Dopo un attesa lunga otto anni e un'infinità di progetti tra moda, design e cinema, A$AP Rocky è tornato con un disco, Don't Be Dumb, che lo conferma come uno dei rapper più ambiziosi e diversi che ci siano.
È possibile parlare di uno dei rapper più amati e celebrati del mondo come di una promessa mancata o addirittura di un rimpianto? Può sembrare paradossale, ma è la domanda che accompagna la carriera di J. Cole sin dall’inizio. Cole è fresco di un nuovo disco, uscito nelle scorse settimane: The Fall-Off, album molto atteso, dalla gestazione lunga, annunciato più volte dall’autore come il suo lavoro più rappresentativo, frutto di dieci anni di elaborazione. Nelle intenzioni di Cole, il disco è anche un possibile capitolo conclusivo della sua carriera da artista, il progetto in cui ha deciso di fare tutto ciò che all’inizio della sua carriera non era in grado di fare, ha detto. E che, forse, non sarà più in grado di fare.
The Fall-Off è un doppio album, diviso esattamente in due parti: la prima si intitola 29 e la seconda 39. Due età simboliche che rimandano a viaggi di ritorno nella città natale, 29, dieci anni dopo averla lasciata per trasferirsi a New York per inseguire un sogno che sembrava impossibile, diventare un rapper di successo; e 39, un ritorno a casa da uomo maturo e pacificato. Le riflessioni fatte a partire da questi rientri sono il sangue che irrora l’intero lavoro.
«Another J.Cole album»
Le premesse che hanno accompagnato l’uscita del disco, il settimo della sua carriera da solista, hanno generato aspettative elevatissime alle quali, adesso possiamo dirlo, lo stesso non ha retto. Non che The Fall-Off sia un brutto album: è rappato molto bene, caratterizzato da collaborazioni – Future, Tems, Erykah Badu, Burna Boy, PJ, Petey Pablo e Morray – giuste in quantità e qualità, ha delle ottime produzioni e nonostante le 24 tracce complessive, per oltre novanta minuti di durata, si fa ascoltare. Insomma, è un altro bel disco di J.Cole e, per quanto possa sembrare assurdo, è proprio questo il problema.
Il commento infatti che più si legge online, se si cercano delle recensioni a riguardo è “another J.Cole album”. Che riassume alla perfezione l’abitudine che il pubblico del rap ha fatto rispetto ai suoni, alle parole e all’immaginario di Cole. Più che ad altri, a lui è rimproverata una sorta di manierismo nel fare quel che fa, una tendenza a essere sempre uguale a sé stesso, di non essere mai riuscito ad andare oltre una certa rappresentazione di se.
Tutto ciò fa abbastanza specie, soprattutto se pensiamo che almeno in teoria Cole è il prototipo del rapper perfetto. Se a un amante del rap fosse chiesto di creare un artista in un laboratorio che gli mette a disposizione tutte gli ingredienti per creare l’artista perfetto, probabilmente il risultato sarebbe molto simile a lui. È un sincero appassionato del genere, è bravo tecnicamente, capace di scrivere su beat di ogni tipo senza “stonare” mai, nella sua discografia sono presenti tanti brani facili ma le sue qualità emergono soprattutto nella scrittura dei pezzi conscious, non è mai fuori luogo o in mezzo alle polemiche, ha buon gusto nelle scelte di produzione, è attento nella scelta degli artisti con cui collaborare senza mai risultare un paraculo, ed è pronto anche a tirarsi indietro nel momento in cui ritiene di aver sbagliato. I suoi dissidi con Lil Pump nel 2018 erano giusti (soprattutto visto quello che poi è stato di Lil Pump, diventato una delle più grevi barzellette trumpiane), ma assumevano un tono paternalistico per il modo in cui si accaniva con un genere all’epoca ancora acerbo come il mumble rap.
Giocatori che valgono 100 e giocatori che valgono 10
Eppure, nonostante le premesse ci fossero tutte, qualcosa ha impedito a J. Cole di assurgere a rapper “generazionale”, come si dice spesso. Non è mai diventato un re di questo regno, tant’è che nelle conversazioni – senza fine né scopo, ma irresistibili e inevitabili – su chi sia il GOAT, il migliore di sempre, non compare mai. Non compare nemmeno nelle discussioni su chi sia il migliore della sua generazione. Perché? In fondo, ha fatto tutto quello che doveva fare. Ha fatto tutto quello che poteva fare. Ha fatto tutto quello che c’era da fare.
