«Ten decisions shape your life. You’ll be aware of five about».
La voce di Julian Casablancas accompagna una delle ultime sequenze di Marc by Sofia. Marc Jacobs è finalmente a casa. Lo show è finito, l’adrenalina si è dissolta, il personaggio pubblico lascia spazio a una stanchezza plausibile. La stessa canzone (I’ll Try Anything Once) Sofia Coppola l’aveva scelta nel 2010 per una delle scene più intense nella cornice dello Chateau Marmont di Somewhere, e non sorprende ritrovarla qui. Gli Strokes tornano spesso nella sua filmografia, come un riferimento che funziona ormai da codice interno. Difficile ascoltare What Ever Happened? senza pensare a Kirsten Dunst che corre a piccoli passi per Versailles. Così come è difficile pensare a una sua pellicola senza l’idea alla base che l’identità sia qualcosa che si costruisce per tentativi, tra intuizioni fortunate e lunghi periodi di incertezza.
E dopo averla ascoltata raccontarsi per un’ora in Fondazione Prada, durante l’incontro che ha preceduto la proiezione di quello che è il suo primo documentario, quella frase della band newyorkese sembra descrivere anche lei. Coppola parla di un percorso personale dove si è sempre concessa il lusso di provare. Le velleità tra moda ed editoria, l’alter ego “Domino” – usato inizialmente per ritagliarsi un po’ d’autonomia in una famiglia in cui il cognome occupava già parecchio spazio nei titoli di coda – nutrite dalla classica difficoltà post-adolescenziale di capire dove buttarsi a capofitto. Quella sensazione di essere ancora in costruzione non sembra averla mai abbandonata. Forse è anche per questo che continua a tornare a personaggi sospesi tra ciò che sono e ciò che stanno diventando, così come fa anche con il suo caro amico Marc.
Una mappa di riferimenti condivisi
‘Marc by Sofia’, presentato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia e mostrato a Milano in quella che è stata a tutti gli effetti una seconda prima italiana, nasce dall’amicizia trentennale tra Coppola e Marc Jacobs. Prodotto da A24, il film segue in tutti i suoi stadi la preparazione della collezione Primavera/Estate 2024 del designer statunitense e segna l’ennesimo debutto della nepo baby per antonomasia nel cimentarsi in qualcosa di nuovo, abituata a lavorare con una sceneggiatura e una struttura già definite. Quando le chiedo come cambi il suo approccio nel raccontare qualcuno che conosce e ama profondamente, mi risponde che la familiarità è stata indubbiamente un vantaggio. Ammette che non c’era l’intenzione di costruirne un ritratto lineare o didascalico e guardando il film la sensazione è effettivamente questa.
E proprio per questo, a tratti, può lasciare incompleto chi si aspetta un assetto tradizionale. ‘Marc by Sofia’ è esattamente ciò che il suo titolo promette e ciò che ci si può aspettare da un film diretto da Sofia Coppola su Marc Jacobs: un archivio affettivo costruito da due persone che per decenni hanno guardato nella stessa direzione, celebrando da ambo i lati un’estetica nata, sì, dal benessere economico e da invidiabilissime eredità culturali, ma capace di diffondersi ovunque. E così com’era la volontà della regista, è da leggere più come una mappa di riferimenti condivisi che come una lineare biografia. Senz’altro ne esce un film speculare ai suoi autori, candidamente più interessato alle atmosfere che alle indagini. Una scelta che ne costituisce insieme l’attrazione e il limite, e che aiuta a comprendere le reazioni contrastanti raccolte dalla critica a Venezia.
Per una giovane donna cresciuta a pane e “ribellioni patetiche da città piccola” tenuta in vita da antidepressivi, amare Sofia Coppola garantisce sicuramente un accesso privilegiato al documentario. Gli scenari in cui si è immersa negli anni attraverso i suoi film hanno aiutato la “selezione all’ingresso” del suo pubblico: una percezione ancora in essere anche e soprattutto nella forma del documentario, il cui côté privato scatena automaticamente l’interesse degli accoliti dell’autrice, capace negli anni di creare un universo di riferimenti estetici iper-risconoscibili. Quel mondo fatto di Vogue anni Novanta, X-Girl, Cindy Sherman, Juergen Teller, Chloë Sevigny, Marc Jacobs e Sofia Coppola stessa. Per chi riconosce e ama quell’alfabeto visivo, questo ricco moodboard animato è inevitabilmente seducente. Il processo creativo del designer diventa un pretesto per una costellazione di riferimenti, spesso più evocativa che analitica. E per chi non li conosce, il rischio è quello di essere tagliati fuori.
