E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
«Tutte le famiglie felici si somigliano», scriveva Tolstoj. Quelle dell’Europa dell’Est ancora di più, perché ad un certo punto saltano sempre fuori un palazzo perduto, terreni confiscati, una rivoluzione, una fuga notturna. Ho pensato a questo leggendo Kolchoz, l’attesissimo nuovo romanzo di Emmanuel Carrére, all’interno del quale lo scrittore francese ricostruisce, per filo e per segno, la prodigiosa storia delle due famiglie, quella georgiana e quella russa, da cui discendeva sua madre, Hélène Zourabichvili, destinata a diventare Madame Carrère d’Encausse, influente storica dell’Unione Sovietica e segretaria perpetua dell’Académie française.
Il libro si apre in una gelida mattina parigina dell’ottobre 2023, nel cortile d’onore degli Invalides. Durante la cerimonia funebre Emmanuel Macron parla della madre di Carrére e, inevitabilmente, finisce per parlare del mondo da cui proveniva: quello «miserabile e splendido» degli esuli russi, dei granduchi diventati tassisti o magazzinieri, delle principesse costrette a lavorare come stiratrici. Più ancora che in Un romanzo russo, Carrére affronta qui la propria genealogia come un territorio narrativo instabile, dove la memoria privata finisce continuamente per intrecciarsi con la grande storia europea. Il titolo stesso del libro nasce da un’espressione usata dai fratelli Carrére da bambini: “fare kolchoz”, dormire tutti assieme nel lettone dei genitori, come in un Lessico famigliare in salsa russa dove rivoluzioni, esili e aristocrazie decadute sopravvivono soprattutto sottoforma di linguaggio domestico.
Leggendo quelle pagine mi tornavano in mente certe storie con cui sono cresciuto, oppure alcune celebri formule familiari che nella mia testa hanno sempre avuto lo stesso peso dei proverbi. «La salute senza soldi è una mezza malattia», diceva per esempio zia Zhora, aristocratica signora bulgara come non ne fanno più, donna incapace di misurare gli effetti di ogni singolo gesto, tanto che si narra che una sera, durante una cena a Moltrasio, raccontò davanti a tutti che in gioventù una volta le capitò persino di lavare i piatti. Lo disse con la stessa espressione con cui qualcuno potrebbe confessare un delitto. Fatto sta che senza zia Zhora oggi nessuno di noi sarebbe qui, poiché fu proprio lei il motore di tutto il processo che portò alle nascite di un grappolo di cugini di cui io sono l’ultimo discendente diretto. Nata a Sofia da una famiglia di teatranti, la sua vita cambiò di colpo quando sposò l’ingegner Gerolamo Gianni, costruttore milanese, in trasferta in Bulgaria dal febbraio 1929, per sovrintendere alla realizzazione dell’acquedotto della capitale. Furono loro, scegliendo successivamente Milano come base definitiva, a permettere, adottandolo legalmente, l’arrivo di mio padre in Italia, finita la guerra nel 1946.
Mio padre nacque a Sofia nel 1925 in appartamento, come si usava allora, all’ultimo piano di un monumentale palazzo tra i più eleganti della capitale proprio accanto al Teatro Nazionale Ivan Vazov. Una costruzione dallo stile viennese con una cupola in zinco, i balconi in ferro battuto e una statua imponente che vigilava su tutta la piazza. Il palazzo era abitato da professori universitari, generali in pensione, artisti d’avanguardia e da qualche vedova zarista in esilio. La Sofia dell’epoca era una città governata da incerte ambizioni europee, più simile a Salonicco che a Vienna, con le strade ancora non asfaltate e le carrozze che attraversavano il viale dello Zar Liberatore. Il Re, Boris III, viveva in un palazzo austero sorvegliato da guardie con stivali lucidi mentre fuori i tram cigolanti percorrevano le vie della città sui binari sconnessi e le cupole ortodosse sbucavano tra le baracche e i palazzi neobarocchi mai finiti. Il Teatro Nazionale, con le sue colonne doriche e le sue produzioni checoviane, era il cuore pulsante dell’elitè colta. Georghi Fratev, suo padre, era il direttore di quel teatro. Suo nonno, invece, Canko Cerkovski, al quale in Bulgaria sono dedicate ancora oggi strade e scuole, fu un importante poeta e scrittore, oltre che esponente di primo piano del Partito Contadino bulgaro, del quale fu prima deputato e successivamente nominato Ministro della Cultura.
Nel 1923, quando lui non era ancora nato, a causa del colpo di Stato organizzato il 9 giugno dalle forze armate della Lega militare, venne arrestato e imprigionato. Il colpo di Stato del 1923, legittimato con un decreto dello zar Boris III, rovesciò il governo dell’Unione Nazionale Agraria Bulgara, movimento che non era alleato alla monarchia, ed esautorò e uccise il suo leader Aleksandăr Stambolijski, la cui testa venne tagliata e spedita allo Zar in una grossa scatola di biscotti con un cartellino su cui vi era scritto: «Ci abbiamo pensato noi per voi». Zanko rimase così in carcere per quasi tre anni e solamente pochi giorni prima del suo decesso riassaporò la libertà, grazie alla scarcerazione nel 1926, qualche mese dopo la nascita di mio padre.
