È l'ultima piattaforma streaming ad arrivare nel nostro Paese, forte però di una fama senza pari nel panorama televisivo. Li abbiamo incontrati e con loro abbiamo parlato di Harry Potter e Portobello, della competizione con YouTube e delle (notevoli) difficoltà del mercato italiano.
Giovanni Lindo Ferretti contro il mondo moderno
Per la nostra nuova digital cover abbiamo parlato di spiritualità, musica, politica e isolamento con il leader dei CCCP, che da Cerreto Alpi si prepara alla sua prima tournée teatrale.
La luce bianca sulle case di pietra grigia, la neve sulle cime degli Appennini tutto intorno. Finestre chiuse, centosette abitanti in tutto. In giro non c’è nessuno. Fa un freddo cane a Cerreto Alpi, in questo mattino presto nel cuore dell’inverno. Giovanni Lindo Ferretti apre la porta di casa con in mano una tazza di caffè bollente, indossa una felpa nera, un gilet di pelle, degli stivaloni da andarci a cavallo. Visitare il cantante dei CCCP, CSI e PGR, pensavo salendo su in macchina per questi tornanti, è un pellegrinaggio, più che un’intervista. Lui invece è affabile, sembra proprio voler smontare l’aura che lo circonda. Ci offre caffè o tè. Grappa o sambuca. Acqua, dice, non ne beve. Ci porta in giro per la casa, ed è un trionfo di cavalli e immagini sacre: per Ferretti in effetti non c’è differenza. Prendo appunti visuali: una enorme e antica cartina dell’Urss appesa al muro dello studio, arazzi ancora a tema equestre, molte foto dei CCCP, una cucina essenziale e rustica, e poi libri ovunque. Sono disposti in un ordine casuale, ma ci sono sezioni specifiche, come enclavi: ne riconosco una dedicata al cattolicesimo, una alle montagne, una per Cormac McCarthy, una per Pier Vittorio Tondelli.
Non fare di me un idolo, lo brucerò
A febbraio Giovanni Lindo Ferretti torna sui palchi italiani, dopo aver girato il Paese in una fortunata e straordinaria riunione dei CCCP per quasi due anni. Lo fa però a teatro: da uno spettacolo che era stato un unicum, andato in scena a Vicenza e intitolato Moltitudine in cadenza, percuotendo, è nato questo Percuotendo. In cadenza, che parte il 14 febbraio e termina a fine aprile. Una confessione recitata e musicata lunga una vita. Ferretti, che non ha mai dato spiegazioni su niente a nessuno, ha deciso di farlo una volta per tutte, per tutti. Ci sarà dentro tutto quello di cui parliamo in questa intervista: la musica, il successo, la politica, la spiritualità, l’Emilia, la morte.
Quando ci sediamo e iniziamo a parlare, lui mostra di averli fatti eccome i conti con la vita. Dice: «Sto riconsiderando i passaggi significativi della mia vita, cercando di legarli anche a dei passaggi significativi della società in cui io sono vissuto: io non vedo molte fratture. Al contrario di quello che vede parte del pubblico della critica, io vedo una certa linearità nel mio percorso». Ma l’Italia è un Paese alla ricerca costante di santi, e si arrabbia tremendamente quando i santi si mettono a camminare fuori dall’icona che gli è stata costruita intorno. Ferretti questo lo aveva capito subito, quando ancora faceva, come dice lui, «il giovane mondano» con i CCCP. E dopo otto anni di carriera punk filosovietica, dopo aver suonato da Reggio Emilia a Pechino, scioglie tutto e torna in questa casa qui, che è la casa in cui è nato, in cui è nata sua madre e sua nonna, e più indietro ancora per secoli e secoli. Non è una fuga, è una ricerca. Lui spiega: «Quando i CCCP sono finiti avevo ben coscienza del fatto che rischiavo di diventare un opinion leader, che siccome stai su un palco, pensi di potere dire la tua su tutto quello che sta succedendo al mondo e se la dici bene magari fai anche fortuna perché apri una polemica per cui finisci sui giornali e via di questo passo. La prima canzone che ho scritto per i CSI diceva: “Non fare di me un idolo o mi brucerò”. Da subito ho detto che io ritorno sul palco, però non aspettatevi che io divento il vostro portavoce, non sono il vostro megafono, non me ne frega un cazzo».