I always wanted to put on a show
Durante il talk Coppola insiste molto sull’iter progettuale come zona di incertezza. Ed è una delle parti più riuscite anche del film. Lei e Jacobs lavorano nello stesso modo, dentro una continua instabilità. Non sanno sempre dove stanno andando, e il dubbio non è un problema ma ne costituisce il metodo. Non sorprende quindi che per gli amanti dello stilista statunitense, i momenti più interessanti siano quelli in cui il protagonista racconta come i suoi tentativi abbiano preso forma. A metà documentario è lo stesso Jacobs a pronunciare una frase che potrebbe riassumere tranquillamente la sua intera carriera: “I always wanted to put on a show.” E in effetti tutto il suo percorso sembra ruotare attorno a questa idea, dove anche le controversie diventano motivo di spettacolo. Tra le gesta più memorabili viene ricordata quella di vestire Winona Ryder per il processo che la vedeva coinvolta in un taccheggio di vari capi tra cui un maglione firmato Marc Jacobs. Lo stilista decide di costruirne una figura estremamente adulta e seriosa, lontana da quell’alone punk che la dominava. Quegli outfit trasformarono uno scandalo in un’operazione di marketing geniale.
Il periodo del grunge
Il film attraversa i passaggi di vita di Marc Jacobs come archivio culturale in cui, tra i frammenti epocali ripercorsi, è il periodo del grunge a fare da galeotto al matrimonio artistico con Sofia. Quella collezione SS 1993 per Perry Ellis, che gli valse un licenziamento istantaneo, con Kate Moss, Naomi Campbell e Kristen McMenamy in sottoveste, flanella e anfibi, contribuì a legittimare l’idea che le sottoculture potessero entrare direttamente nel sistema moda. Un principio che oggi appare quasi scontato, ma che allora non fu ben accolto neanche dagli stessi rappresentanti della scena di Seattle (Courtney Love dichiarò in un’intervista a WWD di aver bruciato i capi di campionario inviati da Jacobs a Kurt Cobain e consorte). È lo stesso immaginario che si sovrappone e poi si unisce alla vita di Coppola in una narrazione condivisa.
All’inizio degli anni Novanta sua madre la porta a una sfilata di Jacobs dopo aver visto i suoi lavori su Vogue. Non a caso nel 1994 la regista, insieme a Spike Jonze, Kim Gordon e Daisy Von Furth, organizza un guerrilla show per il neonato brand X-Girl fuori da una sua sfilata. Ed è lì che i due universi iniziano a fondersi. In un ecosistema in cui moda, cinema, musica e arte contemporanea convivevano nello stesso spazio mentale, nel medesimo modo in cui riviste, passerelle, gallerie, club e set cinematografici sembravano appartenere alla stessa conversazione. E alla fine la malinconia per quella Manhattan che sicuramente non ho potuto vivere, per motivi tanto anagrafici quanto geografici, diventa travolgente, lasciando la sensazione, come volevasi dimostrare, che il film non documenti soltanto uno stilista, ma la fine di una certa New York e di una stagione culturale irripetibile che ha permesso reciproche ispirazioni multiformi.
Oggi Jacobs è un personaggio diverso. Quello delle manicure ispirazionali, dei video autoironici sui social, dell’uomo che entra in un negozio del proprio brand senza essere riconosciuto. Eppure la struttura narrativa in tre atti che Coppola dice di aver imparato da suo padre continua a funzionare perfettamente anche con lui: un personaggio una volta messo in cima, scena dopo scena, attraversa un lento atto di caduta fino a ritrovarsi in vestaglia nel proprio appartamento travolto da una depressione “post-partum”. Succede a Charlotte in Lost in Translation, a Marie Antoinette, a Johnny Marco in Somewhere. Succede anche a Marc Jacobs. Quando i riflettori si spengono e lo spettacolo termina, resta una persona che continua a cercare la direzione successiva. Proprio come i protagonisti dei film di Sofia Coppola. Proprio come Sofia Coppola stessa.
