È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
Melissa Febos ha deciso di abdicare alla vita erotica, a ogni pratica romantica. Lo racconta in Dry Season, il suo ultimo libro (autobiografico, ovviamente), pubblicato in Italia da nottetempo. Quella della castità, per la scrittrice, non è stata una scelta, ma una necessità. Dopo l’ennesima relazione finita male, Febos si è accorta di inseguire da sempre e compulsivamente fantasie che credeva le fossero dovute: sul sesso, sulle relazioni, sull’intimità. Pur interpretando, nel discorso amoroso, la parte che le era stata assegnata, era infelice. Per risalire il Maelström, per evitare di ricascarci, ha cancellato il sesso dalla sua vita. Si è data un anno di tempo per rimettere al centro sé stessa e rivedere le dinamiche che la facevano sentire intrappolata.
ⓢ Melissa, cosa ti opprimeva?
Soprattutto la limerenza, quella forma di attaccamento ossessivo per la persona da cui siamo attratti. Io volevo solo sedurre ed essere sedotta, volevo concentrarmi sull’oggetto della mia attenzione e vedere il resto del mondo svanire. Il gioco dell’attrazione mi eccitava, mi dava i brividi. Le relazioni in cui subito finivo invischiata, invece, mi schiacciavano, perché innescavano meccanismi di stampo patriarcale: giochi di forza, dinamiche transazionali, rapporti di potere. Anche se non potevo farne a meno, il sistema-coppia cominciava a entrare in conflitto con i miei desideri più autentici, iniziava a starmi stretto.
ⓢ Come scrive Guy Hocquenghem nel Desiderio omosessuale, la sessualità queer confonde la norma perché rinuncia, o almeno dovrebbe, alle gerarchie, ai ruoli prestabiliti. In Dry Season tutto il sesso è omosessuale, eppure non riesce a essere soddisfacente e liberatorio, proprio perché ricade in dinamiche patriarcali, come hai appena detto. È possibile, allora, liberare i nostri amplessi? C’è qualcosa di puro nel nostro desiderio?
No, niente è puro, ogni arma è macchiata di sangue. Esiste, credo, una verità intima assoluta, un nucleo primordiale, autentico, che poi viene contaminato dall’esperienza culturale, dalla nostra storia famigliare. Riproduciamo le strutture gerarchiche in cui siamo cresciuti, reiteriamo le dinamiche che conosciamo. Non possiamo cambiarle radicalmente, e non credo questo sia auspicabile: se cerchiamo qualcosa di puro significa che smettiamo di vivere. Possiamo, però, imparare a osservare, dunque a decostruire, almeno parzialmente, certi modelli. Lo dico da persona che ha una lunga storia di dipendenza da sostanze, che ha fatto un lungo percorso per uscire dall’alcolismo.
ⓢ A questo proposito, definiresti il tuo comportamento erotico-sentimentale secondo i termini della dipendenza o più come una forma di adattamento a prassi sociali universalmente diffuse?
Io di indole sono certamente compulsiva, però credo, come dici, che le mie abitudini sentimentali non fossero la spia di un comportamento dipendente. Cresciamo in una cultura che feticizza l’amore romantico e lo trasforma in un’ossessione da vendere e diffondere attraverso i mezzi del capitalismo. Veniamo programmati tutti per seguire uno stesso ideale relazionale, che però non può funzionare universalmente. Io ho capito a 35 anni che non faceva per me. Non ho eliminato sesso e amore perché ne ero dipendente, ma perché dovevo affrancarmi dai modelli acquisiti, trovarne dei miei.
ⓢ Il racconto del tuo anno senza sesso si intreccia con una ricostruzione molto attenta dell’esperienza di donne che, prima di te, hanno scelto volontariamente la castità: beghine, mistiche, vergini giurate, icone spirituali.
Mi interessava esplorare la castità femminile perché porta con sé anche un discorso di genere: storicamente le donne si sono sottratte alle dinamiche del mercato sessuale per sfuggire alla violenza maschile. Scegliendo la vita comunitaria e l’indipendenza economica al posto del matrimonio, le beghine hanno fatto, in un certo senso, una scelta di protofemminismo separatista. Hanno reclamato il proprio corpo, liberandolo dallo sguardo patriarcale e da ingombranti pressioni sociali, come il matrimonio e la maternità. L’astinenza, per loro, e anche per molte mistiche, non era una privazione, ma la chiave d’accesso a una vita sociale e lavorativa che sarebbe stata altrimenti preclusa. Se si fossero sposate, non avrebbero potuto essere altro che mogli e madri. Il nubilato volontario, invece, offriva loro uno spazio di libertà. Potevano lavorare come infermiere o insegnare, fare le filatrici o gestire orfanotrofi, pur rimanendo laiche. Soprattutto, potevano esistere. Tendiamo a credere che le loro vite fossero misere e noiose, ma non è così. Queste donne ci assomigliano più di quanto pensiamo: coltivavano amicizie profonde, vivevano insieme, senza rinunciare, come invece si crede, all’Eros. Erano anche artiste o scrittrici. Vivevano vite che oggi ci sembrano utopie. Ho imparato tanto da loro, soprattutto che non possiamo vivere senza desiderio, ma che possiamo trovarlo, riscoprirlo, in posti che crediamo impensabili.
ⓢ In Dry Season riporti una frase del tuo psicoterapeuta: «Non ci si sazia mai di una cosa di cui non si ha davvero bisogno». Il modello capitalista ha distorto il desiderio?