In ritiro dalla modernità
Appena gli impegni con i CSI lo consentono, Ferretti abbandona la mondanità e la vita di città e torna a vivere qui, in montagna. Quella che alcuni hanno erroneamente inteso come una trasformazione radicale della mezza età inizia invece nei primi ‘90, e inizia intorno ai cavalli: «Con i soldi dei CCCP ho comprato la prima cavallina. Ho smesso di fare il nottambulo, mi sono ricostruito una quotidianità sul tempo dei cavalli: i puledri appena nati, i pascoli, la solitudine, il vento, tutto un mondo a cui io aspiravo da quando sono nato. Perché sono nato in questa casa, sono nato alla fine di un mondo, mi sono fatto affascinare dal mondo contemporaneo e poi a un certo punto ho detto: c’è qualcosa che non va, preferisco tornare all’indietro. Il viaggio dei cavalli è stato un viaggio a ritroso, fino all’origine dell’umanità».
Ferretti è cattolico, ma quando parla di religione lo fa senza dogmi, altro che integralista: invece parla di spiritualità, di meditazione, del valore comunitario delle pratiche di preghiera. È uscito da poco, in Italia, un saggio straordinario di Mark Sedgwick che si chiama Tradizionalismo, è il miglior trattato da leggere per conoscere una grande e poco nota filosofia contemporanea. È una filosofia scivolosa, che ha una sua sinistra e una sua destra, che va da Guenon a Dugin. Quando Giovanni Lindo Ferretti parla, si sente che maneggia l’argomento. Si può essere scettici verso la tradizione, parola scivolosa ma forse trattata troppo male negli ultimi trent’anni, si può anche essere entusiasti di questo progresso contemporaneo, del progresso in sé e per sé (si può davvero? È ancora il caso?), ma è ammaliante la tranquilla sapienza con cui quest’uomo parla. Racconta di queste montagne e dice: «C’è una mutazione antropologica in atto che la tecnologia ha forzato a dei livelli inimmaginabili da un punto di vista umano: il cambiamento è stato così grande e così veloce che le persone che fanno parte di questo cambiamento non possono rendersene conto». Lamenta che Cerreto Alpi è sempre più vuota, che le imposte di queste vecchie case di pietra si chiudono alle morti dei vecchi del paese e non si aprono più: «Fino a una settimana fa c’erano due finestre aperte, dietro a quelle due finestre stavano due badanti georgiane che assistevano due vecchi. Ma una settimana fa, uno dei due vecchi è morto, la badante georgiana è andata via, ne è rimasta solo una ed è diventato tutto molto più triste. Perché non si sente più ridere, non si sente più cantare, non ci facciamo più le urla quando passiamo: ciao Nadia, ciao Katia. È un mondo alla fine. Ma non soltanto a Cerreto Alpi: tutte le montagne del mondo si stanno svuotando. Dalle Ande, all’Himalaya, dagli Urali all’Appennino».

Le reunion, dai CCCP ai CSI
È difficile pensare che l’uomo davanti a me, che ha ancora la stessa voce che ha segnato così tante vite, adolescenti, giovani e mature, abbia più di settant’anni. Ma è per via della continuità di cui parlava prima che Ferretti non ha vissuto la reunion con Zamboni, Fatur e Annarella come qualcosa di opportunistico, come qualcosa di strano o fuori tempo massimo. È per via di questa continuità che i CCCP, anche a 70 anni, sono sembrati sul palco così autentici: perché sono ancora davvero i CCCP, gli stessi del 1982. Ma no, Ferretti emana una sacralità profonda e lo sa bene. Non sfugge al ruolo del mito: sa di esserlo stato, sa di esserlo ancora. Ha un’opinione complessa, a proposito: sa anche di incarnare una figura che non nasce con la musica leggera, ma con l’umanità stessa: «Se io sto sul palcoscenico non sono molto diverso da un qualsiasi cantore in una qualsiasi situazione che si è verificata nel nostro mondo fino ad adesso… Poteva essere una corte medioevale, poteva essere un bivacco di banditi, poteva essere una sacrestia, di tutto quello che ha fatto parte dell’umanità fino all’avvento della tecnologia. C’è uno sguardo capace di raccontare la vita in una dimensione poetico-mitica, che è quello che una volta serviva agli uomini per rafforzare la propria interiorità. A cosa serva io non lo so, però io so che fa bene a me e fa bene a un sacco di gente che viene a vedermi. Mi accontento di questo».

Eppure lui aveva provato in tutti i modi a non riaprire la pagina dei CCCP, sul palco non ci voleva tornare: «È successo che un incontro che doveva essere insignificante, cioè ritrovarmi con Annarella, Massimo (Zamboni, ndr) e Fatur per un’intervista che serviva a qualcuno che stava facendo un film sui CCCP, ha rigirato completamente tutto. Si è presentata come un vortice e mi ha risucchiato, per cui ho dovuto con fatica accettare che stava succedendo quello che io non volevo. Ho pensato alla fine di quella giornata che purtroppo si era risvegliata una cellula dormiente e che quindi bisognava a far fronte a questo risveglio. Per cui abbiamo deciso di fare una mostra, ma doveva essere una mostra. Dovevamo semplicemente mettere ordine in quello che non era mai stato ordinato, avremmo bloccato quello che era sempre stato in movimento. Era evidente che non si sarebbe fermato lì, però io ho cercato in ogni modo di contrastarlo. Finché è stato possibile». Se il capitolo con i CCCP sembra essersi richiuso, quello con i CSI potrebbe riaprirsi presto, se lui snocciola distrattamente frasi come: «Poi stanno tornando fuori anche i CSI…».

