La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.
Mentre il Ministero dell’Istruzione mantiene il suo impegno nel riportare la scuola ai tempi di De Amicis – tra reintroduzione del latino alle medie e ostacoli all’educazione sessuale – studenti e docenti si ritrovano smarriti nel pieno di una seconda rivoluzione digitale: quella delle AI.
Nemmeno qualche anno fa, ai tempi della didattica a distanza, gli adolescenti davano prova delle loro migliori intuizioni informatiche, hackerando i test online che docenti prossimi alla pensione faticavano a rendere a prova di copiatura. Nessuno poteva immaginare che solo pochi anni dopo sarebbe arrivato ChatGPT. C’è da sperare che qualcuno di quei docenti sia andato in pensione in tempo per risparmiarsi tutta la manfrina sull’attendibilità degli elaborati dei propri alunni. Certo, si perderà l’ebbrezza di vedersi scrivere in pochi secondi un inutile verbale di dipartimento, una programmazione di fine anno, ore e ore di burocrazie snellite, ma sempre meglio che ritrovarsi inerme di fronte ad analisi del testo impeccabili perché prodotti da una macchina. Traditi per l’ennesima volta dai propri studenti, molti insegnanti si trovano oggi a introdurre un nuovo clima di terrore nella valutazione: «Hai usato ChatGPT?».
Insegno da dieci anni nella secondaria di primo grado. Nonostante lavori con ragazzi tra i dieci e i quattordici anni, sono pochissimi quelli che non possiedono uno smartphone. E chiunque ne abbia uno sa che i modelli di intelligenza artificiale ci vengono proposti in ogni modo possibile, in continui e aggressivi pop-up. Diventa difficile immaginare che un ragazzino di dieci anni, oltre a passare il pomeriggio a giocare a Brawl Stars, non cada, prima o poi, nella tentazione di usare ChatGPT per fare i compiti. A volte sono gli stessi genitori a incoraggiarli, pur di finire gli esercizi di grammatica in tempo per portarli agli allenamenti.
Le linee guide del Ministero dell’Istruzione in merito all’introduzione e all’incentivo dell’intelligenza artificiale nelle scuole parlano chiaro: l’algoritmo non può sostituire il docente nella valutazione, gli alunni nell’apprendimento. Ma può funzionare come supporto. A noi docenti, invece, resta però il compito meno nobile di capire dove passa la linea tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Sono già finiti i tempi in cui gli studenti consegnavano con nonchalance un compito interamente scritto da “Chat”, come ormai la chiamano in confidenza. Oggi la usano come assistente personale. Se non sanno da dove partire, chiedono un paio di suggerimenti, le affidano qualche esercizio poco chiaro. «Il lavoro l’ho fatto tutto da solo, tranne quella parte dove mi sono fatto aiutare da Chat». Per l’esame di terza media, una mia alunna non si è fatta scrupoli a creare un’immagine della Tour Eiffel – il suo argomento d’esame sarà Parigi – invasa dai gatti.
All’inizio utilizzavo un programma a pagamento, NoPlagio – più utilizzato in ambito accademico – per individuare la percentuale di testo generata dall’intelligenza artificiale. Era piuttosto preciso e, nei primi tempi, ha avuto l’effetto sperato. I colpevoli venivano allo scoperto. Con mia sorpresa, anche alcuni tra i più bravi della classe dovettero confessare, con grandi patimenti: si giocavano la reputazione. Ma poi ho deciso di lavorare sull’onestà. Nominato l’elefante nella stanza, abbiamo iniziato a ragionare insieme. Ho ammesso anch’io di farne uso. Non si contano le volte in cui Chat mi ha salvato una lezione che altrimenti avrei dovuto improvvisare per mancanza di tempo. In pochi secondi mi fornisce un test di comprensione, propone una traccia di lavoro o un testo mentore per un’attività di scrittura. Ogni volta che porto in classe materiale realizzato anche solo in parte con l’intelligenza artificiale lo dichiaro apertamente.
Certo, Chat non è il genio della lampada. Non sempre ci si può fare affidamento. Dopo gli entusiasmi iniziali arrivano anche le prime delusioni. Mi gioco il tutto per tutto durante una lezione di grammatica. Nello sgomento generale, proietto sulla LIM la schermata di ChatGPT. Chiedo all’algoritmo di svolgere l’analisi logica di una frase piuttosto semplice, complicata soltanto dalla presenza di un pronome relativo. Ed è lì che la macchina inciampa. Continua a classificarmelo come congiunzione invece che come pronome con funzione di soggetto. Insisto, “sei sicura?, sicura, sicura?”, mentre la classe segue divertita il siparietto fantascientifico. Per qualche minuto si fidano più del loro professore che della macchina.
Sono anni che costringo i miei studenti a scrivere a mano, su un taccuino speciale dove esercitare il pensiero in maniera analogica. Con risultati discreti, verrebbe da dire, con buona pace delle scuole scandinave che dopo anni di tablet, e-book e digitalizzazione integrale stanno riscoprendo il valore dei libri di testo e dei quaderni. In Italia, al contrario, abbiamo speso la maggior parte dei soldi del Pnrr nel finanziare le STEM (almeno nella mia scuola è stata acquistata un’enorme lavagna immersiva di cui non ho ancora capito l’utilizzo, mentre l’idea di un’aula di lettura latita) ma continuiamo ad assegnare compiti a casa come non ci fosse un domani. In questo senso l’AI dovrebbe costringere molti docenti a convincersi che gli apprendimenti avvengono in classe, e non a casa. Intanto già vedo le prossime tracce d’esame, tutte sull’enciclica di papa Leone Magnifica Humanitas, farcite di retorica sul ritorno all’umanesimo e sulla centralità della persona, mentre un altro anno è appena passato anche grazie a Chat.
