L’ottobre francese

Il 17 ottobre la Francia è scesa in piazza contro il carovita e contro Macron. Noi eravamo lì, tra studenti, gilet gialli e sindacati in mezzo a barricate, scontri e aura battle.

24 Ottobre 2026

Siamo arrivati a Parigi il giorno prima del 17 ottobre. Dietro al veloce pulsare della città, in quei giorni si percepiva anche qualcos’altro. Sui telefoni giravano da giorni gli appelli a scendere in piazza. I liceali bloccavano le scuole da settembre per aule sovraffollate e sporche, banchi e sedie che mancano, insegnanti mai assegnati, e nelle settimane precedenti avevano già riempito le strade di decine di migliaia di ragazzi. Sui social qualcuno aveva rilanciato il nome dei gilet gialli, il movimento nato nel 2018, per tornare in strada contro i prezzi di benzina, energia e cibo. La CGT (Confédération générale du travail), uno dei principali sindacati del Paese, più o meno l’equivalente francese della nostra CGIL, aveva aderito con le sue richieste: salari e pensioni più alti, prezzi più bassi, servizi pubblici all’altezza dei bisogni delle persone. Passeggiando in città la sera del 16 ottobre, il segno più evidente era però un altro. I commercianti fissavano pannelli di legno davanti alle vetrine, le banche abbassavano le saracinesche già nel pomeriggio, i tavolini sparivano dai marciapiedi. La città si preparava al giorno dopo come ci si prepara a un uragano.

Il movimento dei licei è stato la scintilla. Partito da Parigi, si era allargato in poche settimane a Lille, Nantes, Lione, Tolone, Marsiglia e Rennes. L’8 ottobre, secondo il Ministero dell’Interno, in piazza c’erano più di 70 mila studenti, almeno 130 mila secondo il principale sindacato nazionale, e in tutta la Francia erano state fermate 504 persone, mentre a Parigi si erano registrati scontri in Place de la Bastille. Qualche giorno più tardi Greta Thunberg era andata a trovare gli studenti davanti al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, appena fuori dalla capitale. Il 17 ottobre doveva essere il giorno in cui la protesta dei figli diventava anche quella dei genitori.

Una storia scritta sulle barricate

In Francia scendere in strada fa parte del modo di stare dentro la Repubblica. La storia nazionale si racconta, si canta, si affresca per piazze e per barricate: la Bastiglia, le giornate di luglio del Trenta, il Quarantotto, la Comune, il Maggio del Sessantotto, giù giù fino ai gilet gialli e le proteste contro la riforma delle pensioni di tre anni fa. Ogni generazione ha avuto il suo corteo e ogni governo, prima o poi, ha dovuto farci i conti. A scuola i ragazzi studiano la Rivoluzione come l’atto di nascita del Paese, la parola stessa, rivoluzione, in Francia suona meno remota che altrove. La si legge sui muri e nei cartelli, la si sente pronunciare ai tavolini dei bar e nei cori, con un misto di ironia e di serietà che a un italiano fa un certo effetto.

La barricata, in questa tradizione, è un linguaggio con cui ci si rivolge direttamente al potere. Tra chi era in piazza il 17 ottobre la sensazione era che fosse rimasto l’unico. La Francia attraversa una crisi dei conti pubblici che si fa ogni mese più grave, la campagna per le presidenziali è già cominciata, e il governo del Primo Ministro Sébastien Lecornu ha risposto alle proteste delle scuole superiori con qualche migliaio di insegnanti assegnati alle scuole più in difficoltà. Per molte delle persone che ho incontrato le elezioni sono un evento lontano, le trattative sindacali non portano a niente, e un Presidente percepito come distante ascolta soltanto quando la città si ferma. O va a fuoco.

Le facce della piazza

M. (tutti i nomi sono indicati solo con un’iniziale perché appartengono a minorenni o a persone che hanno preferito rimanere anonime) viene dalle banlieue. Quando gli chiedo cosa pensi di quello che sta succedendo, mi risponde che «la mia gente tutto questo l’ha già vissuto». Chi segue la Francia sa bene a cosa si riferisce: le rivolte del 2005, partite da Clichy-sous-Bois e allargate a tutte le periferie del Paese, e l’estate del 2023 dopo la morte di Nahel Merzouk, ucciso a 17 anni da un agente a un posto di blocco a Nanterre. In quelle notti a scontrarsi con la polizia erano soprattutto i ragazzi dei quartieri popolari, figli e nipoti dell’immigrazione, mentre il resto del Paese li guardava in televisione. Per M. la novità di questa giornata è chi gli sta intorno, perché «la cosa bella di adesso è che non ci sono solo le persone di colore, o quelle emarginate, contro la polizia: è la Francia contro la polizia, e io sono fiero di essere francese». A. invece arriva dal nordest, quasi al confine con la Germania, a qualche ora di treno dalla capitale. «Non potevo non essere a Parigi oggi», mi spiega, «perché oggi a Parigi c’è una rivoluzione in corso». Gli chiedo da che parte sta. «Communiste», risponde prontamente, «e ho bisogno di vedere una rivoluzione con i miei occhi. In Francia abbiamo bisogno di una rivoluzione, perché Macron è troppo a destra. Troppo, troppo a destra». L. si è tirato giù il passamontagna che gli copriva il viso per fumare, e in quel momento i nostri sguardi si sono incrociati. Dopo aver letto la scritta Press sul mio casco, mi ha chiesto prima se stessi bene e cosa pensassi della protesta; poi, quando gli ho risposto alla domanda «Di dove sei?», mi ha subito chiesto cosa pensassi di Giorgia Meloni. Ha ignorato ogni mia domanda, si è rimesso il passamontagna ed è sparito tra la folla. Il primo arriva da una periferia che conosce la polizia da sempre, il secondo da una provincia lontana con un’idea precisa di quello che dovrebbe succedere, il terzo era così interessato alle proteste italiane da non voler rispondere a nessuna domanda su quelli francesi. Il 17 ottobre sono finiti nella stessa piazza, insieme ai liceali, ai gilet gialli e ai sindacalisti.

