Il Greatest Hits di Ferrari unisce il meglio di due mondi, la musica e l’automobilismo

Al Museo Enzo Ferrari di Modena, fino a febbraio 2027, una mostra che racconta il legame tra musica e Cavallino, un filo rosso che va da Herbert von Karajan a Tyler, the Creator, passando per Pavarotti, Eric Clapton, Mick Jagger, John Lennon, Madonna e moltissimi altri.

14 Marzo 2026

Alla mostra del Museo Enzo Ferrari di Modena The Greatest Hits. Music Legends and their Ferraris, dedicata al rapporto tra Ferrari e musica, di Ferrari F40 dovrebbero essercene non una ma quattro. Non solo perché è stata l’ultima Ferrari seguita da Enzo Ferrari prima della sua scomparsa e perché è la più bella di tutte, opinione personale ma con solide pretese di oggettività. Ma perché la F40 l’hanno avuta Luciano Pavarotti, Eric Clapton, Nick Mason (batterista dei Pink Floyd) e oggi Tyler, The Creator, che l’ha fatta entrare nei suoi video, l’ha sfoggiata per le strade di Los Angeles e agli ultimi Grammy l’ha perfino fatta esplodere sul palco (si spera fosse una replica).

Trovate un’altra automobile capace di conquistare con tanta naturalezza la lirica, il rock, il prog e il rap. È la magia Ferrari, ed è proprio questo che racconta The Greatest Hits, aperta fino al 16 febbraio 2027. Non il semplice incontro tra due mondi glamour, non una raccolta di memorabilia per nostalgici dei motori o per feticisti della celebrità, ma la dimostrazione che Ferrari, molto prima che esistesse l’espressione brand identity, aveva già costruito un linguaggio riconoscibile, stabile e insieme elasticissimo, capace di adattarsi a contesti culturali opposti rimanendo sempre sé stesso. Pochissimi marchi ci riescono davvero; nel settore automobilistico, solo Ferrari.

Del resto, basta guardare i nomi messi insieme a Modena per capire che il tema non è il lusso in quanto tale. Ferrari sembra parlare la lingua di musicisti che condividono poco o nulla, se non una certa idea di performance come momento culminante. Da Herbert von Karajan a J Balvin e Swizz Beatz; in mezzo, Miles Davis, Mick Jagger, John Lennon, Madonna, Cher, Maria Callas, Pavarotti, Eric Clapton. È una costellazione troppo eterogenea per essere una coincidenza o una moda: evidentemente in Ferrari c’è qualcosa che parla tanto alla disciplina quanto allo sfoggio, tanto alla compostezza quanto all’impulso, tanto al culto della forma quanto a una certa pulsione irrazionale. In altre parole: alla musica.

Non sono presenti quattro F40 perché in mostra non c’è spazio per i doppioni, né per la sfilza di 458 Italia e California accumulate da cantanti, musicisti e producer, tra cui Justin Bieber, John Mayer, 50 Cent, Ozzy Osbourne, Gucci Mane, Tyga, DJ Khaled e Chief Keef. Non c’è spazio nemmeno per le tre LaFerrari di Travis Scott, una rossa, una nera e una bianca Aperta, né per quella gialla di Drake, la cui replica gonfiabile telecomandata vola sulla folla durante i concerti. Nemmeno per le ben più affascinanti 308 GT4 di Elvis Presley, Daytona Spider di John Bonham, batterista dei Led Zeppelin, o per la Ferrari Dino 246 GT gialla di Harry Styles. E sicuramente non c’è spazio per la 458 Italia di Afrojack, che schiantò poche ore dopo l’acquisto, pubblicando fieramente l’accaduto sui social.

Ma non giudichiamo troppo presto, perché anche Eric Clapton distrusse la sua 365 GT4 BB nel 1974 dopo averci percorso appena 50 chilometri. L’auto danneggiata compare perfino nella copertina interna di Slowhand. Clapton, in mostra, compare con la SP12 EC, una one-off realizzata per lui nell’ambito dei Ferrari Special Projects. Nella sua autobiografia racconta di essersi innamorato della marca vedendo la 365 GTC blu scura di George Harrison dei Beatles. Per lui fu, scrive, «come vedere la donna più bella del mondo e così, in quel preciso istante, decisi che ne avrei comprata una, anche se non sapevo guidare. Non avevo la patente e fino ad allora avevo solo guidato macchine automatiche, quindi imparai a guidare con la frizione proprio con quella Ferrari», che comprò da Harrison. Anni dopo Ferrari gli costruisce la SP12 EC su misura, lavorando con lui passo dopo passo; Clapton la descrisse come «una delle cose più soddisfacenti che abbia mai fatto».