Quando la guerra finì, la Bulgaria era un paese spento, svuotato dalla storia, dove ogni ombra era un delatore e ogni domanda una minaccia. Uscire era impossibile, a meno che non si fosse un diplomatico, un atleta, o un artista legato al nuovo regime. Mio padre aveva già ventun anni, e non rientrava in nessuna di queste categorie. Solo il legame con Zhora e Gerolamo, e la rete di relazioni che si erano tessute negli anni ’30 attorno al nome Gianni — quel nome che apriva ancora certe porte nei corridoi giusti — poteva offrire una via d’uscita. Ma non bastava. Ci vollero soldi. Non ho mai saputo a quanto ammontasse la somma, né a chi fosse destinata. Ma in famiglia si è sempre parlato di una valigetta, lasciata sul sedile posteriore di una Tatra nera davanti al palazzo del governo. Qualcuno fece in modo che il fascicolo di mio padre ricevesse un timbro, una firma, un lasciapassare, così nel novembre del 1946 prese un treno notturno da Sofia a Trieste, passando per Belgrado, e si trasferì definitivamente a Milano. Nuova famiglia, nuovo cognome: Frateff-Gianni.
A un certo punto Carrére in Kolchoz racconta che più o meno nello stesso periodo, all’inizio dell’estate del 1946, una notizia portò un certo scompiglio nella comunità parigina di russi bianchi, perché Stalin aveva decretato un’amnistia generale per tutti quelli che avevano lasciato il Paese. «Offriva loro la cittadinanza sovietica, riapriva loro quelle frontiere che avevano attraversato pensando di non poter tornare, li invitava a costruire anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al culmine del Grande Terrore: la vita era diventata più allegra». Faceva, insomma, tabula rasa e in certe riunioni nei consolati si vociferava anche che le terre espropriate sarebbero potute essere restituite ai vecchi proprietari del regime zarista.
Si stima che furono tra i 5 mila e i 10 mila i cosiddetti vozvraščency, “quelli che ritornano”, e che immediatamente, «appena posato il piede sul suolo natio», tutti capirono di aver commesso un tragico errore. Trovarono infatti ad attenderli file di camion coperti, altoparlanti, filo spinato, torrette di guardia. Alcuni furono fucilati sul posto, altri incarcerati per rapporti con la borghesia occidentale, la maggior parte spediti in campi di transito ai quattro angoli dell’Impero. «Questa vicenda è anche un potente motore di ucronia – la disciplina, a cui mi sono appassionato, che consiste nell’immaginare la storia se fosse andata diversamente», scrive Carrére, e poi si domanda: «Come sarebbe stata la vita di Hélène Zourabichvili in Kazakistan o a Noril’sk? Avrebbe trovato il modo di fare una carriera brillante nell’URSS degli anni Cinquanta? Che uomo avrebbe incontrato e amato? Che ingegnere di Vologda, che militante del Partito? Che kolchoziano uzbeco invece di Louis Carrére d’Encausse, mio padre?».
Leggendo quelle pagine ho continuato a pensare a mio padre, al treno che lo portò da Sofia a Trieste nel novembre del 1946 e ho continuato a chiedermi: cosa sarebbe successo se quel fascicolo non avesse ricevuto il timbro giusto. Sarebbe rimasto in Bulgaria? Sarebbe diventato un uomo del regime, un professore, un burocrate qualsiasi? Avrebbe continuato a parlare bulgaro per tutta la vita senza cambiare cognome, senza imparare il francese alla Sorbona, senza ritrovarsi anni dopo alla Bocconi in doppiopetto, con la calligrafia cirillica ancora nelle mani?
Forse è per questo che, come dice Carrére, «oggettivamente si sa di più sulle famiglie aristocratiche che su quelle contadine», e contemporaneamente tutte le famiglie dell’Europa orientale finiscono per raccontarsi allo stesso modo. Perché da quelle parti la storia raramente resta sullo sfondo: entra nelle case, modifica cognomi, lingue, patrimoni, classi sociali, costringendo intere generazioni a reinventarsi continuamente. In questo senso Kolchoz non è solo un libro sulle origini di Carrére, ma sul modo in cui il Novecento europeo continua a sopravvivere dentro il linguaggio familiare, nei racconti tramandati, nelle formule domestiche, nelle piccole mitologie private che ogni famiglia costruisce per dare un senso alle proprie fratture. «Oscar Wilde ha scritto questa frase, così bella, così azzeccata», dice Carrére all’inizio del libro: «Da piccoli, i figli amano i genitori; diventati adulti li giudicano; e qualche volta li perdonano». Cercare le proprie origini verticali, leggendo libri del genere, serve anche a questo.
