C’è un uomo solo, in barca, che naviga nel giorno senza fine del Circolo Polare Artico
Ambrogio Beccaria ha compiuto una delle più grandi imprese nella storia dello sport italiano: il 16 giugno ha vinto la Vendée Arctique alla sua prima partecipazione e alla sua primissima regata in solitario, otto giorni in cui ha affrontato, e superato, la sfida eterna del Grande Nord.
Fino allo scorso 6 giugno, alla vigilia delle nostre rispettive partenze per il Nord, io e Ambrogio Beccaria non sapevamo nulla l’uno dell’altro. Se la sua lacuna era ampiamente scusabile, meno lo era la mia: Ambrogio è uno degli sportivi italiani più speciali della sua generazione – che poi è anche quella del sottoscritto.
Sto parlando di un navigatore di caratura internazionale, uno dei pochissimi in grado di interrompere il dominio dei francesi nel mondo della vela oceanica in solitario. Nel 2019, a ventotto anni d’età, Ambrogio ha vinto la Mini Transat, storica traversata dell’Atlantico a bordo di barche lunghe appena 6,5 metri. Un’impresa che lo ha proiettato nell’élite mondiale della vela d’altura e alla quale ha dato continuità negli anni successivi, fino a diventare un accreditato contendente al titolo più prestigioso per uno skipper. Nel 2028 si presenterà, non senza ambizioni, al via della leggendaria Vendée Globe, l’equivalente velico dei Mondiali di calcio, che come questi si svolge ogni quattro anni.
La Vendée Globe è la regata intorno al mondo più estrema e severa che esista: si disputa, oltre che in solitario, senza scalo e senza assistenza esterna, a bordo di barche velocissime, spaventosamente tecnologiche, lunghe 60 piedi esatti (18,28 metri) e dette IMOCA 60. Ambrogio – che è un ingegnere navale – ha curato personalmente l’evoluzione e l’adattamento dell’IMOCA 60 sul quale affronterà tra due anni il giro del mondo. Lo paragona a un gigantesco uccello marino, ed è sponsorizzato da un marchio che rimanda al grande ciclismo: si chiama Allagrande Mapei. La regata per la quale era in partenza il giorno della nostra chiacchierata introduttiva sarebbe stata la prima per Ambrogio in solitario a bordo di questo scafo. E non era una regata qualsiasi.
Si trattava della Vendée Arctique, uno dei test più probanti in preparazione della Vendée Globe. La difficoltà principale della Vendée Arctique, che come la regata madre non prevede scali né assistenza esterna, risiede nella missione assegnata ai partenti – la stessa che peraltro attendeva me: l’attraversamento del Circolo Polare Artico. Il giorno dopo la nostra telefonata, Ambrogio avrebbe preso il comando del suo IMOCA 60 con l’obiettivo di condurlo nel più breve tempo possibile dal porto di Les Sables-d’Olonne, Vandea, fino alla latitudine 66° 33’ 49’’ Nord e ritorno. Io, meno avventurosamente, sarei salito a bordo del traghetto che collega il villaggio islandese di Dalvík all’isola di Grímsey, la sola porzioncina d’Islanda tagliata dal Circolo Polare Artico, diventata negli ultimi anni uno dei miei approdi di riferimento nella gara – senza premio finale – in cui da anni mi cimento trasferendomi in luoghi via via più lontani e isolati.
Ho telefonato ad Ambrogio dalla città di Akureyri, la capitale del Nord dell’Islanda, poco dopo aver acquistato una confezione di pasticche per il mal di mare. Lui mi ha risposto dalla sua barca, a Les Sables-d’Olonne, mentre ultimava le operazioni pre-partenza.
«Piacere di conoscerti» gli ho detto.
«Piacere mio» ha risposto lui, con un tono di voce amichevole ma serio, che tradiva una certa irrequietezza. «Per provare a smaltire la tensione stamattina sono andato a correre» ha ammesso. «Ma l’unico risultato è che adesso ho sonno».
Il sonno era l’argomento di una delle (non troppe) domande che mi ero preparato. Avevamo dieci minuti a disposizione, prima che lui tornasse alle sue incombenze. Mi interessava sapere come e quando sia possibile riposarsi, quando ci si trova a governare da soli una barca in mezzo al mare – durante una competizione, per giunta. Ambrogio mi ha spiegato che nelle regate in solitario ci si assopisce a piccole dosi: brevi sessioni di sonno della durata di 20-30 minuti l’una, non di più, quando il mare non è grosso. «Temo che quando saremo lassù sarà ancora più difficile prendere sonno, dato che non ci sarà buio…».
