Il suo Confessions II era stato accompagnato dalle critiche e dallo scetticismo che oramai la seguono ovunque. E di cui a Madonna continua a non importare assolutamente nulla.
3 Febbraio 1959. L’aereo con a bordo Buddy Holly, Ritchie Valens e Jiles Perry Richardson Jr, meglio conosciuto come The Big Bopper, si abbatte inesorabilmente nelle campagne dell’Iowa, a Clear Lake, sancendo per sempre la fine di tre artisti che maggiormente avevano rappresentato il suono dell’America post Seconda Guerra Mondiale. Don McLean, nel suo celebre brano American Pie, lo definì The Day the Music Died, l’avvenimento che per antonomasia avrebbe cambiato per sempre il paese stesso e la sua ritrovata innocenza, diventando negli anni un vero e proprio rito collettivo.
Sessantasette anni dopo, il 29 luglio del 2026, a poche ore di distanza l’uno dall’altro, scompaiono Vincent Belorgey, meglio conosciuto come Kavinsky, e Glen Hansard, artisti che con la loro musica erano riusciti ad incanalare un genere portandolo oltre le loro stesse carriere. Nonostante apparentemente possano sembrare due avvenimenti distanti anni luce, sia per epoca che per matrice musicale, il loro tragico epilogo ci permette di analizzare come entrambi i momenti abbiano rappresentato perfettamente la fine di un’epoca. Se Buddy Holly, Ritchie Valens e Jiles Perry Richardson Jr, per motivi anagrafici, non riuscirono a mostrare tutto il loro talento, Kavinsky e Glen Hansard hanno avuto il merito di diventare celebri proprio per la loro intransigenza, quanto di più distante dalle dinamiche musicali odierne.
Il fantasma della synthwave
Ripercorrendo la loro carriera: un francese figlio dell’epopea del French Touch e dei synth notturni, un irlandese cresciuto tra artisti di strada, folk e chitarre consumate, Kavinsky e Glen Hansard hanno condiviso un destino che va oltre la coincidenza di una data. Entrambi, infatti, hanno contribuito a un genere non solo con la loro storia discografica, ma anche e soprattutto dal buio di una sala cinematografica. Pensando solo alle varie fasi della loro vita si potrebbe notare come lo stesso storytelling possa essere a tutti gli effetti un film, non solo per le molteplici fasi artistiche, ma per il modo in cui la loro stessa storia ne ha definito il sound e il relativo successo.
Vincent Belorgey aveva costruito l’aura di Kavinsky come una leggenda; un ragazzo morto al volante della sua Testarossa nel 1986 che torna dall’aldilà per incidere la musica che non aveva fatto in tempo a scrivere. Attorno a questa mitologia synthwave, postindustriale, fatta di luci al neon, autostrade deserte, la nostalgia posticcia di un decennio mai vissuto davvero, Belorgey, cresciuto nella stessa scena parigina dei Daft Punk, dei Justice e degli Air, aveva definito perfettamente il suo immaginario. Prima dj e successivamente produttore, la sua musica era l’esempio più interessante di un compiuto retro-futurismo. Un personaggio non incline alla contemporaneità la cui unica via di fuga era rappresentata dal passato. Un immaginario post-nucleare, cyber, una Parigi archetipo, come la Los Angeles di Blade Runner. Ogni elemento della sua cifra stilistica non poteva che associarsi al cinema, e Refn ne seppe trarre la sua essenza perfetta.
Nightcall, prodotta insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk e affidata a un vocoder e alla voce di Lovefoxxx, non fu solo il brano di apertura di Drive ma la linea guida del suo stesso protagonista. Il driver senza macchia e senza nome. Osservando le caratteristiche del suo protagonista così come di Kavinsky è difficile non rimanere colpiti e attratti da quanto fossero simili sia nell’estetica che nella conformazione psicologica. Due perfetti outsider chiusi nel loro spettro sensoriale, schiavi di un’epoca ormai passata e avulsi dalla contemporaneità. Mentre Ryan Gosling attraversa Los Angeles di notte, la voce sintetica ripete “I’m giving you a night call to tell you how I feel”, e in pochi minuti la synthwave trova la sua immagine definitiva. Non fu Kavinsky a entrare nel cinema, ma il cinema a certificare ciò che Kavinsky aveva già immaginato: la notte, la velocità, la solitudine dell’uomo contemporaneo, di chi guida senza voltarsi.
Il busker dei vicoli di Dublino
All’estremo opposto dello spettro, Glen Hansard aveva imparato la musica come si impara meglio: attraverso le radici della propria terra. Lasciata la scuola a 13 anni per suonare nei vicoli di Dublino, fonda i The Frames e incontra il grande schermo quasi per caso, quando Alan Parker lo chiama per un ruolo in The Commitments nel 1991. Ma è nel 2007 che il cerchio si chiude: Once, piccolo film indipendente irlandese, lo trasforma da busker a fenomeno mondiale. Lo spirito bucolico della sua musica lo ha sempre posto come un artista complesso e introspettivo. Come i più grandi maestri della folk music, le note della sua chitarra hanno saputo scorrere attraverso le sue parole connettendolo profondamente con uno dei più grandi musicisti e poeti folk di sempre, Nick Drake. La bellezza che si pone nella semplicità, l’emotività capace di pervadere ogni spazio. Glen Hansard ha costruito il suo cinema attraverso le complessità del suo percorso personale. Ed è così che la storia d’amore mai compiuta tra un musicista di strada e una migrante ceca, raccontata quasi unicamente attraverso le canzoni, culmina in Falling Slowly, il brano che nel 2008 gli valse il Premio Oscar per la Migliore Canzone Originale. Anche qui, come per Kavinsky, è il cinema a dare forma definitiva a un genere e all’artista: il folk intimo, spoglio, fatto di chitarre acerbe e amori sospesi, diventa qualcosa che il mondo intero riesce finalmente ad ascoltare.
Due film, due spazi sonori agli antipodi, due modi opposti di intendere la musica. Eppure la stessa parabola: un artista che, attraverso lo schermo, riesce a incanalare un immaginario e a portarlo ben oltre la propria carriera, lasciandoci in una calda giornata di fine luglio. Non sappiamo se sarà stato il nostro The Day the Music Died, o se qualcuno scriverà un American Pie per loro. Ma di certo è stato il giorno in cui due mondi sonori si sono chiusi insieme, portando via con sé chi li aveva immaginati. Le notti infinite al neon e la strada acustica: due colonne sonore che continueranno a viaggiare, come i loro protagonisti, molto dopo la fine dei titoli di coda.
