Bande di ragazzini della Milano bene che negli anni '90 entravano in casa altrui per rubare e devastare. Una vicenda che la città non ha mai dimenticato e che all'epoca si chiuse grazie alla denuncia di Roberto Vecchioni. E che è recentemente tornata d'attualità, sempre grazie a lui.
Sulla Terra ci sono già talmente tanti data center che Google ha deciso di iniziare a costruirli nello spazio
Si inizia con cinque, poi dieci, fino a ottanta. Una volta lassù, il data center resta in orbita fino a sei anni per poi disintegrarsi al rientro sulla Terra.
Un satellite grande come un frigorifero, con la potenza di calcolo di un singolo server, partirà il primo ottobre su un Falcon 9 di SpaceX. È il primo prototipo del Project Suncatcher, il programma con cui Google prova a mettere in orbita i data center per l’intelligenza artificiale, e come dice il nome l’idea è sfruttare la luce solare ventiquattro ore su ventiquattro invece di sovraccaricare la rete elettrica terrestre, emettere enormi quantità di sostanze inquinanti e prosciugare le riserve di acqua dolce quaggiù.
Come riporta il New York Times, i tecnici dell’azienda stanno sottoponendo il prototipo a stress test in laboratorio prima del lancio. Una volta lassù, il satellite resterà in orbita fino a unn massimo di sei anni per poi disintegrarsi al momento del rientro nell’atmosfera. Google non è la sola che sta investendo in questo nuovo settore dell’industria aerospaziale: SpaceX di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos vogliono fare la stessa cosa, e Musk stima che, quando il suo progetto sarà compiuto, in cielo ci saranno a un milione di satelliti-data center, ciascuno molto più grande della Stazione Spaziale Internazionale.
Se funzionerà, e se avrà senso dal punto di vista economico, nessuno lo sa ancora. Gli ostacoli sono i detriti spaziali che vagano attorno alla Terra e che rischiano di ridurre in pezzi i data center orbitali. E poi le radiazioni, che possono devastare l’elettronica di bordo. E poi il processo di raffreddamento di quella stessa elettronica e la necessità di tenere una connessione stabile con una superficie che sta centinaia di miglia più in basso. E ancora: la manutenzione, ordinaria e straordinaria. In un data center terrestre entra un tecnico, sostituisce il pezzo rotto ed esce. Su un satellite l’operazione diventa incomparabilmente più complicata e costosa. Nemmeno il vantaggio ambientale è scontato, perché secondo gli esperti una simile “flotta” di data center, e di quelle dimensioni, potrebbe rivelarsi dannosissima, rilasciando grandi quantità di inquinamento atmosferico e rischiando di intaccare lo strato di ozono.
Google procede comunque a piccoli passi, e al momento il limite è quindici minuti di funzionamento nello spazio prima che i chip vadano spenti per raffreddarsi. Entro il prossimo anno l’azienda punta a lanciare altri due satelliti, per poi arrivare a una costellazione di 80, in formazione serrata. L’azienda punta a spendere per i data center orbitali quanto spende per quelli terrestri entro la metà degli anni Trenta, scommettendo sulle economie di scala. James Manyika, vicepresidente senior di Google per la ricerca, dice comunque di non aspettarsi nulla di davvero efficace nei prossimi anni, e paragona il percorso a quello delle auto a guida autonoma, che all’azienda sono costate quindici anni di ricerca.