Gli ho confermato che addormentarsi è il tormento di ogni estate boreale, per lo meno nel mio caso: la luce dilagante del giorno senza fine si traduce in un riposo notturno frammentato e, di conseguenza, in una serpeggiante fiacchezza diurna. Non era tuttavia la carenza di sonno il timore principale del mio interlocutore alla vigilia della sua prima incursione artica. Non era nemmeno il possibile impatto con una balena, eventualità non remota nelle «acque selvagge» del Nord (Ambrogio ha una balena tatuata su un braccio, memoria di un incontro pregresso, che bacia ogni qual volta percepisce che potrebbe incrociarne un’altra). La sua preoccupazione riguardava soprattutto le condizioni meteorologiche. La nebbia, la scarsa visibilità, le onde alte, le depressioni. Fenomeni con cui i navigatori oceanici hanno una certa familiarità, ma a che a certe latitudini possono diventare estremi – e che per questo generano strategie di gara più aperte e imprevedibili del solito. Sì, perché un’altra caratteristica della Vendée Arctique è che la rotta è libera: in altre parole, ogni skipper decide autonomamente a che longitudine tagliare il Circolo Polare Artico, e che rotta seguire per fare rientro in Francia.
«Credo che tutti e otto taglieremo il Circolo a est dell’Islanda, è la via più breve», mi ha rivelato Ambrogio specificando che però non ci sarebbe stato verso di scorgere lui o i suoi avversari dalle coste islandesi. Le imbarcazioni in gara sono infatti obbligate a rispettare una Zona di Esclusione larga circa cinquanta miglia nautiche, oltre che a evitare tassativamente di navigare nelle Zone di Protezione dei Cetacei. Nessuno lo avrebbe applaudito dal litorale, in altre parole; non gli sarebbe stato consegnato alcun diploma di attraversamento del Circolo Polare, come avviene invece tutti i pomeriggi presso la guesthouse Gullsól di Grímsey, prima della ripartenza del traghetto, quando i turisti del giorno passano a ritirare il certificato di missione compiuta. Soltanto migliaia di uccelli marini – oltre alle diverse webcam sparse sulla barca – gli avrebbero fatto compagnia nella traversata.
«Ci si allena, a una solitudine del genere?» ho chiesto in conclusione di chiacchierata. Ambrogio mi ha risposto di no. È uno stato in cui si è sempre trovato bene, e ci mette poco a rimettere in sesto il suo modo di stare da solo in mare. «E comunque sulla barca ho una grandissima compagnia, che è la competizione. Quella roba lì è un’enorme sorgente di energie, e mi fa accettare tutta la solitudine che serve».
Il navigatore che non conoscevo, e che forse avevo scambiato per un esploratore d’altri tempi, aveva riportato l’attenzione su un fatto che, preso come sono dalla simbologia del viaggio e del Grande Nord, rischiavo di trascurare: lui era uno sportivo, uno sportivo vero, e non si isolava per cercare un’avventura, la felicità, o se stesso. Il milanese Ambrogio Beccaria, con quel nome impiegatizio da protagonista di un racconto di Buzzati, partiva in solitario verso l’Artico perché per lui la solitudine è prima di tutto un mezzo, una condizione necessaria a ottenere risultati. Tra tutti i motivi per cui ci si spinge verso settentrione, il suo pareva uno dei meno romantici in assoluto: vincere una gara iper tecnica a bordo di un mezzo iper tecnologico, o prepararsi a vincerne una futura.
Ma davvero quel viaggio era completamente privo della dimensione della poesia? Davvero quell’uomo era un freddo calcolatore pronto al solcare il mare artico come se non fosse uno dei maggiori depositi di ispirazione letteraria dell’umanità, ma un suo temporaneo campo di addestramento?
Ambrogio è partito da Les Sables-d’Olonne il 7 giugno, la data in cui in Islanda si è celebrata la Giornata dei Pescatori 2026. È una festa nazionale, con la quale si onora il ruolo dei marinai nella società islandese, si commemora chi ha perso la vita pescando e, più in generale, si celebra il legame viscerale che esiste tra la nazione e il mare, tra l’isola e le masse d’acqua tumultuosa che la cingono, elargendo ricchezza e a un tempo esigendo tributi. La natura duplice di questa relazione è incarnata dal misto di attrazione fisica e rispetto reverenziale in essere tra gli uomini di mare e il loro elemento. In un’uscita notturna con i pescatori di Grímsey, ho appreso che uno dei motti marinareschi locali più diffusi è “Heima er best í hófi”, che significa qualcosa come “Casa è il posto migliore, ma con moderazione”.
