Nel ‘66 vendeva sfere specchianti ai giardini della Biennale a due dollari l'una: aveva già messo in scena la macchina che avrebbe divorato la sua arte. Ritratto di un'artista che ha passato settant'anni a smaterializzare il mondo, sesso compreso.
C’è un piccolo archivio domestico nascosto nelle oltre mille pagine di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, il romanzo dello scrittore e drammaturgo norvegese Johan Harstad, caso editoriale del momento, in libreria per Sellerio nella felicissima traduzione di Maria Valeria D’Avino e Sara Culeddu. Il protagonista, Max Hansen, scopre che il suo amico più caro, Mordecai, conserva nel ripostiglio di casa una ventina di scatole di cartone. Contengono chincaglie rubate dagli appartamenti di Garden City, a Long Island, dove entrambi vivono: chiavi, tazze, calzini spaiati, una scarpa e una sciarpa, qualche molletta per i capelli, una scatola di cereali, un flacone di ammoniaca, un’armonica, un profumo, una guida tv, qualche ciuccio, un paio di rossetti e vecchi giornali. Non sono da intendere, questi oggetti, come indizi di una malcelata tendenza alla cleptomania, ma come reliquie, schegge di esperienza con cui, ancora giovanissimo, Mordecai prova a tracciare una mappa della vita vissuta fino a quel momento; un tentativo di sfidare il tempo e trasformare la memoria in un oggetto solido, inscalfibile, possibilmente eterno. Nell’enorme cattedrale di carta messa in piedi da Harstad, questa scena all’apparenza impercettibile è, invero, una messa in miniatura dell’intero romanzo. Già a tre pagine dall’inizio della storia, l’autore si affida alla voce del suo protagonista e dichiara i suoi intenti: «Scrivo prima che scompaia tutto. […] Ci sgretoliamo. Come i posti da cui veniamo». Scrivere significa, dunque, fissare i ricordi e, ancora di più, costruire una memoria per resistere all’inesorabilità del tempo, alla disgregazione universale.
È in questo senso che Max, Mischa e l’Offensiva del Tet si può leggere come un romanzo di costruzione ancor prima che di formazione. Il termine Bildungsroman, coniato nell’Ottocento per identificare i romanzi scritti sulla falsariga del Wilhelm Meister di Goethe, porta già in sé questa preziosa doppiezza semantica. La formazione (Bildung) è anche letterale, fisica: il romanzo è lo spazio del racconto di un apprendistato artistico ed esistenziale e, al tempo stesso, il cantiere in cui si assiste alla produzione di un’identità. Mentre cerca di fare i conti con il suo passato, recente o remoto, e fa esperienza del cinema, della musica, della pittura e del teatro, il protagonista di Harstad costruisce sé stesso. Cresce e cambia, si sposta, si cerca e qualche volta si trova, salvo poi accorgersi di quanto sia vana la prospettiva di un approdo fisso.
Max Hansen, come Johan Harstad, cresce a Stavanger, in Norvegia, e da lì comincia a fare esperienza del mondo, prima che la decisione dei suoi genitori di trasferirsi negli Stati Uniti interrompa bruscamente l’idillio infantile. L’affrancamento geografico è una piccola morte improvvisa, il lutto originario, oltre che l’evidenza di un fatto rivelatorio: non esiste convinzione che non possa essere tradita. Comunisti della prima ora, gli Hansen rivendicano da sempre le proprie posizioni antiamericane, ma infine cedono al fascino dell’impero a stelle e a strisce, congedandosi per sempre da una lingua e da un passato comune. È negli Stati Uniti che Max, expat ante litteram, diventerà adulto provando a sopravvivere alla certezza che la vita sia sempre una questione di «affrancamento, in tutte le sue forme; dalla famiglia e dal paese; e gli uni dagli altri».
A distogliere la sua attenzione, per quanto possibile, dal pensiero della fine arrivano le scoperte e gli innamoramenti, l’amicizia con Mordecai e il teatro, forse soprattutto il teatro, il teatro e l’amore. Se i primi palcoscenici fungono proprio come per Wilhelm Meister da iniziazione alla politica e i testi di Ionesco, Beckett e Shakespeare lo traghettano verso un futuro, tanto agognato, da regista di fama mondiale, l’amore per Mischa Grey – artista anche lei; pittrice di origine canadese – gli offre una nuova possibilità di ancoraggio. È dentro il volto di quella che sarà la sua compagna per gran parte della vita che Hansen farà il suo nido. Tra quei capelli corvini, sotto quegli occhi grandi, che tanto gli ricordano la Shelley Duvall di fine anni Sessanta, Max sentirà di aver trovato una nuova casa, lontano dalla Norvegia.