The Greatest Hits – Music Legends and Their Ferraris. Foto courtesy of Ferrari

La mostra del Museo Enzo Ferrari funziona proprio perché evita la scorciatoia del “guardate quante star possedevano una Ferrari” e sceglie invece auto uniche che portano con sé una storia, un episodio, un piccolo mito portatile. Una serie di mini podcast realizzati da Chora Media con la partecipazione di Federico Buffa accompagna ogni veicolo con aneddoti e retroscena, dato che la mostra non vuole limitarsi a esibire carrozzerie impeccabili, ma alimentare quella dimensione orale in cui il mito continua a circolare.

C’è, naturalmente, la 250 GTO del 1962 di Nick Mason, uno dei casi in cui il possesso dell’auto smette di essere un fatto privato e sconfina direttamente nella storia della musica. Acquistata con parte dei proventi di The Dark Side of the Moon, fu poi messa a garanzia di un finanziamento nel 1987, quando i Pink Floyd cercavano i fondi per far partire il gigantesco tour di A Momentary Lapse of Reason. Poi c’è Mick Jagger, che nel 1985 va fino a Maranello per ritirare personalmente la sua GTO. C’è la 250 GT Lusso di von Karajan, che scrisse a Enzo Ferrari: «Non esiste direttore d’orchestra che riuscirebbe a replicare la melodia di un V12 Ferrari». C’è la sopracitata F40 di Pavarotti, che è poi passata a Sebastian Vettel. C’è la 275 GTB/4 di Miles Davis, che atterrò a Ginevra per andare a un festival jazz, vide ad aspettarlo una Ferrari nera e disse soltanto: «No, portatemene una rossa». C’è la nuovissima SF90 XX di Swizz Beatz, già in mostra prima ancora di essere ritirata dal proprietario. C’è Jay Kay, frontman dei Jamiroquai, con la sua LaFerrari verde con interni neri, configurazione speculare rispetto alla sua Enzo, nera fuori e con sedili verdi. C’è Maria Callas con la sua 250 GT Cabriolet grigia, in sintonia cromatica con la villa di Sirmione. E c’è Madonna, con una Mondial Cabriolet, che compare nel videoclip di “Material Girl” con una Ferrari rossa come emblema della ricchezza più desiderabile, ma anche come oggetto-simbolo di seduzione e autonomia femminile.

Il fatto che la mostra si apra proprio il 18 febbraio, il giorno del compleanno di Enzo Ferrari, contribuisce a costruire la liturgia laica del marchio. Michele Pignatti Morano, direttore dei Musei Ferrari, ha ripreso una delle frasi più note del fondatore: «Enzo Ferrari diceva che la migliore Ferrari che sia mai stata costruita è la prossima. Lo stesso vale per le esposizioni».

La novità di quest’anno è il Jazz Open Modena, festival che da oltre vent’anni anima Stoccarda ogni estate e che arriva per la prima volta in Italia, con il Museo Enzo Ferrari come premium sponsor. È in programma dal 13 al 18 luglio 2026, con nomi come Moby, Jean-Michel Jarre, Diana Krall e Luca Carboni; i biglietti sono già in vendita. Si potrebbe considerare solo una buona operazione di posizionamento territoriale, e in parte lo è, ma c’è una coerenza speciale. «La parola che mi piace di più è “open”: essere aperti è fondamentale, viviamo in un mondo in cui le idee possono nascere ovunque e dobbiamo essere pronti a intercettarle», ha dichiarato Benedetto Vigna, Ceo di Ferrari. Il cavallino rampante, dopotutto, è l’incontro tra una disciplina tecnica rigorosissima e una componente imprevedibile, emotiva e libera, proprio come il jazz. In effetti, se esiste un tratto comune tra Pavarotti, Karajan, Clapton, Mason, Jagger, Madonna e Davis, forse è proprio la ricerca di una forma impeccabile capace di far passare una quota di pericolo.

Eppure, se penso al connubio tra Ferrari e musica, la prima immagine che mi viene in mente non riguarda il possesso ma l’immaginario. È l’inizio del video di Hard to Explain degli Strokes, con una 308 GTS che sgomma a bordo strada, alza il prato e poi riparte in carreggiata mentre attaccano le chitarre della band, inconfondibili quanto quel motore. Lì dentro c’è tutto quello che la mostra insegue: una sregolatezza che non compromette l’eleganza, la giovinezza che non rinuncia alla compostezza, un’idea di stile insieme sbruffone e innegabile, tanto per gli Strokes quanto per Ferrari. Come il titolo della canzone, la passione per la musica è come quella per Ferrari: limpida ed evidente, ma hard to explain. Anche se il frontman Julian Casablancas guida una Volvo, che noia.

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