Vestirsi per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima

La Gobi Jacket di Parajumpers ha vestito per vent'anni piloti e ricognitori tra le nevi: oggi celebra quel compleanno con una mostra, ricordandoci come l'esplorazione di sé e del mondo che ci gira intorno non ha a che fare (solo) con la latitudine.

18 Settembre 2026

Jack London, nei Racconti del Grande Nord, spiegava che il freddo è una vera esperienza metafisica. Di fronte al vuoto bianco dell’Artico, l’essere umano si misura inesorabilmente con la propria fragilità. Ci si affida a due sole cose: alla lucidità della mente e all’infallibilità di ciò che si indossa. Lo sapeva bene Bruce Chatwin quando, lasciata la carriera da Sotheby’s e il lavoro al Sunday Times per percorrere la Patagonia nel 1974, inviò un breve telegramma alla redazione: «Sono andato in Patagonia». Nei suoi racconti descriveva l’equipaggiamento ridotto all’essenziale come una protesi dell’esistenza, l’unico riparo capace di garantire l’autonomia e la sopravvivenza negli spazi sconfinati. Un sottile strato che trattiene l’ultimo calore umano prima che la notte lo dissolva, come raccontava Antoine de Saint-Exupéry ne Il Volo, e che però, in maniera ugualmente simbolica, rappresenta il punto nel quale l’uomo e la natura non ancora addomesticata si incontrano, cercando un dialogo.

Un bush pilot dell'Alaska nel 2017 con indosso la giacca Gobi

Una bush pilot dell’Alaska nel 2017 con indosso la giacca Gobi (courtesy press office)

Eppure, per capire come questo legame tra funzione e protezione continui ancora oggi, bisogna tornare ad Anchorage, in Alaska, all’inizio degli anni Duemila. La storia della giacca Gobi – nata formalmente nel 2006 – si lega a filo doppio a un incontro in un locale tra quello che sarà il founder del brand e un membro del 210th Rescue Squadron dell’Air National Guard, i Parajumpers. Uomini e donne che intervengono nelle missioni di soccorso più estreme tra le bufere del Denali, guidati dal motto “That Others May Live” (“Affinché altri possano vivere”). In quei contesti, una cerniera bloccata o una cucitura che cede possono costare la vita. Le loro giacche da lavoro erano pensate solo per essere il più utili possibili: zip oversize, una tasca cargo a sinistra fatta per tenere l’elmetto o la radio e un nastro al collo con un moschettone da paracadute per chiudere il colletto con un solo gesto.

Vent’anni dopo quell’idea, la versione celebrativa Gobi 20th dimostra come un capo nato per le emergenze possa diventare un classico di tutti i giorni. La struttura resta quella originale, la fettuccia gialla con il moschettone e la capiente tasca cargo, ma tradotta su un nylon idrorepellente con dettagli in pelle, il colletto in montone e l’imbottitura in piuma. Un traguardo celebrato anche attraverso un percorso espositivo (visitabile gratuitamente il 24 e il 25 settembre durante la fashion week milanese) nel quale si esplora non solo l’archivio del brand, ma anche la rivisitazione della Gobi, affidata a 20 artisti e designer di tutto il mondo: c’è chi l’ha ricreata in cotone trattato con il micelio, chi l’ha stampata in 3D con biopolimeri e chi l’ha lavorata con filo metallico, denim o tessuti artigianali del Perù, del Ghana e della Cina.

La Gobi Jacket di Parajumpers (courtesy press office)

In questo percorso, la Gobi, e più in generale Parajumpers che quella giacca l’ha pensata, sembrano ribadire l’ethos del brand, quello che professa (e poi mette in pratica) un modo di vivere basato sull’esplorazione geografica e simbolica dei limiti, e sul rispetto per il territorio e le sue comunità. Ne è un esempio la collaborazione con Wildlife Initiative per studiare e proteggere il raro gatto di Pallas nelle steppe della Mongolia. Lì, dove il clima cambia all’improvviso tra venti forti e sole battente, il lavoro dei ricercatori si unisce all’esperienza dei pascolatori nomadi del posto. Indossare la Gobi Spring o i capi tecnici della linea significa usare un’attrezzatura pensata per chi vive e lavora in mezzo a una natura difficile e delicata. Questo spirito si ritrova anche nelle storie di chi supera i propri limiti quotidiani, e che Parajumpers ha voluto accompagnare nel corso degli anni. Hari Budha Magar, ex soldato Gurkha dell’esercito britannico dopo aver combattuto in tribunale per cancellare il divieto di scalata per le persone con disabilità, ha perso le gambe nel 2010 in Afganistan e aver salito l’Everest, ha completato sul Monte Vinson, in Antartide, l’impresa delle Seven Summits: il primo uomo con doppia amputazione sopra il ginocchio a raggiungere la cima più alta di ogni continente. Per proteggerlo dal vento polare e dai venticinque gradi sotto zero, Parajumpers ha creato per lui una tuta da vetta su misura in tre pezzi, studiata per permettergli di muoversi e combattere sul ghiaccio in sicurezza. Dall’Antartide alle steppe della Mongolia, dai crepacci dell’Alaska fino alle strade delle nostre città, la storia della giacca Gobi chiude così il suo cerchio.

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