Mio fratello è un vichingo è il film perfetto per tre tipi di persone: i cultori della black comedy, gli appassionati di drammi familiari e gli innamorati di Mads Mikkelsen

Il nuovo film di Anders Thomas Jensen è un oggetto stranissimo che riesce allo stesso tempo a far ridere e essere inquietante, trattando con leggerezza temi come identità e memoria. Ne abbiamo parlato con lui e con la sua musa, Mads Mikkelsen.

27 Marzo 2026

I festival del cinema sono popolati di figure leggendarie, le cui gesta si tramandano da un accreditato all’altro. A Venezia, per esempio, tutti ricordano il fan di Roy Andersson, anche se nessuno sembra conoscerne l’identità. Succede che a ogni proiezione di un film del regista svedese, noto per uno stile e una comicità peculiarissimi, la sala rimanga spesso in un silenzio un po’ perplesso, indecisa se ridere educatamente o sentirsi persa. È successo nel 2019 durante la proiezione del Leone d’Oro Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, è capitato di nuovo cinque anni dopo con Sulla infinitezza: da qualche parte in sala, nel silenzio quasi assoluto, si leva una risata fragorosa, consapevole e terribilmente supponente, che sembra dire a tutti i presenti: «Rido perché io capisco l’umorismo di Roy Andersson, a differenza di voi poveri stronzi».

Ho pensato a questa mitologica figura del folklore festivaliero veneziano anche vedendo Mio fratello è un vichingo, perché in più di una scena c’è un risvolto della sua comicità nera che risulta sfuggente, inafferrabile. L’unicità del cinema del regista Anders Thomas Jensen la si inquadra particolarmente bene quando lo si vede seduti in una platea internazionale come quella di un festival. Durante un film di Jensen ridono più o meno tutti, ma sempre in punti differenti, in maniera asincrona, dissonante. È tutto il contrario dell’umorismo, il più possibile universale e anche un po’ piacione, del cinema commerciale statunitense, che pur riferendosi a una cultura molto specifica ha fatto di tutto per renderla un punto di partenza condiviso, facendoti ridere quando si parla di politica bipartitica, giurie popolari e baseball. Ti fa sentire partecipe anche quando in teoria tutte queste cose sono aliene alla tua quotidianità.

Jensen lavora su tutto un altro livello, che più danese e, sospetto, più intraducibile di così non si può. Sin dall’apertura, che è una sorta di fiaba animata che parla di due fratelli vichinghi molto affezionati, il cui affetto però sfocia in un “lieto fine” inaspettatamente cruento, nerissimo nella sua “morale educativa”. Questo perché Jensen nella violenza tipica del folklore vichingo trova una valenza inaspettatamente positiva: «I Vichinghi sono interessanti perché, al di là della violenza per cui sono ricordati, avevano un sistema di valori molto diretto: dire la verità e assumersi sempre la responsabilità delle proprie azioni. Non passavano il tempo a interrogarsi su chi fossero. Ed è proprio questo che crea un contrasto netto con il presente, in cui l’identità è più fluida e incerta e l’introspezione è talvolta esasperata.»

Se il punto di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio (basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.

In Mio fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove, di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.

Questo crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie.

Durante le proiezioni si ha spesso l’impressione che il pubblico in sala rida in momenti diversi, quasi fuori sincrono. Quanto conta la dimensione culturale nella costruzione della comicità di un film Mio fratello è un vichingo?
Anders Thomas Jensen: È una domanda interessante. Ho visto come i miei film vengono accolti in contesti diversi, e la risposta cambia moltissimo da Paese a Paese. Negli Stati Uniti, per esempio, la reazione è completamente diversa rispetto all’Europa, e perfino tra Canada e Stati Uniti ci sono differenze evidenti. A dire il vero, non cerco mai di adattare la comicità a un pubblico specifico: parto da qualcosa che per me funziona, ma è inevitabile che ogni cultura reagisca in modo proprio.

