Salviamo i bambini dalla moda motivazionale

Dagli slogan di puro nonsense e inglese sgrammaticato degli anni Ottanta e Novanta ai manifesti di attivismo che oggi leggiamo sulle magliette dei treenni, il modo in cui vestiamo i bambini racconta sempre le inadeguatezze degli adulti.

03 Agosto 2022

Il mio interesse per le scritte insensate sulle magliette infantili risale al momento in cui ho cominciato a leggere, con il mio pigiama preferito: la stampa sul davanti raffigurava un letto a castello a più piani occupati da diversi animali, e la scritta, che lessi infinite volte allo specchio senza riuscire a tradurla, Don’t disturb where sheeping (anziché sleeping). Avevo finito per tradurre: non disturbare chi conta le pecore. È una storia comune: negli anni Ottanta, siamo stati tutti tabelloni viventi per loghi di squadre di hockey immaginarie e college dal nome compitato male.

Ai tempi dell’università, la mia coinquilina fumettista, per mantenersi, è finita a disegnare in una casa di moda intimi ospitata in uno scantinato, dove decine di ragazze scartate dal mondo della moda e del design progettavano grafica e scritte per pigiami scadenti, di quelli che poi si vendono nei mercatini. Non c’erano computer collegati a internet e al centro dello stanzone troneggiava un vecchio vocabolario inglese-italiano, che a turno le giovani si alzavano a sfogliare per capire come si diceva “giorno di sole”, concludendo magari che si diceva “day of sun”. Le magliette con le scritte sgrammaticate quindi non venivano solo dalla Cina, scoprimmo con divertimento passando in rassegna i bozzetti di quella fabbrica triste.

Nella mia vita adulta, l’unica indicazione che ho sempre dato ai parenti è stata: niente magliette con le scritte ai bambini, niente rock like a dinosaur, zero Boston baseball league, bandita la Route 66. Non temevo tanto che i miei figli fossero scambiati per membri di una squadra di softball della Pennsylvania, o che girassero con errori ortografici stampati addosso. Più che altro, se la T-shirt per gli adulti si era trasformata da tempo in affermazione identitaria, spesso di spirito grossolano, non capivo il senso di trasformare i vestiti infantili in manifesti, dato che sicuramente se i bambini avessero potuto parlare attraverso il loro abbigliamento non avrebbero detto cose cretine come “wild and free”.

Ultimamente però, ho notato una nuova e unanime tendenza, nel mondo nonsense delle scritte sulla moda infantile. Le frasi sono diventate tutte motivazionali. Be happy go lucky, diceva la T-shirt di una ragazzina incrociata quotidianamente sul lungomare della mia città di vacanza. Non si cambiava mai, e cominciai a pedinarla: volevo capire se, come avviene di solito per chi diffonde motti auto-incoraggianti sui social, gli adulti che la accompagnavano tradivano segni di fragilità mentale. Nei giorni successivi, mi sono imbucata ripetutamente sugli scivoli, dove, con la scusa di seguire mio figlio, potevo avvicinare i minorenni abbastanza da mettere a fuoco le scritte sui loro vestiti. Accanto a un fenicottero, sul petto di una bimba senza denti, campeggiava l’invito: be the best version of yourself. Time for kind feelings, veniva incoraggiata un’altra lattante col pannolino, dal temperamento piuttosto aggressivo e dalla madre altrettanto nevrotica. E ancora: Born to be kind, ruggiva la maglia di un teppista che provava a spingere mio figlio giù dalla giostra, e rischiava di riuscirci dato che io ero troppo presa a trascrivere motti nelle note del telefono. Happyness in my mind, affermava il prendisole di una poveretta immusonita, e poi c’era: Follow your dreams with good vibrations, un collage di sentiti dire composto probabilmente da un alieno che aveva captato il segnale del pianeta Terra, ricevendone però solo brandelli.

Il filone del training autogeno, invece, narra dell’inadeguatezza di noi adulti che mettiamo questi panni parlanti nel carrello: I am enough, frignava la T-shirt di una ragazzina un po’ grassa che badava ai fratelli; e ancora Do your own thing! e Toucan do it, stampato accanto a un tucano fiducioso, in una vaga nube di senso tra Steve Jobs, Obama e la maestra di sostegno. Lo stress del pendolare boomer che manda i meme sul lunedì si acquattava dietro alle scritte Floss like a boss – vergata in paillettes – Full steam ahead e I live for the weekends: slogan che parlano di ragazzini spediti con orgoglio in scuole libertarie, ma riempiti come secchielli di pensieri da aziendalisti col culto del successo. Tra tante le tante surf vibes californiane importate in fretta e furia sull’Adriatico, c’era anche chi sfoggiava loghi insignificanti per la sua età, ma aspirazionali o ridicolmente ribelli per i suoi genitori: Ramones, Nasa, Metallica, Harvard, UCLA, Rolling Stones, Doors.

Il picco più alto della moda motivazionale, in ogni caso, è quello dove la costruzione identitaria dei treenni si interseca con l’attivismo all’acqua di rose: Make your voice heard o Dreamer of the future. Ho scoperto che sono della linea H&M Role Models, che si ispira ai Fridays for Future e dedica al progetto un’intera landing page con profili e video di bambini e bambine da tutto il mondo impegnati nella loro lotta ambientalista: minorenni tutti dotati di agente e caché, vittime non solo di un’operazione di greenwashing aziendale del marchio che ultimamente ha introdotto la linea “Conscious”, ma soprattutto di un linguaggio generico e sempre più svuotato di senso, infilato a forza nelle bocche di bambocci che non hanno ancora TikTok, ma sono su YouTube con la canotta di plastica che dice No planet B. Di recente, ho letto un articolo al quale certi fashion-designer potrebbero appellarsi in un tentativo di redenzione: diceva che l’attivismo, intrapreso da piccoli, aumenta l’autostima e rinforza la costruzione di un’identità. Di certo, il pensiero green applicato alla moda mare usa e getta per bambini non svolge questa funzione, ma piuttosto quella – già ampiamente coperta dai social – di trasformare gli slogan dell’emergenza in un maquillage così innocuo che può essere usato anche a tre anni per bellezza.

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