Il corteo di place de la République

La giornata è stata sentita e partecipata in tutto il Paese, e nelle ore successive sui numeri e sui fatti è circolata parecchia confusione. Gli organizzatori parlavano di 800 mila persone nelle strade; il Ministero dell’Interno indicava comunque più di mezzo milione di manifestanti. In piazza sono scesi insieme quelli che protestavano contro il carovita: gilet gialli, studenti, agricoltori, sindacati e partiti di sinistra, una convergenza delle lotte sociali. Il corteo si è radunato, come quasi sempre, a place de la République, ai piedi della Marianne di bronzo che solleva un ramo d’ulivo, alla quale alcuni manifestanti, con imbragature e corde, hanno fatto indossare un gilet giallo con la scritta «2026, la polizia mutila i liceali» (in riferimento al liceale che ha perso una mano per le ferite riportate durante uno scontro, ma anche ai molti che hanno riportato ferite a causa dei candelotti lacrimogeni sparati dalla polizia ad altezza uomo).

Su richiesta della polizia molte stazioni della metropolitana sono state chiuse, comprese quelle vicino agli Champs-Élysées, all’Eliseo, al Parlamento e ai ministeri, e chi voleva raggiungere la piazza doveva farlo a piedi o con una bicicletta a noleggio che non fosse ancora stata usata per costruire una barricata. Per tutta la mattina i boulevard intorno a République si sono riempiti di gruppi che arrivavano da ogni direzione: ragazzi con lo zaino in spalla, pensionati con il gilet giallo piegato in tasca, famiglie, militanti con le bandiere rosse della CGT. C’erano bandiere tricolori, trombe e perfino dei violini, e la maggior parte dei manifestanti ha cantato la Marsigliese e ha marciato pacificamente. Poi la piazza è diventata il primo centro degli scontri. La polizia ha chiuso tutti gli accessi, centinaia di manifestanti hanno lanciato petardi e oggetti contro i reparti antisommossa, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti, mentre andavano a fuoco un’auto parcheggiata in una posizione, ora si può dire, assai infelice e un’edicola che da lì, poverina, non si sarebbe potuta spostare. Oltre ai “classici” sanpietrini, i manifestanti francesi, organizzati e preparati, lanciavano contro i reparti anche palloncini pieni di vernice – spesso verso scudi e visiere, per limitare la visibilità dei poliziotti – fuochi d’artificio e cacatov, bottiglie di vetro riempite con un misto di feci e urina lasciato fermentare fino a diventare un miscuglio liquido, fetido e assai spiacevole per le narici di chiunque si trovi nella zona di atterraggio del dispositivo.

Le tecniche della guerriglia urbana

Da settimane tutti i social sono pieni di video di scontri e proteste, e chi li ha seguiti ha imparato a riconoscere anche le tecniche della guerriglia urbana. Il percorso da République a Concorde, chiesto dagli studenti, era stato vietato dalla prefettura per il rischio di disordini: gli scontri lo hanno seguito comunque, anche se a pezzi. I gruppi più agguerriti si muovono vestiti di nero, con cappucci, occhiali da piscina e mascherine, e si raccolgono in testa al corteo, dove la folla pacifica fa da scudo. Cassonetti, monopattini, transenne, materiale da cantiere e tutto quello su cui si possono mettere le mani diventano barricate improvvisate, date alle fiamme per rallentare l’avanzata degli agenti, mentre gli ombrelli aperti servono a ripararsi dai lacrimogeni e dalle telecamere. A questi si aggiungono le “squadre mediche”, volontari non ufficiali che corrono da una parte all’altra per soccorrere chiunque sia sopraffatto dalla situazione, in pericolo o ferito. I loro interventi vanno dal collirio negli occhi alla distribuzione di acqua, dalle piccole medicazioni alle evacuazioni rapide nei casi più gravi. Sono rispettati da tutti e la polizia tende a non attaccarli mai.

