Si intitola Cathedral e Carpenter ne comporrà anche la colonna sonora, da ascoltare durante la lettura del fumetto.
La torta del presidente di Hasan Hadi, al cinema con Lucky Red, è ambientato all’inizio degli anni Novanta, in Iraq, quando al potere c’era ancora Saddam Hussein, e racconta la storia di una bambina, interpretata da Banin Ahmad Nayefm, che viene sorteggiata nella sua classe per preparare la torta in occasione del compleanno del rais. Il punto, però, è che gli ingredienti che servono per la torta sono costosissimi e, in alcuni casi, addirittura introvabili. Quando la bambina dice a sua nonna che è stata scelta, la nonna la porta in città. E se in un primo momento sembra che la sua intenzione sia quella di aiutarla, successivamente scopriamo che ha un altro obiettivo.
La torta del presidente, così, si trasforma. Da coming of age diventa un road movie, e da road movie diventa una caccia del tesoro. Banin Ahmad Nayefm, che non ha nemmeno dieci anni, è bravissima. Con questo film, che segna il suo esordio alla regia, Hadi ha voluto mettere in scena una parte importante della sua infanzia e della sua vita. Tutti i personaggi, dice, hanno qualcosa in comune con persone che ha davvero conosciuto. E certe situazioni che ha raccontato riprendono situazioni che o ha vissuto direttamente o che gli sono state raccontate.
Oltre la storia de La torta del presidente, il primo film iracheno ad accedere alla shortlist degli Oscar, la cosa più interessante è proprio la storia di Hadi: la prima volta che è entrato in un cinema, a quasi 19 anni; il modo in cui si è innamorato dei film; il rapporto con gli altri, la paura e la responsabilità di essere scelti per preparare la torta per il compleanno di Saddam Hussein, e così via. La torta del presidente è stato costruito come un film-ricordo: immaginate di trovare una vecchia vhs, di non sapere che cosa sia, e di guardarla. L’Iraq che vedete è l’Iraq di trent’anni fa. Le voci che sentite sono le voci di un altro mondo. E la storia che vi preparate a seguire è una storia che somiglia a dieci, cento, mille altre storie. Il tema principale, dice Hadi, è uno solo: l’infanzia privata della sua innocenza.
ⓢ Quando ti è venuta l’idea per questo film?
In un certo senso, è sempre stata lì. Non ci ho dovuto pensare più di tanto. Probabilmente la prima volta che ho preso in considerazione la possibilità di trasformarla in un film è stato quando mi è stato chiesto se avessi una storia pronta, quando qualcuno si è dimostrato interessato a me e al mio punto di vista. La verità, anche in questo caso, è un’altra: avevo diverse idee pronte, non una sola. Però questa è stata decisamente quella che mi ha colpito con più forza.
ⓢ In un’intervista con il Sundance Institute hai detto che ne avevi bisogno. In che senso?
Con alcune storie, va così. Senti come una chiamata, no? Come un richiamo, anzi. Ogni volta che provi a dimenticarle, a metterle da parte, tornano da te. Con più forza e convinzione. Ed è la passione che ti riconduce a questo tipo di storie. E a un certo punto la passione smette di essere semplicemente una passione e si trasforma: diventa un’ossessione.
ⓢ E che effetti ha questa ossessione?
Finisci per vivere con quella storia, per esplorarla partendo da punti di vista diversi. Vivi con i personaggi, con i loro sentimenti, con le loro sfide e con i loro tormenti. Tu sei loro, e loro sono te. Non pensi ad altro. Ed è per questo che, alla fine, hai bisogno di raccontarla. Non è una cosa che succede così spesso.
ⓢ No?
No. Credo che esistano due tipi di storie. Ci sono quelle storie che decidi di raccontare perché può essere interessante e anche divertente: e allora cominci a lavorarci, e quando diventa difficile, quando la pressione diventa eccessiva, sei pronto a lasciare tutto, a ricominciare daccapo qualcos’altro. E poi ci sono le storie come questa: storie che devi – devi, credimi – raccontare. E non riesci a fermarti. Non ci sono problemi capaci di fermarti. Tutto quello che ti spinge ad andare avanti è il tuo amore. E il pubblico, questo amore, riesce a vederlo. Non importa quanto sia bello o brutto un film. Se c’è amore, se c’è davvero qualcosa di tuo, le persone lo noteranno sempre. E vista quella che è stata la reazione degli spettatori davanti a La torta del presidente, penso proprio che siamo riusciti a far notare il nostro impegno, la nostra passione e quanto abbiamo sacrificato per questo film.
ⓢ Quanto c’è di te, della tua vita e del tuo passato, in questa storia?