Mi pare di aver ritrovato uno spirito affine in una delle affermazioni di Mare selvaggio, il libro che Ambrogio Beccaria ha scritto insieme a Matteo Caccia e che io mi sono spolpato durante la traversata verso Grímsey. «Avevo bisogno del mare, nella mia vita» sostiene a un certo punto Ambrogio, certificando la sua natura di navigante a dispetto dei natali metropolitani. Un po’ come io mi sento uno del Nord nonostante tutto nel mio aspetto e nella mia formazione parli di Sud. Primo punto di contatto, allora: il luogo da cui proveniamo non definisce nessuno di noi.
La Vendée Arctique di Allagrande Mapei è cominciata con una serie di disavventure di prim’ordine. Una catena di calamità che mi ha fatto pensare alla Parigi-Roubaix, la corsa di ciclismo famosa per gli inconvenienti (forature, guasti, cadute) che possono capitare ai protagonisti in uno qualsiasi dei tanti settori con fondo stradale in pavé previsti dal percorso. Con la differenza che i ciclisti possono sperare nel pronto intervento degli esperti meccanici al loro servizio, i navigatori oceanici possono contare esclusivamente sulla propria versatilità. Nei primi tre giorni di regata, Ambrogio ha dovuto prima porre rimedio a un guasto elettrico che l’ha lasciato per diversi minuti al buio, poi liberare la chiglia della barca da una rete da pesca con allegata boa che vi si era impigliata. Ha ammainato le vele, ha messo l’IMOCA alla cappa e si è immerso. Nel reel Instagram che testimonia l’intervento, lo si vede indossare muta, pinne e maschera e tuffarsi cinque volte in mare per completare l’operazione. «La corrente mi strappava via dalla chiglia… In compenso l’acqua era meno fredda di quanto pensassi», ha riferito con il consueto rigore sul suo sito.
L’11 giugno la Vendée Arctique ha smesso di essere la Parigi-Roubaix ed è diventata la Liegi-Bastogne-Liegi, la classica in cui i ciclisti partono e arrivano nella grande città belga (percorrendo una strada diversa) dopo aver toccato Bastogne. La Bastogne di Ambrogio era il Circolo Polare Artico. L’ha tagliato poco prima delle otto di sera, a circa duecento miglia nautiche a est di Grímsey, in una zona molto simile a quella scelta dalle altre barche in gara. Per una manciata di minuti abbiamo condiviso la latitudine e la foschia serale, che avvolgeva tanto la mia isola quanto il suo IMOCA 60. Nella live dedicata all’attraversamento del Circolo, l’ho visto armeggiare per un quarto d’ora con in testa un berretto nero e addosso una voluminosa cerata gialla, finché la virata non è stata completata e le vele di prua issate. A quel punto poteva iniziare la discesa verso sud, più rapida, propiziata dall’accelerazione del vento. Durante la diretta artica Ambrogio non ha proferito parola, lasciando che a comunicare fossero i suoi gesti – oltre al fracasso delle onde e al ronzio metallico del natante. Le sue parole mi sono giunte qualche ora più tardi, in uno scambio di vocali in cui al sempre più inquietante ululato emesso dalla barca faceva da contraltare il chiaro entusiasmo del suo pilota.
«Ciao Leonardo, alla fine ho visto l’Islanda!», ha esordito nel primo audio. «Ho fatto anche una foto, in un rarissimo momento di cielo aperto. Fuori c’era un ventone forte, e in quello sprazzo lì ho visto le cime innevate. Stupendo. Mi ha fatto anche un po’ uscire dal torpore della notte senza buio, che è angosciante. Dalle Fær Øer in avanti mi è sembrato di vivere una giornata di quarantott’ore. Che non sapessi più dove fossi finito, e mi fossi perso in mezzo all’oceano. È diventato tutto lattiginoso, non riuscivo a dividere il mare del cielo. Mi mancavano proprio i riferimenti, come in un mezzo sogno. Invece grazie all’Islanda ho trovato un luogo. C’erano delle montagne, c’era qualcosa!»
