Guy Brewer ha costruito una carriera intera ai margini. Con Carrier arriva al Nextones 2026, in una cava in una valle lontana da tutto, e spiega perché quella distanza tra centro e mergine è sempre stata la sua casa.
Palma d’Oro a Cannes nel 2018 con Shoplifters, Hirokazu Kore-eda ha saputo imporsi come uno dei più importanti registi giapponesi del panorama contemporaneo, con una poetica intima scandita da racconti fragili e delicati. Dopo due film che lo hanno portato all’estero (La verità in Francia e Broker in Corea del Sud), il regista è tornato a raccontare storie di casa sua con due miniserie Netflix e poi con Monster – L’innocenza, film che getta nuovamente uno sguardo sull’infanzia, incompresa, invisibile, drammaticamente inascoltata. Il tuffo nel mondo del piccolo schermo, con miniserie che riprendono la tradizione dei dorama (i telefilm giapponesi) – The Makanai: Cooking for the Maiko House e Asura, con atmosfere famigliari e quotidiane – non è stato casuale, la sua carriera è iniziata proprio nel mondo della tv degli anni ’80 (media per cui nutre ancora grande affetto e riconoscenza, professionale e sentimentale), con un’attenzione particolare per il documentario e i meccanismi tra individui e società.
In queste settimane, in vista della prossima uscita di Sheep in the box, il suo nuovo film presentato in Concorso allo scorso Festival di Cannes, sono arrivati nei cinema italiani i suoi primi film. Con la rassegna dall’orrendo titolo Riflessi dell’invisibile, dal 14 maggio al 1 luglio, ecco uscire nelle sale: Maborosi (dal 14 maggio), Nobody knows (25, 26, 27 maggio), Still Walking (15, 16, 17 giugno) e Wonderful life (29, 30 giugno e 1 luglio). Tutti capolavori che vale la pena di gustarsi al cinema.
Tutto in famiglia
Nella poetica di Kore-eda la famiglia ha da sempre un ruolo centrale: Like Father, Like Son, Nobody Knows, Little Sister, Still Walking, questi solo alcuni dei suoi film migliori, tutti sviluppati attorno a questa tematica. Tutta la sua filmografia è pervasa da una riflessione sulla natura, labile e mutevole, dei legami tra le persone, sulle loro contraddizioni e sulla crudeltà che ne scaturisce. In Ritratto di famiglia con tempesta Ryota (Abe Hiroshi) rappresenta a pieno tutta quella generazione di promesse non mantenute, giovani brillanti destinati a un futuro di successi, ma che poi, stringi stringi… Ryota, astro nascente della letteratura, non è mai riuscito a dar seguito al suo primo romanzo di successo (come Hubbel di The Way We Were), ha il vizio del gioco d’azzardo e per tenersi a galla si reinventa investigatore privato. L’ex moglie ha esaurito le scorte di fiducia. Padre maldestro di un bambino che conosce poco e figlio di un’anziana madre amorevolmente saggia e rassegnata, Ryota sembra alla ricerca di una strada per non deludere nessuno, riuscendo così a deludere tutti. Sarà una lunga notte di tempesta a portare questa famiglia, scombinata come tante, alla catarsi? La natura sembra accarezzare tutti loro come la grande mano di una divinità pagana. Ritratto di famiglia con tempesta è una riflessione malinconica, una ballata agrodolce, dipinta con i toni delicati di un acquerello, che inquadra l’età adulta come il regno delle aspettative infrante.
In Shoplifters – Un affare di famiglia, dopo uno dei loro furti, Osamu (Lily Franky) e suo figlio Shota, sulla strada di ritorno verso casa, si accorgono di una ragazzina abbandonata su un balcone, in mezzo a un freddo glaciale. Non sapendo cosa fare la portano a casa con loro. Dapprima riluttante ad accoglierla, la moglie di Osamu acconsente a occuparsi della piccola, che entra così a far parte di questa strana famiglia allargata insieme a una nonna al contempo carezzevole e imbrogliona, col vizio del gioco, e a una giovane nipote che arrotonda esibendosi nei peep show. Tutti assieme vivono in piccolo tugurio stipato di oggetti (oltre che di persone), poveri ma pronti a condividere tutto, anche grandi, indicibili, segreti… I protagonisti di quest’ultima opera ricordano, ad esempio, la famiglia povera di Like Father, Like Son, che in quel caso era contrapposta a una famiglia “bene”. Lily Franky, non a caso, in entrambi i casi veste i panni del padre un po’ straccione ma benevolo, giocherellone e un po’ (tanto) scapestrato.
