Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Ci sono molte domande politiche e strategiche da farsi, sui razionamenti energetici ai quali cui ci stiamo attrezzando con quello stupore infantile da inizio marzo 2020, ma ce n’è anche una esistenziale: come facevamo a non avere paura di tutto questo, a non accorgerci che a furia di giocare col fuoco ci saremmo bruciati?
L’Agenzia internazionale dell’energia ha annunciato che aprile sarà il mese più duro della crisi (finora), la Commissione europea anticipa i razionamenti per maggio. E noi qui, a realizzare che forse siamo stati vittime di una delle più grandi operazioni di gaslighting di massa della storia, e che quel gaslighting si sta concludendo ora come si chiudono sempre gli inganni relazionali, non per un’epifania improvvisa ma con una sequenza di segnali rallentati dalla vergogna di chi non riesce a credere di essere stato davvero così fesso. Passeremo alla storia come la generazione che tra la guerra in Ucraina e quella in Iran ha davvero creduto che la sicurezza energetica fosse avere il maggior numero di accordi per comprare nuovo gas.
Eravate davvero così scemi?
Eravamo davvero così scemi.
È la stessa prontezza di riflessi con cui il ragionier Fantozzi scopriva l’amante fornaio della moglie grazie ai cassetti pieni di pane. In quel momento «venne colpito da un leggerissimo sospetto», proprio come gli italiani che a quattro anni dalla crisi ucraina continuano ad avere i cassetti pieni gas e petrolio anche lì dove altri Paesi (Spagna, Germania, gli scandinavi) li hanno ridotti da tempo, come il riscaldamento degli edifici, o la mobilità urbana, per non parlare delle auto private. Sono tre anni che qui da noi le installazioni di rinnovabili rallentano. La fantozziana Italia inginocchiata al megadirettore di turno ha provato a diventare una specie di esperimento unico al mondo, un petrostato senza petrolio, con una centralità degli idrocarburi concepibile solo se quegli idrocarburi fossero usciti anche dai rubinetti del Colosseo. Invece di idrocarburi nazionali praticamente non ne esistono (se non poche trascurabili eccezioni, buone solo per generare spaventose storie di inquinamento locale). Ed eccoci qui, dopo quattro anni di sicurezza energetica non sappiamo nemmeno se potremo ricaricare il cellulare tutte le sere.
Non è toccato solo all’Italia, l’ondata di razionamenti è partita in modo più brutale in Asia e nord Africa, poi arriverà e farà male in tutta Europa, ed è comunque una buona occasione per ricordare che viviamo in un mondo in più di mezzo miliardo di persone vivono senza elettricità, una popolazione superiore a quella europea che non ha niente da razionare e che ci guarda come James Franco guarda i compagni di patibolo nel meme tratto dal film The Ballad of Buster Scruggs: «Prima volta?». Il panico attuale è tante cose e in parte è anche una caduta dal privilegio e dal non aver nemmeno provato a meritarcelo, quel privilegio di decenni di energia abbondante.
Il solito paradosso italiano
Il paradosso tutto italiano dentro questa grande e complicata storia globale dell’energia è aver rinunciato poco più di dieci anni fa a una serie di vantaggi. Nel 2014 l’Italia era un paese che correva più di altri sul fotovoltaico, eravamo all’avanguardia, e ci eravamo costruiti un costoso trampolino verso un futuro meno spaventoso, e poi abbiamo deciso di non usarlo, quel trampolino, proprio quando il solare diventava la fonte di energia più economica al mondo. Abbiamo detto no al sole e al vento e sì a Hormuz, ingaggiando dopo il 2022 con la vicina Spagna un esperimento degno di una serie Tv, La Casa del Sol: prendiamo due paesi con economie simili, due geografie paragonabili, ma a uno facciamo fare una trasformazione energetica profonda, e l’altro teniamolo come si fa con le riserve boschive integrali, un pezzo di passato recintato per studiare le dinamiche economiche della degradazione fossile. E ora l’Italia, resasi gruppo di controllo per vedere come si vive senza voler progredire mai nemmeno per sbaglio, ha i costi dell’energia più alti d’Europa, è l’economia più vulnerabile alla durata imprevedibile della guerra, abbiamo sprecato il PNRR senza elettrificare quasi niente, ci ritroviamo con i condomini pieni di caldaie a gas, in un discorso pubblico dove l’auto elettrica è ancora considerata un meme, tristi deindustralizzati y final.
La crisi che abbiamo di fronte è quello che succede quando ti intossichi delle tue stesse bugie. Nel 2022 il governo Meloni al debutto fece due cose che col senno di poi erano un’agnizione: sbagliò il nome del ministro (annunciarono Zangrillo, che sarebbe andato alla Pubblica amministrazione, e non Pichetto Fratin) e cambiò il nome del ministero, da Transizione Ecologica ad Ambiente e Sicurezza Energetica. Tra le righe, non potevano essere più chiari: il nome del ministro era così poco importante da essere oggetto di lapsus, uno valeva l’altro, quello che contava era sposare il verbo delle partecipate energetiche legate all’oil&gas, che avevano appena codificato il totem della sicurezza energetica fossile dopo la crisi ucraina.