Sapevo a cosa si riferiva Ambrogio alludendo allo spaesamento da notte artica. Gli ho chiesto se il cocktail di solitudine e tempo liquefatto, non più misurabile, avesse suggerito anche a lui gli interrogativi che spesso genera in me. Se cioè la lontananza da tutto e tutti, perfino dalle ore che non scorrono più, l’avesse per contro avvicinato a se stesso, al senso delle proprie scelte e delle proprie azioni, anche fuori dall’ambito velico.
«Diciamo che lasciare spazio a prospettive più ampie è una cosa molto rischiosa da fare, quando si è in solitario», ha replicato lui. «Perché quando facciamo questo tipo di regate siamo degli animali molto vulnerabili. Io per esempio cerco di non prendere mai sulla barca decisioni riguardanti la mia vita terrestre, che non è vissuta dallo stesso me che c’è qui a bordo. Quindi, figurati, i pensieri e le paure ci sono, ma riguardano tutte il me marinaio, perché sennò non ne uscirei più. Già sta roba qua è difficile abbastanza così com’è…».
«Anche nel momento in cui hai attraversato il Circolo Polare Artico esisteva soltanto l’Ambrogio marinaio? Perché invece per me quella linea è un simbolo, il corrispettivo geografico dei miei conflitti interiori, della mia vita divisa e così via. Per te è stato solo un passaggio agonistico obbligatorio?».
«Effettivamente è stato un momento molto tecnico. Per me era una manovra da eseguire. Però alla fine una manovra è un gesto sportivo, no? E nello sport quando un gesto è ben riuscito ha dentro anche qualcosa di quasi poetico», ha suggerito Ambrogio nel suo ultimo vocale, quello con cui ha cominciato ad aggiungere materia letteraria al suo resoconto. «In quel momento lì, al Circolo Polare, è successa una cosa. Ho sentito che il rapporto con la mia barca cambiava. L’avevo portata per la prima volta in un posto estremo insieme a me. È stato un modo per farmi accettare da lei come suo skipper».
In qualità di skipper ufficialmente accettato dalla sua barca, poche ore dopo la nostra seconda conversazione Ambrogio ha preso una decisione tattica inattesa e, all’apparenza, controproducente per l’esito della regata. In avvicinamento alla Francia, mentre si trovava in terza posizione (in rimonta, dopo aver attraversato il Circolo in quarta), ha scelto di puntare sulla rotta a ovest dell’Irlanda e non sul più rapido passaggio a est tra Irlanda e Inghilterra, quello battezzato dall’apripista e favorito alla vittoria Sam Goodchild, skipper di MACIF Santé Prévoyance. Sul suo sito, ha giustificato la scelta con un’argomentazione piuttosto conservativa per la sua fama di skipper audace: «Il passaggio tra Irlanda e Inghilterra mi preoccupa: ci sono manovre complicate, pescherecci, boe che non si vedono e tanto traffico. Alla mia prima regata in solitario in IMOCA non me la sento. Mi costa dirlo, perché so che perderò tantissime miglia, ma ogni cosa ha il suo tempo e questa non è la regata in cui voglio rischiare di farmi male per un secondo posto.»
Ho pensato, leggendo, che la prudenza di Ambrogio fosse una forma alquanto nordica di coraggio. Non siamo avventurieri in cerca di rischi gratuiti. Sappiamo che il mare, ogni categoria di mare, esige rispetto.
Le mie notti di giugno a Grímsey prevedono generalmente una passeggiata lungo le scogliere dell’isola, la durata della quale varia in base all’intensità del vento e alla stanchezza accumulata nelle ore precedenti gestendo il chiosco di hot dog del villaggio, la mia mansione principale delle mie due ultime estati. Munito di lattina di Polar Beer, mi cerco ogni notte un anfratto diverso dal quale spiare l’attività degli uccelli marini, instancabili nel loro iper dinamismo estivo, che diventano per due mesi i protagonisti assoluti del mio tempo libero, oltre che delle mie storie Instagram.
È stato proprio scorrendo Instagram che, la notte tra il 15 e il 16 giugno, sono stato informato dal profilo @ambrobeccaria che il tracking della Vendée Arctique veniva adesso aggiornato ogni due minuti, una frequenza talmente elevata rispetto agli otto giorni precedenti (un aggiornamento all’ora) da poter significare soltanto due cose: la regata stava per terminare, e qualcosa di grosso stava per succedere. Aprendo il link, in effetti, ho appreso che Allagrande Mapei era in testa e si avviava a tagliare per prima il traguardo di Les Sables-d’Olonne, cosa che è accaduta alle 3:07 ora francese. Ambrogio aveva vinto e, in piedi sul ponte della sua barca, agitava in pugni in aria come un ciclista in fondo a un tappone di montagna. Nei commenti, decine di appassionati inneggiavano all’impresa di “Bogi”, un soprannome che a me ha fatto inevitabilmente pensare a “Pogi”, il nomignolo di Tadej Pogačar.
