Pensatore e fondatore di Slow Food, ha passato la vita a diffondere un semplice e fondamentale messaggio: l'industria e la velocità sono il problema, il piacere e la lentezza la soluzione.
Nell’aprile del 2022, un mese e mezzo dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, un gruppo di inviati di guerra italiani ha pubblicato una lettera di scomunica contro i colleghi più giovani. I firmatari, quattordici, vantavano carriere illustri e salvo poche eccezioni avevano tutti più di settant’anni. Accusavano i cronisti al fronte di non saper fare il proprio mestiere, di essere caduti vittime della propaganda ucraina, fornire una sola versione dei fatti, e più in generale di offuscare la “complessità” degli eventi in corso.
La lettera conteneva frasi così: «Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili», «nessuno verifica queste notizie», «manca un’analisi profonda», fino a un un rigurgito patriarcale che delegittimava per intero il lavoro dei successori: «Ecco, noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro», noi, come se i giornalisti che si trovavano in quel momento a Kyiv, a Kharkiv o a Kramatorsk fossero partiti in gita scolastica.
Nasceva così, con una lettera aperta e centinaia di ore di talk show sulla stessa falsariga, l’era del “complessismo”. Da un certo punto in avanti, i detrattori della resistenza ucraina si sono perfino autodefiniti tali, “complessisti”, presentandosi come gli ultimi portatori di dubbio in un mondo sciocco che si lasciava circuire volentieri dalla propaganda, che marciava compatto nelle proprie convinzioni verso il baratro.
Non so cosa mi avesse turbato di più della lettera, se l’abitudine nostrana di maltrattare sistematicamente le generazioni successive alla propria oppure il sentore di imperialismo russo che avvertivo fra le righe, del tutto inconsapevole. Fatto sta che è sorta in me, segretamente, l’idea di scrivere un libro, anzi no, non di scriverlo – cosa c’entravo io, dopotutto? –, di curare un libro, prima o poi, per rispondere a quelle accuse; un libro per testimoniare come una nuova generazione di inviati e inviate stesse svolgendo un lavoro egregio in Ucraina, una generazione che avrebbe ricordato in futuro quella guerra come la propria, una generazione che guarda caso era esattamente la mia, la Gen Y, i Millennial o quasi.
Tre anni e svariate guerre dopo, Da vicino è uscito (Da vicino. Raccontare la guerra oggi: pubblicato da Einaudi, con contributi di Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Daniele Raineri, Margherita Stancati, Lorenzo Tondo, Nello Scavo, ndr). La sua ambizione, per fortuna, si è emancipata dall’innesco iniziale e ampliata di parecchio. Pur riconoscendone l’impossibilità, l’antologia prova a fare un bilancio dei conflitti aperti e di com’è cambiato il modo di raccontarli nell’epoca dei droni kamikaze e dei social media. Al tempo stesso, vuole ribadire due cose essenziali: che noi c’eravamo, proprio lì o quanto più vicino possibile a lì dove la guerra accadeva; e che la verità, in questo mondo di narrazioni artefatte, di “complessismi”, esiste ancora e chiede ancora di essere vista e testimoniata.
È una parola a cui ero affezionato, “complessità”. La usavo parecchio prima. Ma succede a volte che il dibattito pubblico sequestri dei vocaboli. O almeno succede a me di non riuscire più a usarli se qualcuno se n’è appropriato e li ha distorti troppo a lungo.
Prima dell’Ucraina parlavo più disinvoltamente di “pace” e parlavo molto di complessità. Mi ritrovavo spesso a dire, per esempio: «È una situazione più complessa di quanto appare», o magari «occorrerebbe un approccio complesso». Erano frasi abbastanza tipiche per me. Mi sembrava che il concetto di complessità fosse addirittura inseparabile dal mondo in cui viviamo, così globalizzato, così connesso, così rapido, così critico eccetera.
Oggi è una parola che non dico più, a meno che non mi scappi. Mi è stata sottratta, dai complessisti, quelli dichiarati e quelli non. So che per qualsiasi nuova crisi, per qualsiasi guerra, arriverà qualcuno a tirare in ballo la “complessità”, al solo scopo di confondere le acque, di suggerire che ci sia qualche variabile nascosta, qualche interesse torbido che non conosciamo e che c’impedisce di capire l’insieme, mescolando così aggressori e aggrediti, vittime e carnefici. «Complessità» è diventato un modo per far passare di tutto. Se ogni situazione è diventata complessa, allora io voglio essere semplice, nitido, univoco.
L’esperimento quantistico del gatto di Schrödinger è fra i più abusati della fisica. Mi ero ripromesso di non usarlo mai, ma in questo contesto è troppo pertinente per rinunciare, perciò eccolo: in una stanza chiusa c’è un gatto, non sappiamo se vivo o morto, perché accanto a lui è presente un marchingegno che può essere attivato in modo casuale e frantumare una boccetta piena di veleno. Fintanto che la stanza è chiusa, dice la meccanica quantistica, il gatto si trova in una “sovrapposizione di stati”, cioè è vivo e morto al tempo stesso (va accettato così, anche se non ha senso per noi, è la meccanica quantistica). Aprendo la porta per guardare, tuttavia, il gatto sarà sempre, senza alcuna ambiguità, vivo oppure morto.
Le guerre, i fronti che si aprono di continuo, i luoghi sotto occupazione militare o in balia di regimi autoritari, visti da qui sono scatole di Schrödinger. Pieni di affermazioni vere o false, di stati sovrapposti, di nebbia e di supposta “complessità”. A meno che qualcuno non si prenda il disturbo di salire su un aereo, poi su un treno e su un’automobile, rimediando magari un passaggio di fortuna, fino a raggiungere la porta, per quando lontana e impervia, e aprirla. Quel qualcuno, per nostra fortuna, ancora c’è.
