La serie di fortunati e straordinari eventi che ha fatto di Giorgio Cavazzano uno dei più grandi disegnatori del mondo

Lo abbiamo incontrato al RiminiComix e lui ci ha raccontato di quella volta con Romano Scarpa. E di quella con Fellini e Mollica. E di quella con Jerry Siegel. E di quella con Baricco. E di molto altro.

03 Agosto 2026

Quella di Giorgio Cavazzano è una vita vissuta al momento giusto al posto giusto. «La mia vita è costellata di eventi molto particolari, molto casuali, ma straordinari. Guarda, non c’entra niente con l’intervista, ma ieri mi trovavo a Bassano, per il concerto di Rod Steward. Non trovavamo un taxi e non sapevamo dove andare, e allora cosa ho fatto? Sulle strisce pedonali mi sono messo in mezzo alla strada e ho fermato una macchina. Ho fermato questo ragazzo e prima che potessi parlare lui mi chiede: “Ma lei disegna?”. Sì, sono io». La vita di Giorgio Cavazzano, disegnatore che ha firmato alcune delle storie più importanti della prestigiosa produzione italiana Disney a fumetti, è costellata di eventi simili.

Anche nella sua carriera il caso ci ha messo lo zampino?
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia in cui c’era già un disegnatore, mio cugino Luciano Capitanio. Ho scoperto per la prima volta un Topolino nello studio di mio cugino, in un cassetto. In famiglia volevano che diventassi perito chimico, perché il mio padrino lavorava in Edison, ma per me era una cosa terribile, io volevo diventare un disegnatore. Ma non delle storie su cui lavorava mio cugino, io volevo disegnare come quel Topolino magnifico che avevo visto. Su quel Topolino c’era una storia, Zio Paperone e le lenticchie di Babilonia. Chiesi a mio cugino se sapesse chi era il disegnatore e mi rispose che lo conosceva perché era veneziano come noi, Romano Scarpa. A Venezia all’epoca ci saranno stati centosessantamila abitanti e Romano Scarpa era uno di questi. Così ancora ragazzino ho iniziato a girare per i quartieri, andavo dal farmacista, dal macellaio e chiedevo: “Lei conosce Romano Scarpa?”. Dopo tre mesi di ricerche per caso mi trovai su un vaporetto con una cartelletta di disegni di mio cugino che iniziarono a girare tra i passeggeri. Venne avanti una bellissima signorina e mi chiese se li avessi fatti io. Dissi di sì, mentendo. Mi disse che erano molto belli e che lei era la fidanzata del disegnatore Romano Scarpa. Svenni. Lo contattai subito. Mi disse che il suo collaboratore se n’era andato da una settimana e mi fece fare una prova. Non dico cosa successe in famiglia, ma mio padre decise di lasciarmi provare. Romano Scarpa per me era un vero maestro ed è ammirando la sua arte che è nato in me il desiderio di far parte degli autori di Topolino. Ma non finisce qui: anni fa mia moglie e mia figlia organizzarono una mostra al Casinò di Venezia, solo per amici. Il giorno dopo la mostra ricevetti una telefonata mentre lavoravo: “Mi scusi, sono il parroco di Jesolo, la contatto così perché ieri non avrei mai potuto entrare in un luogo così orribile per mia fede. Vede,” dice dandomi del lei, “lei non sarebbe mai diventato collaboratore di Renato Scarpa, perché lo ero io. Solo che una settimana prima che lei telefonasse, ho ricevuto la vocazione”. Non dico altro.

 Tra le tante storie della sua carriera, la parodia de La Strada è probabilmente quella più nota e citata: ci può raccontare com’è nata?
Eh, è una storia che ha un padre importante. Anzi, tutte le varie parodie che abbiamo fatto hanno un padre che ha un nome e un cognome: Vincenzo Mollica. Il caso volle che mi trovai a cena con lui al Treviso Comics e mi chiese, molto seriamente, perché non facessimo parodie dei film celebri e citò Casablanca. Giocando con dei foglietti di carta, lui nominava i personaggi del film e io li abbozzavo scegliendo il personaggio Disney adatto per il ruolo, ed erano perfetti. Il direttore mi diede carta bianca, non c’erano problemi perché il distributore del film era Disney. Poi Vincenzo diede il mio numero a Fellini che mi chiamò: “Guardi, io ho letto il suo Casablanca e mi farebbe piacere avere una sua parodia di un mio film”. Io non lo conoscevo, pensavo a uno scherzo. Proposi Amarcord, ma lui disse La strada. All’inizio però il cast di Topolino non funzionava vestito come nel film. Poi Giulietta Masina disse al telefono a mia moglie: “Mi piacerebbe che suo marito disegnasse Topolino e Minni come li ricordavo io da bambina”. E funzionò alla grande.