Ma com’era avvenuto? Come aveva fatto Ambrogio a sorpassare Sam Goodchild, il dominatore di tutta – be’, quasi tutta – la Vendée Arctique?
Il pomeriggio successivo, il vincitore mi ha spiegato che il suo avversario era stato ingannato da previsioni del tempo erronee. Un’ondata di calore anomala aveva scombussolato i modelli meteorologici, secondo i quali l’ultimo tratto della rotta di rientro in Vandea sarebbe stato caratterizzato da assenza totale di vento, una condizione in cui le barche a vela semplicemente non avanzano. Fidandosi delle previsioni – e del vantaggio accumulato fino a quel momento – Goodchild aveva quindi deciso di allungare, e non di poco, il suo percorso: aveva fatto un giro molto largo, per intenderci, alla ricerca di vento. Ambrogio, al contrario, aveva confidato nel margine di errore dei modelli predittivi: e la sua scommessa era stata premiata. Sulla sua rotta, nettamente più breve di quella del battistrada, il vento alla fine si era fatto vivo, spingendolo verso una vittoria impronosticabile quanto storica. Il primo italiano nella storia a imporsi in una regata a bordo di IMOCA, per di più all’esordio assoluto in una gara in solitario nella classe regina oceanica.
«È stata una gran botta di fortuna» si è schernito Ambrogio al telefono, senza giri di parole. Io ho provato a fargli presente che, guardando le cose da una prospettiva diversa, la circostanza propizia poteva essere considerata una ricompensa per l’atto di umiltà da lui compiuto nei giorni precedenti. L’accettazione dei limiti propri e di quelli della propria barca, dunque la scelta di una rotta più sicura nel passaggio a ovest dell’Irlanda, gli aveva fatto accumulare ritardo, è vero; ma era anche stata una manifestazione del coraggio di cui parlavo prima: quello che si dimostra non prendendo rischi, ma rinunciandovi. Era stata questa rinuncia a metterlo in condizione, nella fase decisiva della regata, di poter agire di rimessa – e di cogliere l’opportunità non appena si è presentata. Forse, ho azzardato, l’essenzialità che cerchiamo quando ci dirigiamo verso le latitudini estreme serve ad acuire il nostro senso del pericolo, ad affinare il nostro istinto, dunque a farci prendere decisioni migliori. Non quelle che sembrano all’apparenza più coraggiose o rivoluzionarie, ma quelle che lo sono davvero: oneste con noi stessi e con la nostra vulnerabilità, che la sobrietà senza sconti del Nord ci obbliga a fronteggiare.
Pur mantenendo un profilo basso, Ambrogio ha confermato la mia tesi: la Vendée Arctique l’aveva cambiato. «Prima di questa regata non pensavo di essere in grado di prendere una decisione come quella che ho preso nel passaggio dell’Irlanda. Pensavo che sarei stato più schiavo della competizione. Invece non porre l’asticella oltre il livello che pensavo fosse giusto per me in quel momento, ecco, mi ha dato grande tranquillità».
La vittoria ha cambiato anche il suo status in vista del 2028. A differenza dei visitatori estivi di Grímsey, Ambrogio non ha ricevuto un certificato, dopo aver attraversato il Circolo Polare Artico: ma un posto tra i favoriti della prossima Vendée Globe sì. «In molti mi hanno detto che questa regata è stata una piccolissima Vendée Globe. Anche alcuni che l’hanno già fatto. Sì, questa gara mi ha portato una serenità e un ottimismo che non credevo di avere».
Due qualità che gli torneranno utili tra due anni, nei Mari del Sud, quando Ambrogio transiterà tutto solo nel luogo più remoto della Terra, il Punto Nemo, un posto in cui spesso le persone più vicine sono gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale. Del resto, la solitudine per lui non è mai stata un problema – e neanche solo un mezzo: «Era la regola di base di mio papà quando mi portava in giro da piccolo: facevamo passeggiate di ore, pur di trovare un posto dove non c’era nessuno.»