Tra tutti i suoi film, Un affare di famiglia è forse quello che meglio sintetizza al meglio tutti i temi cari al regista giapponese: troviamo, nuovamente, una famiglia disfunzionale; l’amore vi trova spazio, certo, ma in interstizi sfuggenti. È una di quelle che il cineasta giapponese ha definito come “famiglie punite”, quelle di cui si legge nella pagine di cronaca dei giornali, ai margini della società. Come già aveva raccontato in Nobody knows, film dalla bellezza straziante che si ispira a fatti realmente accaduti, quando nel 1988 una madre lascia soli i cinque figli minorenni in un appartamento a Tokyo: «Poiché non ne aveva dichiarato la nascita in comune, questi bambini di fatto non esistevano di fronte allo Stato – spiega il regista nella sua autobiografia professionale, Pensieri dal set (Cue press) – non erano nemmeno mai andati a scuola. Quando il figlio maggiore compì 14 anni, la donna andò a convivere con un nuovo compagno abbandonando la casa in cui viveva con la prole, lasciando i bambini con un libretto di risparmio su cui lei occasionalmente depositava del denaro. Nell’aprile dell’anno successivo, la terza figlioletta che all’epoca aveva solo due anni, a causa delle violenze subite da un amico comune, morì costringendo il fratello a seppellirne il corpo in un bosco […] com’era possibile che nessuno dei vicini non si fosse accorto dell’abbandono di ben quattro minori? Probabilmente, qualcuno aveva preferito non vedere? La superficialità di quei rapporti umani, mi riportò col pensiero alla vita che la gente conduce nella capitale: l’episodio rivelava quanto si fossero assottigliati i legami familiari nelle nostre città».
Il mondo di sotto
Lo sguardo del regista è da sempre attento alle realtà subalterne, in cui gli emarginati sono invisibili finché le istituzioni (e la morale) sono obbligate ad affrontare il problema. Per caso, normalmente. Proprio come avviene per quelle notizie che si leggono solo sui quotidiani, perché realtà simili vicino a noi non se ne vedono – o, come critica il regista, è il ceto borghese che non vuole vedere finché non è costretto a farlo. La morte, il lutto, il vuoto, i ricordi di chi resta e di chi se ne va, sono suggestioni che porta con sé fin dall’inizio della sua carriera, dal suo esordio per il grande schermo, il dolente Maborosi, a Distance, storia sui famigliari dei membri di una setta religiosa, passando per Wonderful Life, dove il regista mette in scena un aldilà in cui ai defunti viene chiesto di rimettere in scena il loro ricordo più prezioso, da portare con sé per l’eternità, prima di passare oltre.
«Se il Paradiso esiste, cosa vorrebbe le dicesse Dio al suo arrivo ai cancelli del Paradiso?». Le verità (il suo film francese con Catherine Deneuve e Juliette Binoche) si apre e si chiude con questa domanda: il cineasta giapponese sembra volerci ricordare che l’indulgenza della memoria ha un che di consolatorio, di pacificatore. «Il tema principale di After Life ruota intorno a una domanda: cosa rappresentano per noi i ricordi? Non a caso, gli impiegati della clinica presenti all’interno del film chiedono alle anime dei defunti di scegliere il ricordo più importante della loro vita per poterne creare una scena che queste vedranno prima di incamminarsi verso il paradiso».
Solitudine, alienazione, l’impossibilità di sanare fratture incolmabili, come quelle tra la vita e la morte, non sono scenari nuovi per lui, ma nella sua filmografia oltre ai ritratti quotidiani c’è spazio anche per lo straordinario: e se un giorno una bambola gonfiabile scoprisse di avere un cuore e prendesse vita? Tratta da un manga, Air Doll è una versione tenera e crudelissima di Pinocchio, che nelle mani di un regista come Kore-eda diventa un riflessione amara e poetica. Dopo aver preso vita, la protagonista fa esperienza del mondo, attraverso ogni nuovo incontro imparerà l’esistenza di nuovi sentimenti, spesso dolorosi: da uno spunto assurdo a un grande racconto sulla solitudine. «Dopo aver mostrato interesse per il ruolo da protagonista, l’attrice coreana Bae Doo-na si consultò con il regista Bong Joon-ho che le consigliò di accettare il ruolo (inutile ribadire che ancora oggi sono molto grato al collega per aver mediato in quell’occasione!)». Accolto con freddezza all’uscita, come un’opera minore della sua filmografia, rivisto oggi sembra un vero miracolo d’autore. L’altro lato di Barbie.
Kore-eda dirige dei drammi complessi, stratificati e ricchi di sfumature, di dubbi. Alla commozione accompagna una pletora di domande, di interrogativi. Torna sempre la critica alle istituzioni, che non hanno i mezzi per leggere la complessità del reale e il cui limite è rappresentato dalla natura stessa del compito a cui devono far fronte: discernere bene e male.