Mads Mikkelsen: Questo non è un film “drammatico” in senso classico, ma spesso all’estero viene percepito così. Anders scrive dialoghi molto densi, molto precisi, e i sottotitoli riescono a restituirne forse solo una parte, direi il trenta per cento. Il linguaggio è fondamentale per Anders e il suo cinema, quindi chi guarda il film in traduzione inevitabilmente perde qualcosa. Se però il pubblico continua a rispondere, significa che il film sta intercettando un altro livello, anche se è difficile dire quale.

Qual è la reazione che temete di più?
Mads Mikkelsen: Forse il pubblico che ci mette più in difficoltà è proprio quello più vicino a noi, come quello svedese: culturalmente siamo simili, ma a volte le cose vengono interpretate in modo molto diverso. Però la speranza è sempre che il film trovi comunque una sua strada.

Con Mio fratello è un vichingo siete arrivati al sesto film realizzato insieme: cosa rende questa collaborazione così solida e cosa è cambiato nel tempo?
Anders Thomas Jensen: Per me Mads è uno dei più grandi attori in circolazione. Ha una presenza fisica straordinaria e una capacità unica di rendere credibile anche ciò che sulla carta rischia di essere estremo o quasi grottesco. Negli anni il nostro rapporto è diventato più intuitivo: oggi bastano poche parole per capirci.

Mads Mikkelsen: Anders ha una voce molto personale, fa film che non assomigliano a quelli di nessun altro. Tornare a lavorare con lui, e con lo stesso gruppo di attori, è come tornare a casa. Col tempo, lavorando assieme, siamo diventati più coraggiosi: ci fidiamo di più e quindi possiamo spingerci oltre. Con Anders sono arrivato più volte al limite di ciò che è possibile fare, a volte forse l’ho anche superato. Ma è proprio questo il punto: sai che puoi spingerti fin lì perché sei in un contesto sicuro, circondato da persone che capiscono dove fermarsi. È una fiducia che difficilmente avrei con un altro regista.

Il tuo talento si traduce molto bene anche Hollywood. Eppure continui a tornare al cinema danese e ad Anders. Perché?
Mads Mikkelsen: È bello lavorare all’estero, ma è altrettanto importante tornare a casa e finora per fortuna ne ho avuto la possibilità. In Danimarca è tutto differente, a partire dal modo di raccontare le storie, dalla lingua: è uno dei motivi per cui continuo a tornare a girare a casa. I film di Anders però sono qualcosa di unico anche nel cinema danese: non c’è qualcosa di paragonabile da nessun’altra parte.

Il film ruota attorno al tema dell’identità. Da dove nasce questo interesse e come lo avete affrontato?
Anders Thomas Jensen: È qualcosa che nasce dal presente: a un certo punto ho notato che una volta si fotografavano i luoghi, le altre persone. Ora giriamo continuamente l’obiettivo della macchina fotografica verso noi stessi, testimoniando la nostra presenza in un dato posto e momento. È un cambiamento culturale molto profondo, non intrinsecamente positivo o negativo, ma che ha delle ricadute importanti che volevo esplorare. Inoltre, viviamo in un’epoca in cui è sempre più difficile distinguere tra realtà e costruzione, tra ciò che è autentico e ciò che non lo è. È un tema che attraversa la vita quotidiana, dai social alle conversazioni più comuni.

Mads Mikkelsen: È un tema esplorato attraverso la lente di un personaggio che di questa costruzione incarna un estremo: è convinto di essere John Lennon, o quanto meno una sua versione. Dato il focus del film, abbiamo scelto di non definirlo attraverso una diagnosi. Non era quello il punto. Ho lavorato piuttosto su una dimensione infantile: è come un bambino, a volte di cinque anni, a volte di sette, con tutto ciò che comporta in termini di spontaneità e sguardo sul mondo.

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