Il film con cui Jim Jarmusch ha vinto il Leone d'oro a Venezia è un'opera apparentemente "piccola" che però affronta il mistero più grande di tutti: cosa passa per la testa dei nostri genitori? E per quella dei nostri figli?
Correva l’anno 2019 e Parasite di Bong Joon-ho sembrava crudele, con il suo umorismo nero, nel modo in cui descriveva una società coreana così simile alla nostra: architetture, case, arredo urbano e soprattutto lavoro come un insieme di dispositivi progettati per impedire a chi sta sotto di accedere al benessere di chi sta sopra: la scalata sociale è impossibile, anche tentando di truccare la partita.
Una pandemia, diverse guerre e una rivoluzione tecnologica dopo, Parasite appare quasi rassicurante se messo a confronto con il suo ideale successore: No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook. Tratto dal romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake, già adattato per il cinema da Costa-Gavras, collega a cui il regista coreano dedica il film, il progetto nasce con un’ambizione universale, tanto da essere inizialmente pensato in inglese e per il mercato occidentale. Un’ambizione rimasta però senza finanziatori.
Park Chan-wook torna così in Corea e adatta il romanzo al contesto locale, senza perdere però la visione d’insieme e l’ambizione di parlare a chiunque abbia a che fare con il mondo del lavoro oggi, non importa a che latitudine. Il risultato è un film immerso in un umorismo spietato e disperato su quanto la società capitalistica riesca a rendere miserabile l’esistenza del coreano (dell’essere umano) medio, un messaggio che abbiamo già imparato ad associare a prodotti sudcoreani come il già citato Parasite e Squid Game. Eppure, paradossalmente, è proprio questo film a imporsi con forza nel mercato internazionale, che inizialmente ne aveva respinto il cinismo sferzante. Forse perché No Other Choice è tra i primi film a mostrarci un futuro in cui la componente umana nel lavoro è quasi superflua e, bilanci alla mano, ai vertici aziendali va benissimo così.
Parasite, rivisto e corretto
La storia è ambientata nella filiera produttiva della cartaria di pregio, un settore in cui dalla produzione al controllo qualità la presenza umana è diventata sempre più marginale. Man-su, come molti altri responsabili di filiera, perde il lavoro e vede frantumata la propria identità. Prima ancora di arrivare al thriller twist – l’idea di conquistare l’unico posto rimasto uccidendo la concorrenza – Park Chan-wook ci costringe per oltre mezz’ora a osservare il tassello che mancava a Parasite, ciò quello in cui vediamo come il tardo capitalismo sia riuscito a occupare anche l’ultimo spazio di resistenza della forza lavoro, una realtà facciamo ancora fatica ad ammettere: che la nostra vita così profondamente plasmata dal contesto lavorativo ingiusto, pur rendendoci infelici, ci piace da morire.
Si potrebbe liquidare il tutto come una questione di genere (non a caso Man-su e le sue vittime sono uomini, mariti e padri) o come una specificità culturale asiatica, dove il licenziamento è una vergogna tale da richiedere una rieducazione emotiva prima ancora di una ricollocazione professionale. Eppure Man-su resta inquietante proprio perché ha tutto ciò che servirebbe per immaginare un’alternativa: una famiglia affettuosa, una moglie complice, un passato di perseveranza. Ha già saputo reinventarsi una volta.
Eppure non basta. A spingerlo verso una deriva estrema è il bisogno insuperabile di definirsi attraverso la propria competenza professionale: il lavoro come identità, passione nel tempo libero, ossessione culturale. Un nodo che l’attore protagonista Lee Byung-hun esplicita con lucidità quando mi racconta di non aver mai pensato al personaggio in termini morali: «Non ho mai sentito di stare interpretando un eroe o un villain. Stavo semplicemente interpretando quest’uomo, seguendo il suo percorso interiore». Un percorso diabolico in cui la scelta è sempre la stessa e sempre impossibile: «Se segue la morale, condanna la sua famiglia. Se sceglie la famiglia, deve sacrificare la propria moralità».
Il lavoro rende mostri
Non lo fa desistere nemmeno la scoperta che i suoi rivali sono, di fatto, suoi doppelgänger caratteriali e professionali: uomini altrettanto qualificati, altrettanto intrappolati in un sistema che li ha convinti di valere solo in funzione del loro ruolo produttivo. Anche loro pronti a mettere a rischio relazioni e affetti pur di restare all’altezza di uno standard irraggiungibile. Come osserva Lee Byung-hun, c’è una frattura evidente nel modo in cui uomini e donne vengono rappresentati nel film: «Le mogli sono più flessibili, si chiedono perché i loro mariti non possano fare altro, cercano di farli reagire, di mostrare loro un’alternativa. Gli uomini, invece, hanno costruito tutta la loro identità sul lavoro e non riescono a immaginarsi diversamente».
È qui che No Other Choice diventa tanto grottesco quanto devastante. Man-su non deve risalire da una povertà estrema, perché è già qualidicato, è già benestante, fa già parte di quelli che ce l’hanno fatta. Per ritrovare la sua serenità e il suo prestigio, deve solo dimostrare di essere più spregiudicato, più amorale, più disperato degli altri. Nel finale raggelante, trae piacere nel riuscire, di nascosto, a perpetrare un gesto professionale che sa essere anacronistico e inutile, compiuto in uno spazio lavorativo ormai svuotato di presenza umana. Un luogo rassicurante proprio perché, dopo ciò che ha fatto, gli altri esseri umani oltre la sua famiglia non possono che essere un pericolo per il suo status quo faticosamente riguadagnato.
Abbandonando parte della sua consueta eleganza formale, Park Chan-wook firma uno dei film più espliciti sulla nostra contemporaneità e ci costringe a una domanda che resta sospesa ben oltre i titoli di coda: come si sopravvive in una società il cui primo comandamento è estirpare ogni forma di solidarietà e morale dai lavoratori? E perché continuiamo a desiderare di definirci attraverso il nostro lavoro anche quando è proprio questo a consumarci?
Risposte non ne ha nemmeno Park Chan-wook stavolta, ma fa qualcosa che i colleghi che finora l’avevano preceduto in questo racconto ci avevano risparmiato: ci ricorda quanto la nostra sicurezza lavorativa acquisita, per quanto precaria, sia costruita ai danni di qualcun altro, perché non sembra esserci altro modo per mantenere un impiego oggi. Il mercato sa di poter contare sul nostro silenzio assenso se ci permetterà di goderci ancora un po’ il nostro presente lavorativo, su cui però già si staglia l’ombra lunga dell’irrilevanza umana.