Ci ha abituati a desiderare costantemente qualcosa che non durerà mai, che non ci appagherà fino in fondo. Abbiamo tutti come esseri umani un desiderio, molto intenso e fondamentale, di connessione, d’amore, di esperienze relazionali capaci di espandere il mondo intorno a noi e di allargare i nostri orizzonti. Il capitalismo, però, ci costringe a dirottare il nostro desiderio verso gli oggetti nell’illusione che questi possano appagare la nostra sete di connessione. O, cosa più grave, finisce con il depravare i nostri schemi relazionali: trattiamo gli altri come fossero merce da possedere, ci approcciamo all’Eros con foga estrattiva. Ma una relazione non si possiede, una relazione si costruisce.

ⓢ Affidandoti alle esperienze delle mistiche scrivi a lungo di devozione come chiave di accesso a una dimensione più ampia. Non è però la devozione, con tutto il suo portato asimmetrico e la sua inevitabile verticalità, a essere problematica?
Non per come la vedo io. Il divino a cui guardo, da laica, non concepisce separazioni o gerarchie, ma è, anzi, una parte di me, di noi, e noi apparteniamo a nostra volta a qualcosa di più grande. Questa tensione verso l’alto – chiamiamola così – non ha niente a che fare con l’individualismo, ma coincide con il tentativo di sostituire il gesto del consumo con la pratica della connessione. Non è gerarchica, la devozione. Non ti chiede di inginocchiarti, ti invita semmai ad alzarti. Non è sempre stato così, per me. Prima dell’anno di castità, trasformavo l’oggetto di turno della mia attrazione in una divinità di fronte alla quale prostrarmi. Ora, invece, voglio fondermi con ciò che mi circonda.
ⓢ In Chthulucene, Donna Haraway formula quello che poi è diventato un motto di alcuni movimenti queer radicali: «Create parentele, non bambini». Dry Season raccoglie questa esortazione, descrive alleanze che trascendono le generazioni e fa dell’interdipendenza un antidoto contro la dipendenza affettiva. È un libro che risignifica l’amicizia e gli affetti tutti. Se l’Eros, come si è detto, è ovunque, dove si situa il confine tra amore e amicizia?
Mia moglie ha descritto bene questo libro: ha detto che è una lettera d’amore alle mie amiche. Non ci avevo mai pensato prima che me lo dicesse, ma ha ragione. L’esperienza della castità volontaria mi ha consegnato, tra le altre cose, la consapevolezza di quanto possano essere sfaccettate le relazioni. Le amicizie non sono scevre da intimità e romanticismo, ma la nostra tendenza a categorizzare tutto ci porta ad avere paura di quello che proviamo. Io non ho rapporti erotici con le mie amiche, però mi sento innamorata di loro, penso costantemente a quello che fanno, che vorrei vederle, stare insieme. È la società che ci obbliga a scegliere in modo così netto, perché c’è, ancora una volta, l’urgenza di gerarchizzare: la coppia viene posta al centro, le amicizie vengono invece spinte verso i margini. È ingiusto. Le mie amiche sono tanto importanti quanto è importante mia moglie. Anche in questo caso, non c’è distinzione, non c’è scarto.
ⓢ Sottrarsi all’economia relazionale e sessuale, come hai fatto, significa essere inevitabilmente un po’ più soli di prima. E la solitudine è un tema che ricorre nel libro, perché fa paura e perché sa essere, invece, anche liberatoria. Cosa volevi raccontare?
Una cosa piuttosto semplice: che a volte ci si sente più soli quando si è all’interno di una relazione, se questa non funziona. Ci dicono che la coppia è il posto in cui possiamo trovare ascolto e comprensione, in cui possiamo essere visti per quello che siamo davvero. Non è sempre così, a volte accade il contrario e bisogna sapersi fermare. Nel mio anno senza sesso e senza amore, non mi sono sentita sola, perché ho imparato a godere della mia compagnia, perché ho rimesso al centro le amicizie.
ⓢ Quando hai capito che l’esperienza della castità aveva anche un certo potenziale narrativo?
Non è mai razionale, non c’è mai davvero un momento preciso. È un impulso. Quando ho iniziato a scrivere questo libro non credevo sarebbe stato un memoir; immaginavo un testo più accademico, un’indagine intorno alla castità da una prospettiva storica, una ricerca intorno alla vita delle beghine e di Ildegarda di Bingen. Poi la parte autobiografica è emersa naturalmente dalla scrittura ed è diventata centrale, nonostante tutte le mie reticenze e la paura di sentirmi troppo esposta, troppo vulnerabile. Alla fine, ho adorato scriverlo: nei miei precedenti memoir tutto avveniva fuori da me, Dry Season, invece, mi ha permesso di descrivere per la prima volta un cambiamento interiore.
ⓢ Sono passati più di dieci anni dalla fine del tuo periodo di castità: cosa è cambiato?
Tutto, radicalmente. Oggi sono sposata da molti anni e quando ho conosciuto la donna che poi è diventata mia moglie abbiamo subito messo in chiaro cosa desideravamo: entrambe abbiamo dichiarato di volere una relazione libera da copioni prestabiliti, da modelli ereditati. Sull’altare ci siamo promesse pubblicamente di impegnarci a cambiare la nostra relazione ogni volta che ce ne sarà bisogno affinché possa assomigliarci. Cambia la relazione ogni volta che cambiamo noi.