La politica e le polemiche
Sembra meschino, adesso, parlare di politica, evocare i supposti tradimenti, la fedeltà alla linea. Inevitabilmente ci finiamo. Ferretti dice che non le legge, le polemiche su di lui. Ripete il mantra: «Non fare a dirmi un idolo lo brucerò, se divento un megafono mi incepperò, cosa fare o non fare, non lo so. È inutile che chiedete a me di risolvere i problemi della vostra vita, di risolvere le vostre menate politiche. Sono affari vostri, io non ne voglio sapere, sono proprio senza interesse alcuno per queste cose». Su quella famosa, anzi famigerata, foto con Giorgia Meloni, si scalda: «Quella foto lì risalta fuori perché viviamo nel regno di un eterno presente. Le cose sono scansionate, hanno un loro tempo». Poi si rilassa di nuovo, e ride, dice: «Io ho sempre conosciuto gente di sinistra, ho sempre frequentato gente di sinistra e ho sempre considerato la destra come l’orrore puro. Poi ho scoperto che la sinistra aveva un sacco di orrori e che la destra aveva anche un sacco di gente simpatica e piacevoli. E mi sono detto: Ferretti, è ora che tu apra un attimo l’occhio». Infine termina con una frase che mi appunto subito, quelle da sottolineare: «Io ho un sereno rapporto col giudizio di Dio alla fine dei tempi. Non ho proprio nessun interesse per il giudizio degli uomini miei contemporanei».
Però Ferretti l’ha fatta, la politica. Eppure: «Essendo stato un giovane estremista e politicizzato, non do molto valore alla dimensione politica nella vita. Dal mio punto di vista la dimensione politica è un residuo di due secoli: l’Ottocento e il Novecento. Però il passaggio del Millennio tra il Novecento e il Duemila ha ridotto la politica a una branca dell’economia. Da un punto di vista anziano, cioè di chi ha visto il passare degli anni e dei decenni e delle idee, credere a una generica mobilitazione, di qualsiasi genere, anche delle anime e dei cuori, è complicato».
Nella casa fa freddo quasi quanto fuori. Ferretti accende la stufa solo quando la temperatura si avvicina allo zero. Non gli importa di vivere a dieci gradi anche tra i muri. Vive come si faceva una volta, in un mondo che è scomparso quando lui era poco più di un bambino. Non fa romanticismi: «Ci sono tutti i motivi perché quel mondo sia finito, però io ne conservo la dolcezza e ne conservo il ricordo». Ci porta in un’altra stanza, è la camera da letto: una grande stanza aperta, il bagno da un lato, il letto dall’altro, una stufa al centro. Da un armadio-vetrina estrae un enorme teschio, quasi un metro di lunghezza. È quello di Tancredi, il suo cavallo preferito. Lo porterà sul palco nello spettacolo Percuotendo. In cadenza. È una scena fuori dal tempo. Ora non cavalca più, perché dice di essere troppo vecchio, lui e i cavalli che tiene più su, oltre la casa, dove l’erba è macchiata di brina.
Del mondo contemporaneo non gli interessa molto: «La disperazione rispetto ai giovani è che non hanno più idea di che cosa sia la noia e la solitudine, perché hanno una macchinetta in mano che toglie a loro la possibilità di scoprire che c ‘è una interiorità molto più antica e molto più profonda di quello che noi immaginiamo, ma ha bisogno di uno spazio e di un tempo, perché questa cosa si manifesti». È sempre di spirito che parla. Di tempo, di lentezza, di tradizione. Mi viene in mente un verso di “Morire”, una canzone addirittura del 1982: «La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere». Lui guarda il pavimento, piegato in avanti, e dice: «Se tu togli questa interiorità profonda, in realtà c’è una omologazione incredibile, che è l’insieme della comunicazione. L’insieme della comunicazione è un eterno attimo presente che si ricrea continuamente, finisce e si ricrea, finisce e si ricrea. Ma non è così. Gli uomini non erano così. E non dovrebbero essere così».
Filmed & edited by no text aziendaDirezione creativa: Tommaso Garner
Diretto dalla regista premio Oscar Laura Poitras e da Mark Obenhaus, il documentario racconta una leggenda del giornalismo americano ma è anche un viaggio nei cambiamenti del mestiere, tra redazioni vecchio stile, litigi con editori e nuove piattaforme.