Galib Gassanoff è il prossimo designer georgiano di cui sarà meglio imparare il nome

Dall’infanzia in Georgia negli Anni ‘90 a un brand, che si chiama Institution, che celebra tradizioni artigianali a rischio estinzione: perché Galib Gassanoff ha molto da insegnare al mondo della moda.

04 Febbraio 2026

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio,  intitolato La vita vera Istruzioni per l’uso. Lo trovate in edicola, nelle librerie selezionate oppure, più semplicemente, sul nostro store online.

Un top con baschina Anni ‘50, e però costruito interamente di piccole videocamere; giacche sartoriali ispirate al tradizionale chepken, il caftano indossato anticamente in Turchia e poi anche dai cosacchi, con trama in lana e bouclé e tessuta a mano dalle comunità femminili di Masallı e Lankaran; gonne a ruota – fortemente ispirate al New Look di Dior, e più in generale al concetto primigenio di eleganza europea – realizzate con la Typha Latifolia, cioè, banalmente, il giunco, storicamente usato lungo il Mar Caspio per realizzare cesti e oggetti per la casa. La sfilata della s/s 2026 di Institution, tenuta nella location intimista della Rotonda dei Pellegrini, costruzione rinascimentale nascosta nel centro di Milano, ha superato i confini nazionali, arrivando sui giornali di settore più rispettati, da Perfect al Business of Fashion. Una stranezza, considerato che il brand è nato lo scorso anno, e a guidarlo non c’è un designer arcinoto, ma un trentenne georgiano di origine azera (che parla correntemente georgiano, russo, turco, italiano e inglese) privo di finanziatori o mecenati di sorta.

A colpire l’occhio degli addetti ai lavori, probabilmente, non è stata solo la qualità artigianale della collezione – chiamata Su, parola derivata dalla lingua ancestrale turca che vuol dire acqua, che qui vuole riflettere la spiritualità come specchio dell’anima – quanto il sottotesto. Quelle telecamere su top e vestiti sono un contrappunto tessile delle videocamere nelle quali ci specchiamo e invitiamo il mondo a guardarci, “allegramente inconsapevoli” dei rischi che quella protervia comporta. Nel caso di Institution però sono le telecamere a riprendere il pubblico in sala, ribaltando il punto di vista e i rapporti di forza, mettendo gli spettatori di fronte al fattore “cringe” del nostro voler essere costantemente visibili e visti.

Quella attenzione che ne è seguita ha stupito il designer Galib Gassanoff, che intervistiamo in un assolato pomeriggio novembrino a Milano, all’interno dell’agenzia che segue la sua comunicazione.
«Certo, il risultato è stato quello sperato» ammette lui. «Mentirei se dicessi una cosa diversa. Avevo già le idee per 4 altre collezioni, ma ho scelto questa perché mi sembrava adatta al momento che stiamo vivendo. Non è stata una sfilata perfetta, ma era umana, vera, che forse è ancora meglio».

ⓢ E tu che rapporto hai con la tecnologia?
Con la tecnologia buono, è con i social media che non ho ottimi rapporti (ride, ndr). Non la amo, non mi trovo bene: i social sono molto invasivi, diventano un organismo indipendente, un occhio costante che ci puntiamo addosso. La trovata della videocamera era un modo per fare satira su questa situazione. O forse la percepisco così io, che ho avuto un’infanzia diversa dai ragazzi dell’Europa che hanno la mia età.

ⓢ In che senso, diversa?
Vengo da una famiglia di origini umili, contadine, che vive in un paesino vicino a Tiblisi. Sono georgiano, ma faccio parte della minoranza azera, come il 99 per cento degli abitanti del mio villaggio. Si guardava la tv georgiana, anche se la comunità azera lì era molto chiusa. Trent’anni fa, ad esempio, non ci si sposava neanche tra azeri di paesi diversi. E quando dico paesi ti parlo di un agglomerato di case per cinquemila anime.