Un’altra figura che gode del massimo rispetto è quella del pompiere. In place de la République sono dovuti intervenire più volte per spegnere diversi incendi. I manifestanti li hanno sempre accolti con grida e applausi, e la polizia, anche in questo caso, sospendeva le operazioni per tutto il tempo necessario. Dall’altra parte delle barricate, la polizia risponde con le sue tecniche: chiude interi gruppi tra due cordoni per ore, manda avanti le unità in moto e alterna lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma. Il 16 ottobre il Ministro dell’Interno Laurent Nuñez aveva di nuovo autorizzato l’uso di granate assordanti, sospeso dopo che a Lens uno studente di 15 anni aveva perso una mano. Il 17 ottobre ne sono state usate a centinaia.

Da République gli scontri si sono sparsi per tutta la città fino agli Champs-Élysées, dove le vetrine sono state sfondate e i negozi saccheggiati, e poi fino a place de la Concorde, a pochi passi dall’Eliseo e dall’Assemblea nazionale, dove la polizia cercava di impedire a piccoli gruppi di avvicinarsi ai palazzi del governo. Intanto arrivavano notizie dal resto del Paese: 20 mila persone in corteo a Lione secondo la prefettura, dove è andato a fuoco l’ufficio del turismo di place Bellecour; a Marsiglia un gruppo di manifestanti per qualche minuto è riuscito a entrare nell’atrio del municipio; a Limoges il municipio in fiamme, con il campanile che è crollato durante l’incendio, come hanno mostrato migliaia di video sui social.

«Cosa vuoi farci? Questa è la rivoluzione»

Ovunque il coro era lo stesso: «Macron se ne deve andare, deve tornarsene a casa». Lo gridavano mentre piovevano i lacrimogeni, in un fumo che a tratti copriva tutto e costringeva a camminare con gli occhi chiusi. In mezzo a quel fumo un signore francese mi si avvicina, guarda la scena e allarga le braccia. «Cosa vuoi farci? Questa è la rivoluzione». Poi, con la curiosità di chi chiacchiera alla fermata dell’autobus, mi chiede come sono le proteste in Italia. Ma è tra una carica e l’altra che il cuore della manifestazione si esponde, dalla Gen Z ai più “navigati”. Sarebbe ridondante scrivere delle aura battle tra persone in costume in mezzo alle proteste, ma posso confermare che – ammesso anche lo scarto di velocità tra social e giornalismo – è tutto vero. Ragazzi e ragazze si sfidano a colpi di “mosse” tra ovazioni assordanti, al punto che le grida riescono a sovrastare gli scoppi dei dispositivi di dispersione della folla usati dai reparti di polizia a pochi metri di distanza. Tra chi partecipa alle manifestazioni c’erano anche persone che si erano autoassegnate il compito di riempire la pancia a chiunque ne avesse bisogno. Un signore, per esempio, aveva piazzato a lato della piazza una padella enorme su cui sfrigolavano salsicce e verdure: chi passava diceva cosa preferiva e lui, ben felice, preparava un panino caldo. Tutto gratis.

Nei giorni e nelle settimane prima del 17 ottobre era emersa l’organizzazione di quella che è sempre stata annunciata come una protesta destinata a segnare un punto, se non di svolta, perlomeno di cambiamento nella politica francese. I gilet gialli, per esempio, avevano creato un sito per mappare tutte le loro proteste, mentre i canali dei sindacati invitavano a seguire precisi account Instagram per restare aggiornati quasi in tempo reale su tutto ciò che succedeva.

I conti che non tornano

Il giorno dopo Nuñez ha contato 1800 fermi in tutta la Francia. A Parigi un manifestante è morto dopo un arresto cardiorespiratorio. Sui feriti tra gli agenti, invece, le istituzioni hanno dato due versioni diverse a 24 ore di distanza: 150 tra poliziotti e gendarmi secondo Lecornu, sabato sera; più di 500 tra poliziotti, gendarmi e pompieri secondo Nuñez, la domenica. Più del triplo, a seconda di quale ufficio si ascolta e di quando lo si ascolta.

Restano, però, soprattutto le facce viste per strada. Il ragazzo delle banlieue che per la prima volta non si sente solo, il comunista arrivato dal confine con la Germania, i liceali, i gilet gialli, i sindacati, il signore che allarga le braccia e la prende con filosofia. Ognuno con le proprie ragioni, tutti con lo stesso nome da gridare. Le periferie, la provincia e la militanza politica, che in Francia si sono mosse quasi sempre ognuna per conto proprio, il 17 ottobre hanno camminato nelle stesse strade. Quanto possa durare un’alleanza così larga, e cosa sarà capace di ottenere, è la domanda che la giornata lascia sul tavolo dell’Eliseo e del governo Lecornu. Per il momento, i gilet gialli hanno indetto una nuova manifestazione, chiamata «Atto secondo», per il 24 ottobre. Oggi.

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