Il punto è che oggi potremmo legittimamente chiederci: dopo quattro anni di apposito ministero e di accordi con qualunque dittatore con idrocarburi avessimo in rubrica Whatsapp, ci sentiamo più o meno energeticamente sicuri che nel 2022? Ecco. Sono sicuramente successe cose imprevedibili, nel mondo. Chi se lo aspettava questo 2026? Ma questo è il genere di cose imprevedibili che ti colpiscono di più quando ti aggiri con pochi soldi in tasca e in crisi di astinenza nei bassifondi di una città in cerca di una dose. Ti metti nei guai, e ogni volta che provi a risolvere un guaio nei crei uno più grosso. E infatti oggi dobbiamo pregare che alla geopolitica di Algeria e Azerbaijan (due fornitori cruciali di gas per l’Italia) non venga nemmeno un raffreddore geopolitico, e nessuno qui vuole fare la Cassandra, ma sono due paesi che gestiscono due tra le crisi locali più complicate al mondo, quella dei Saharawi e del Nagorno Karabakh. E sempre più le gestiscono con le dita poggiate sulla carotide energetica italiana.
Le alternative che c’erano e ci sono
Se non avessimo alternative a metterci in questo tipo di guai per accendere i lampioni, dovremmo ringraziare chi frequenta i bassifondi per conto nostro. Il punto, e qui sta il gaslighting, è che le alternative c’erano, la Spagna sta diventando un piccolo elettrostato e lo sta facendo in faccia a noi, che abbiamo trattato le fonti di energia emergenti come i giovani vivai nel calcio, con esiti simili, credendo al realismo conservatore degli stregoni: l’energia è una cosa semplice, il calcio è una cosa semplice. Mentre gli altri costruivano i sistemi energetici del prossimo secolo (e chiunque abbia messo piede in Cina negli ultimi anni sa di cosa parlo) noi continuavamo a comprare rigassificatori in leasing per accontentare il più grosso e perfido degli spacciatori, il presidente degli USA. Come Fantozzi di fronte al pane, ci abbiamo messo un po’ a capire che gli USA in parallelo a tutte queste alterne vicende (sovranismi, pandemie, crisi climatica) erano diventati a partire dagli anni ’10 il più grande produttore di gas e petrolio al mondo, grazie al fracking, la perforazione idraulica delle rocce. E avevano un’agenda nemmeno troppo nascosta e non diversa da quella di Walter White il giorno che scopre come fare la metanfetamina blu.
In questo conflitto di agende, intenzioni e interessi, l’Italia ha sviluppato una paralisi a se stante, nel 2027 non ci sarà più il PNRR, continueremo ad avere l’energia più cara d’Europa, la crescita inferiore all’errore statistico, nessuno straccio di piano su come rilanciare l’industria. E in più, come la beffa di una favola di Esopo, sta arrivando anche la transizione. C’è questa frase di Churchill che piace ai liberisti militaristi: «Potevano avere il disonore o la guerra, hanno scelto il disonore, avranno lo stesso la guerra». Era una critica della politica di appeasement europea nei confronti di Hitler, noi abbiamo fatto qualcosa di simile col fossile: ci siamo illusi di poter scegliere tra il riscaldamento globale (brutto, ma brutto sulla scala dei nipoti, e cosa hanno fatto sti nipoti per noi?) oppure la transizione. Abbiamo scelto il riscaldamento globale per tenerci il vecchio, caro, affidabile fossile, che ci sembrava così sicuro e tradizionale e virile, e avremo comunque la transizione, la meno desiderabile, quella non governata e imposta dall’alto perché sta scarseggiando il petrolio. Viene evocata la parola lockdown, che in questo caso è una sciocchezza retorica. Un volo cancellato per Corfù non è lockdown. Né lo sono lo smart working (la più sottovalutata delle misure ecologiche) o abbassare la velocità in autostrada, altre delle proposte evocate del commissario europeo all’energia per rispondere alla crisi in arrivo. Ci saranno dei razionamenti, alcuni ci turberanno, altri saranno assorbiti in una nuova normalità.
È difficile intuire il punto di uscita di questa crisi, ma un fatto è evidente: petrolio e gas stanno vivendo una crisi reputazionale senza precedenti. Sarebbe un finale morale da film di Scorsese: l’uomo che il settore petrolifero USA aveva messo al comando per l’apoteosi finale del drill baby drill si ritrova a essere quello che fa a pezzi il settore, togliendogli decenni di futuro e ogni credibilità. Per uscire dalla crisi, dai razionamenti, dai costi impazziti ci vorranno anni, e sullo sfondo c’è la crisi climatica, di cui dovremo pur tornare a discutere, ma almeno c’è qualcosa che potremo lasciarci alle spalle: il petrosplaining, l’aria saputa con cui i commercianti di idrocarburi ti spiegavano la vita come il personaggio di Bill Bob Thornton in Landman, dicendoti che erano loro a garantire il funzionamento del mondo, non certo gli ingenui fiocchi di neve dell’eolico come te. Mentre l’occidente affonda nei si costi energetici, mentre l’Italia è il drogato di petrolio che se la passa peggio (scegliete voi che personaggio di Breaking Bad siamo), c’è un intero altro pezzo di mondo che ha guardato i numeri, l’ingegneria, l’innovazione e la geografia, e aveva pianificato la nostra obsolescenza da decenni. Il punto è che noi gli abbiamo dato una grossa mano, e l’unico modo per non essere il cliché della terza generazione di ricchi col naso sporco di cocaina che seppellisce la prosperità di famiglia è smettere di ascoltare chi ci sta somministrando il declino una dose alla volta.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».