Il libro di Harstad, ormai diventato a questo punto e a tutti gli effetti anche un romanzo d’artista, entra così in una nuova fase: quella in cui il racconto della Bildung si moltiplica. La costruzione artistico-identitaria di Max, pur rimanendo centrale, si affianca a quella di Mordecai, Mischa e, soprattutto, a quella di Ove, lo zio che il protagonista non sapeva di avere, fratello del padre, jazzista, reduce della guerra in Vietnam (e dell’offensiva che dà il titolo al romanzo), figura misteriosa e al contempo paradigmatica, che ci dice come il processo di assimilazione culturale comporti spesso una mutilazione del sé. Per provare a fabbricarsi sotto le stelle del jazz newyorkese, Ove ha cambiato molto della sua vita, quasi tutto, onomastica compresa. Diventa – non appena riesce a ottenere la cittadinanza americana – Owen Larsen, ma il prezzo da pagare è altissimo. La moneta di scambio è l’adesione ai valori americani, bellici e anticomunisti, di fronte ai quali Hansen-Larsen china il capo, rinunciando alla famiglia, dimenticando la Norvegia e persino un po’ sé stesso. Anche lui, come i genitori di Max e come tutta una generazione, si è tradito e, insieme, è stato tradito dalla grande storia: ha svenduto l’ipotesi di una felicità, almeno passeggera, per l’illusione di un sogno che mai si avvererà. Si era immaginato musicista, si è ritrovato soldato.
Attraverso la storia di zio Ove, e la ricerca che il protagonista compie sulle sue orme, Max, Mischa e l’Offensiva del Tet porta a compimento il suo sdoppiamento e diventa il testo massimalista di cui tutti stanno parlando: un romanzo-vita più che un romanzo-mondo, torrenziale e affollatissimo, ultra-dettagliato e plurifocale, sostenuto da tre voci narranti: due prime persone e una terza persona. Un libro di inscatolamenti e rispecchiamenti, che si ripete senza ripetersi mai davvero, capace di fare del mondo un posto piccolissimo e di ogni esistenza un luogo potenzialmente sconfinato, e viceversa. È un deposito e un atlante dell’esperienza umana, che non lesina aneddoti e lunghe digressioni sull’arte e sulla storia. Dentro ci sono, tra le altre cose, anche l’11 settembre, l’Afghanistan e l’Iraq, l’uragano Sandy, la crisi finanziaria del 2008, la vietnamizzazione del presidente repubblicano Nixon, poi pagine intere sul valore del Rinoceronte di Eugène Ionesco e ancora riflessioni sull’arte pittorica ai tempi del capitalismo più aggressivo, ma il testo non perde mai il suo mordente e non rinuncia al tono sostenuto, sempre brioso, colto e insieme colloquiale. La voce di Harstad non si fa mai luttuosa né, tanto meno, disperata. È semmai gioiosamente nostalgica, perché nasce dalla consapevolezza di un paradosso che, nella sua semplicità, sembra tanto caro all’autore norvegese: non esisterebbe la vita senza il suo contrario. Se qualcosa perisce è perché, da qualche parte, in qualche tempo, è stato vivo.
Per quanto giochi un ruolo decisivo, questa lingua sbrigliata e accessibile non basta, da sola, a giustificare l’enorme e meritatissimo, sebbene probabilmente insperato, successo di vendite del romanzo. La forza trascinante di Max, Mischa e l’Offensiva del Tet risiede anche nella sua capacità di registrare l’esperienza che accomuna ogni essere umano, ovvero quell’immalinconimento che si origina dalla certezza della fine, dell’inevitabilità della perdita. Come ha detto Max Hansen, è tutta una questione di affrancamento, la vita. Nella sua esistenza, come in quella di chi legge la sua storia, arrivano divorzi, separazioni e traslochi, finiscono amicizie, tramontano sogni e ideali, giungono infine le malattie, la morte, poi cala il sipario. È per non cedere alla fragilità delle cose, per non darla vinta alla morte, che si tenta strenuamente di allearsi, di annodarsi stretti a qualcuno. Come Mordecai con le reliquie stipate nel suo ripostiglio, tutti ripariamo i nostri ricordi o tentiamo di rievocare quello che abbiamo vissuto. «Dipingo la memoria», dice Mischa, ormai al culmine della sua carriera, per raccontare il suo lavoro: vuole esplorare sulla tela il rapporto tra colore e ricordi e, con ancora più ambizione, provare a «sviluppare un sistema di codici a barre della memoria, per poterla scansionare visivamente e accedere a ricordi specifici». Max, Mischa, Ove, Mordecai, Harstad stesso, tutti attuano le proprie migliori strategie per massimizzare la memoria, tutti si affidano a una personale offensiva davanti al pericolo dello sgretolamento, e noi con loro. Lo facciamo per rispondere al bisogno di giungere al racconto – più o meno completo, più o meno sincero, messo per iscritto o solo custodito nella testa – di una vita.