Tantissimo. Molti dei personaggi o delle situazioni che vengono raccontate sono persone e situazioni che o ho conosciuto direttamente o che, al contrario, mi sono state raccontate da persone a me vicine. È una storia che si può quasi sovrapporre alla vita vera, a quello che è successo in quegli anni.
ⓢ Come hai trovato i tuoi attori? Penso alla protagonista, Banin Ahmad Nayef, che è il centro di tutta la storia.
Tramite street casting. Ed è una cosa che abbiamo sempre saputo, fin dal primo giorno: sapevamo che questo sarebbe stato un film con un cast composto per la maggior parte da attori non professionisti. Non avevamo nessun volto in mente. Siamo andati in giro, per le strade, io, i miei amici e i miei collaboratori, e ci siamo messi a cercare i personaggi per questo film. Ci siamo fatti guidare unicamente dalle descrizioni che avevamo. Alcune volte si è trattato di incontri estremamente fortuiti, altre, invece, di ricerche online. Per i più giovani, ho tenuto una specie di workshop. Ma non siamo mai scesi nei tecnicismi della recitazione.
ⓢ Qual era il tuo obiettivo?
Dare a ognuno di loro gli strumenti per muoversi sul set, all’interno del film, senza però privarli della loro spontaneità di bambini. Non avrebbe avuto senso. Non volevo attori professionisti; cercavo di mantenere viva quella forza grezza tipica dei più giovani. Abbiamo fatto giochi, condiviso storie e ricordi. Volevo conoscerli, costruire un rapporto di fiducia con loro. Volevo essere una guida, ma non volevo minimamente imporre la mia visione.
ⓢ Qualcuno ti ha dato una mano nel mettere insieme la sceneggiatura? O è sempre stato chiaro che cosa tenere e che cosa, invece, eliminare?
La storia è sempre stata chiara. Ovviamente ne ho parlato con amici e collaboratori, ma non è cambiata molto. Forse ho modificato giusto qualcosa. È stato tutto molto naturale, come succede spesso a chi fa un film. Non c’erano personaggi o situazioni che non conoscevo. Andava aggiustato l’andamento e, talvolta, il tono del racconto, proprio per ribadire la drammaticità di alcuni passaggi. Ma niente di più.
ⓢ In un’intervista con il Guardian hai detto, e ti cito, che durante il regime di Saddam Hussein l’infanzia aveva perso la sua innocenza. Però mi pare che con questo film tu sia riuscito a inquadrare con estrema precisione un’età, senza privarla della sua forza. Era uno dei tuoi obiettivi principali?
Per me è sempre stato importante mostrare le contraddizioni di quell’epoca, con la perdita assoluta dell’innocenza. Essere bambini in quell’Iraq significava non essere ascoltati; significava chiedere aiuto e non ricevere una risposta da nessuno. Gli adulti trattavano i bambini come persone responsabili, che potevano farsi carico di qualunque tipo di compito. Non li vedevano come, appunto, bambini. E per me era fondamentale rappresentare proprio questo modo di relazionarsi con i più giovani, e per un motivo semplicissimo: l’infanzia perde qualunque significato durante una guerra e perde qualunque significato se c’è una povertà estrema, come quella raccontata nel film. L’infanzia perde qualunque senso in situazioni del genere. I bambini vengono privati di ogni cosa: lasciano la scuola per aiutare i loro genitori. E non vengono incoraggiati a studiare o a pensare al futuro.
ⓢ È stato difficile girare questo film? Intendo dal punto di vista pratico. Hai dovuto ricreare diverse ambientazioni e diversi momenti.
Non avevamo molti soldi, e così abbiamo cercato location che avessero bisogno di pochissime modifiche. Però siamo dovuti stare attenti ai costumi, al taglio di capelli, alle cose più piccole, proprio per rendere la nostra storia più fedele e credibile. Volevo dare un’idea precisa al pubblico; volevo che le persone pensassero che questo film fosse stato girato durante gli anni Novanta, che fosse una videocassetta. È stato molto difficile, sì. Senza il supporto degli abitanti del posto e senza l’aiuto dei miei collaboratori, sarebbe stato assolutamente impossibile riuscirci.
ⓢ Uno degli elementi più importanti del film è il rapporto che unisce i due bambini protagonisti. Crescendo anche tu hai avuto un’amicizia come questa?
Sì. Quando ero più piccolo, avevo diversi legami come questo. E per me è sempre stata importante la presenza degli amici. Mi sono lasciato ispirare da qualcosa che conoscevo molto bene. Il film mostra anche il primo amore di questi bambini, e in un certo senso si trasforma quasi in un racconto romantico.
