso l’altra persona. Nel fatto che la vulnerabilità di entrambi – il trauma di Hannah, la pressione familiare di Garrett – viene condivisa e accolta, non usata come leva di potere. Vedere i personaggi secondari agire da contenitori attenti e premurosi genera una certa sensazione di conforto nello spettatore.
Persino il Nate Jacobs di Euphoria, da sempre personificazione feroce della mascolinità tossica (misoginia, omofobia interiorizzata, violenza psicologica sistematica sulle proprie partner, violenza fisica verso chiunque altro, forte insicurezza personale), è un mito crollato: smantellato come i pezzi del suo corpo martoriato, nella terza stagione diventa un bamboccio piagnucolante che si rifiuta di accettare il proprio fallimento o assumersi la responsabilità delle proprie mancanze. Nel 2026, questa è la nuova fantasia romantica più popolare, perché ben due generazioni hanno elaborato (anche in terapia, ormai sempre più sdoganata da pregiudizi) abbastanza da saper desiderare qualcosa di diverso. Il gesto di voltarsi di Garrett Graham mentre Hannah si sta cambiando non è eroico, è il minimo. Le generazioni di oggi lo hanno ben chiaro.