La sua locandina per RiminiComix 2026 è ispirata proprio alla parodia di La Strada, che a sua volta in qualche modo nasce grazie a un incontro a un festival del fumetto. Com’è oggi il suo rapporto con queste manifestazioni?
Con l’età fatico un po’ di più a partecipare, ma capisco che è importante avere un rapporto col pubblico, anche i pareri sono sempre utili. Il nostro mondo è così vasto che è necessario partecipare.

Nella sua vita ha lavorato con molti altri grandi autori, persino con il creatore di Superman: chi l’ha colpita maggiormente?
Baricco, con cui ho lavorato insieme a Tito Faraci a La vera storia di Novecento. Quando mi arrivò invece la sceneggiatura di Jerry Siegel (co-creatore di Superman, nda) mi fece male, perché erano dei miei miti: avere una sua sceneggiatura così mi ha intristito, l’avrei rifiutata, non perché non fosse buona in assoluto, ma per rispetto a ciò che aveva fatto in passato.

Com’è cambiato il suo metodo di lavoro nel tempo, anche in relazione all’evoluzione di Topolino come settimanale?
Ho sempre cercato di scegliere le difficoltà. La difficoltà di una sceneggiatura, i caratteri dei personaggi, la dinamicità della pagina invece sono cose che mi hanno sempre interessato. Tuttora in Panini lavoro con sceneggiature che non sono nient’affatto semplici e non mi annoio, anche se ogni tanto mi arrabbio. Ma arrabbiarsi vuol dire anche cercare di fare qualcosa all’altezza delle aspettative dei lettori. Non potrei fare a meno di avere il contatto con i lettori. Romano Scarpa mi ha sempre trasmesso il massimo rispetto verso chi apre il portamonete e compra Topolino. È necessario seguire il lavoro che sta facendo Alex Bertani, l’attuale direttore di Topolino. Sta portando nuovi autori su Topolino che per il momento si rifanno a uno stile bellissimo anche se classico, ma sicuramente nel tempo usciranno talenti molto importanti.

C’è un personaggio o una storia su cui le dispiace non aver lavorato nella sua carriera?
Fino a poco tempo fa avrei detto Lucky Luke, leggevo gli albi di Morris e per me erano sempre fonte di meraviglia per la straordinaria capacità di riempire ogni vignetta con personaggi bellissimi. Ma di recente sono stato invitato da Bonelli Editore a realizzare un albo su Lucky Luke che uscirà a Lucca, su cui ho lavorato negli ultimi mesi.

In Bonelli sapevano di questa sua volontà di lavorare su Lucky Luke o anche questo è un caso?
No, non lo sapevano. All’inizio avrei detto di no, perché caricaturare personaggi come Groucho o Dylan Dog che si basano sul reale è più semplice, fare una caricatura di un personaggio già caricaturale di suo è complicatissimo. Queste sono state le mie notti in bianco ultimamente, ma penso che la storia piacerà a molti pubblici, anche per la sceneggiatura di Marco Nucci, un grande talento. Però tempo fa, a Rapallo, Sergio Bonelli in persona mi chiese di realizzare un Texone. Io purtroppo all’epoca avevo una serie di sceneggiature da disegnare che non potevo rimandare al mittente. Quel Texone mi avrebbe tenuto fermo con gli altri lavori per un anno e non potevo permettermelo. Bonelli mi disse che ero stato l’unico a dirgli di no.

Le sue storie sono ormai pubblicate in tutto il mondo, ha percepito un’evoluzione nella sua fama con l’esplosione della cultura pop negli ultimi 20 anni?
Oh, era ora, sono più di cinquant’anni che disegno, finalmente è arrivato il momento.

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