ⓢ Ti ricordi quando ti sei innamorato del cinema? Ho letto che da bambino aiutavi uno dei tuoi parenti contrabbandando VHS.
Ed è stato in questo modo, poi, che sono entrato in contatto con i film. Di solito si sentono storie di persone che si sono innamorate del cinema andando in sala, stando davanti al grande schermo. Io, invece, ho conosciuto il cinema così, con le VHS. Avevo una televisione e un videoregistratore, nient’altro. E per vedere i miei film dovevo aspettare che la mia famiglia andasse a letto, per non dare fastidio. Ed era quello il mio cinema. La mia sala. È stato in quel periodo che ho capito che amo le storie, che amo i film; ma non sapevo ancora di voler fare questo per il resto della mia vita. Sono dovuto crescere, per capirlo. Credo di essere entrato in una sala per la prima volta solo a 19 anni. E non mi trovavo nemmeno in Iraq.
ⓢ E ti ricordi, invece, l’esatto momento in cui hai deciso di essere un regista?
Non voglio sembrare banale, ma non credo che ci sia stato un momento preciso. È stata una cosa graduale. Non è stata un’idea improvvisa, che mi ha fulminato. Non c’era nessuno, intorno a me, che volevo imitare. Quello che mi ha convinto è stata un’altra cosa: volevo provare a coinvolgere le persone che amavo, a trasmettere qualcosa. Non volevo farle piangere, per carità. Però ci tenevo a condividere con loro quello che sentivo. I film sono stati una parte importante della mia vita. Crescendo, ne ho visti tantissimi. Proprio perché non c’era nient’altro.
ⓢ Prima mi hai detto che hai sempre pensato a con un cast prevalentemente composto da non professionisti per questo film. Pensi che sia una cosa necessaria per poter raccontare una storia quanto più verosimile possibile?
Non credo. Penso che dipenda molto dal singolo caso. Quando lavori con attori non professionisti, devi adeguarti a quello che sanno fare, alle loro abilità, alla loro sensibilità. Non puoi chiedere l’impossibile. Penso che ci siano film che funzionano meglio con attori non professionisti e film che invece hanno bisogno di attori professionisti. In questo caso, avevo bisogno di attori capaci di rappresentare e incarnare una certa epoca e una certa situazione. Avevo bisogno di persone vere. Quando lavori alla sceneggiatura, devi stare attento a quello che funziona e a quello non funziona. E quindi devi capire quali sono i bisogni del film. Immagina se il personaggio di Bibi fosse stato interpretato da un’attrice professionista: il film sarebbe stato un altro, privo della sua forza.
ⓢ Si sente una sorta di responsabilità quando si lavora a film come La torta del presidente, che raccontano una parte importante della storia del proprio paese?
Una responsabilità nei confronti di chi?
ⓢ Nei confronti del pubblico e, chiaramente, della stessa storia.
Francamente non credo di aver provato un senso di responsabilità nei confronti del pubblico. Io volevo raccontare la storia che avevo in mente. E quindi la mia responsabilità è stata principalmente verso la storia che avevo immaginato. Soprattutto, però, ero responsabile nei miei confronti. Ed è una cosa importante, questa. Perché se non sei responsabile di quello che fai, non c’è passione e non c’è cura. Non puoi lavorare pensando a quello che piace agli altri. Devi concentrarti su te stesso. E ovviamente speri che quello che piace a te possa piacere anche al pubblico, ma non puoi farti guidare da questa idea. Devi essere egoista. Devi, ripeto. Perché è solo così che puoi rendere veramente unico quello che stai facendo. Se tutti pensassero sempre al pubblico, inizieremmo ad avere film piatti, senza un vero gusto e senza una vera idea. È l’egoismo che rende tutto differente.
ⓢ Questo è stato il tuo primo film come regista. Com’è stato rivederlo quando era finito tutto, quando era finito il montaggio e la post-produzione? Come ti sei sentito?
Mi sono sentito sopraffatto. Perché abbiamo fatto qualcosa che partiva direttamente da me, dalla mia memoria. E mi sono sentito molto fortunato. Sia per il film che ero riuscito a realizzare sia per le persone con cui ho lavorato. Subito dopo la gratitudine, sono arrivati altri pensieri.
ⓢ Per esempio?
«Potevo fare meglio».
L'attore ha ricevuto minacce di morte e la produzione ha dovuto riempire il set della serie tv di Harry Potter di security per proteggerlo. Tutto per colpa di fan che non hanno neanche il coraggio di dirsi razzisti. E che non sanno nulla di storia della recitazione.