Uno degli allenatori italiani più amati e odiati degli ultimi anni, Massimiliano Allegri, disse una volta che nella vita esistono le categorie e che se ci sono giocatori che valgono 100 e altri che valgono 10 un motivo ci sarà. Forse è questo il punto: Cole ci ha illusi di essere un giocatore che vale 100, quando semplicemente non lo è. Il suo valore non è quello che ci saremmo aspettati all’inizio della sua carriera, quando album come Forest Hill Drive e Born Sinners sembravano i lampi che annunciano la tempesta di un talento destinato a spazzare via tutto il resto, tutti gli altri.
La sua storia non è stata quella: è stato meno innovatore di Young Thug, meno trasversale di Drake, meno radicale di Kendrick Lamar. Non è mai riuscito davvero a sfondare il muro, a mettere insieme successo di pubblico e apprezzamento della critica. Per fare un esempio: nessun suo disco ha mai vinto un Grammy. Ovviamente, non è da questi calci di rigore che si giudica un giocatore, ma i premi sono e restano un indicatore, una maniera come un’altra per spingersi oltre i gusti personali. E non che Cole non ci abbia provato, a entrare nel stanza dei bottoni, cercando di infilarsi a forza in un dibattito che non gli è mai davvero appartenuto, inventandosi quella triade, quei big three (lui stesso, Drake e Kendrick), nel pezzo “First person shooter”, realizzato in collaborazione proprio con Drake. «We the big three like we started a league, but right now, I feel like Muhammad Ali». Proposta immediatamente respinta da Kendrick Lamar: «It’s just big me», il verso con il quale è iniziato uno dei dissing più appassionanti della storia del rap.
Ma quale Big Three
Dissing dal quale, non a caso, Cole è stato escluso immediatamente. Un po’ per scelta sua, con il ritiro della diss track interpretato da tutti come una resa. Un po’ per volontà di altri, di un pubblico che ha smesso velocemente di prestargli attenzione, attratto dalla luce dello scontro generazionale e valoriale tra Kendrick e Drake. E proprio la convivenza anagrafica con un talento come Lamar è il what if che ha dato alla carriera di Cole la sua forma attuale. Perché è ovvio chiedersi: se accanto a lui non ci fosse stato un artista come K.Dot, che sa fare le cose in cui J. Cole eccelle ancora meglio di J. Cole, sarebbe stato più facile accorgerci e riconoscere la sua grandezza?
Tutto ciò ovviamente non toglie nulla a un rapper che è stato un punto di riferimento per il genere negli ultimi 15 anni e che nella sua carriera ha realizzato solo dischi interessanti, validi e completi, non ultimo lo stesso The Fall-Off, e anche un classico come Forest Hill Drive. Ma se The Fall-Off è davvero il suo ultimo lavoro, allora è giusto stilare un bilancio dell’esperienza di J. Cole nel rap: che figura è stato? Cosa ha lasciato? Cosa non è riuscito a essere? Cosa si è perso il pubblico?
Se non è stato un rivoluzionario, almeno è stato un costruttore. Se non ha cambiato le regole del gioco, ne ha comunque rispettato e onorato la tradizione con una dedizione da artigiano. E in un’industria che divora e sostituisce rapidamente, restare rilevante per oltre quindici anni è una forma di grandezza. The Fall-Off, al di là delle aspettative sproporzionate, è un manifesto di onestà: un artista che torna a casa, che fa i conti con ciò che è stato e che finalmente si accetta. E se davvero questo sarà il suo ultimo capitolo, allora il lascito di J. Cole non sarà quello del GOAT, ma quello di un rapper che ha fatto “quasi tutto giusto” in un’epoca in cui sbagliare è la norma e che proprio per questo rimarrà come uno degli artisti più rispettati della sua generazione. Non il più grande di sempre, ma abbastanza grande da non dover dimostrare più niente a nessuno. Nemmeno a sé stesso.
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