ⓢ E come ci sei arrivato alla moda?
Già da bambino, ogni volta che tornavo da un matrimonio, disegnavo il vestito. Non che sia andato a molti matrimoni. Da noi c’è ancora l’usanza arcaica dei matrimoni combinati: con un matrimonio combinato si sono sposati i miei genitori e i miei nonni, e anche mia sorella di un anno più grande. Dopo il suo matrimonio, nel 2010, durante il quale è tradizione che il fratello o il padre le leghino intorno alla vita una fascia di raso rossa, ho deciso che non sarei più andato a nessun evento del genere. Mia sorella voleva studiare, e però per la mentalità della comunità l’unico obiettivo della vita di uomini e donne è mettere su famiglia. Anche oggi tutti i miei cugini si sono sposati in questo modo. Mi dicono “ma ci troviamo anche bene”. Sì, certo, come no.

ⓢ E dopo i disegni dei vestiti?
Ho pensato che forse voleva dire che dovevo fare il pittore. E però non disegnavo mai volti, solo vestiti. E poi dalla tv satellitare che avevamo a casa ho intercettato questa “fashion tv” che mandava in ripetizione le stesse sfilate, per tre, quattro volte al giorno. Una di loro era l’ultima di Galliano da Dior, forse la haute couture della primavera estate 2012. Non sapevo chi fosse Galliano, perché disegnasse per Dior, e poi sono andato su YouTube e ho scoperto Chalayan, Margiela: ho capito che volevo fare quel lavoro, anche se non volevo ammetterlo con nessuno. Da dove vengo io, la cultura è estremamente patriarcale. Se non riesci a fare una cosa, la prima cosa che ti dicono è “non sei un uomo”. E un uomo di certo non può voler fare dei vestiti, a meno di non voler mettersi in imbarazzo.

ⓢ E quindi?
Dopo il liceo andavo a Tiblisi in bus e studiavo moda, avevo trovato una piccola scuola, abbastanza decadente. Quando ne ho parlato a mio padre mi ha detto “Vuoi morire di fame sotto i ponti?”. Il problema non erano i costi della scuola, che erano minimi: il problema era l’idea che potessi perseguire quella strada. Poi ne ha parlato con qualche suo amico, che l’ha convinto a darmi una possibilità. Quella scuola ha organizzato un concorso, e tra i giudici c’erano Guram Gvasalia, David Koma, Gosha Rubchinskiy: ho vinto una borsa di studio di anno in Italia e i miei hanno accettato di sostenermi. I miei 19 anni li ho festeggiati a Milano.

ⓢ Da giovane georgiano che aveva il sogno di lavorare nella moda in Italia, cosa ti ha colpito della città, e del paese?
La burocrazia è arcaica, a casa il passaporto te lo danno in 3 giorni, qui gli italiani lo aspettano per mesi. Lo trovo problematico, soprattutto con un paese così importante nel mondo. E nonostante il paese da quel punto di vista sembri quasi fermo, la ricchezza culturale è impareggiabile: è un posto pieno di tesori nascosti, per la moda e non solo. E poi qui c’è una filiera che non si trova da nessuna parte.

La misura del successo? Per me non è vendere dieci mila t-shirt.

courtesy press office

La misura del successo? Per me non è vendere dieci mila t-shirt.

courtesy press office

La misura del successo? Per me non è vendere dieci mila t-shirt.

courtesy press office

ⓢ E infatti poi da Milano non sei più tornato a casa…
No, anche perché mi hanno rinnovato la borsa di studio, ho trovato dei lavori per mantenermi senza pesare sui miei, tipo vendere gadget agli stand dell’Expo, visto che parlavo inglese e russo. Poi è arrivata la creazione di Act N°1 (brand fondato da Gassanoff e dal collega Luca Lin, ndr), e ho trasformato quella passione in un lavoro vero e proprio. Abbiamo fatto tutto da soli: lo show-room lo abbiamo trovato contattandolo telefonicamente, ci siamo trasferiti a casa dei genitori di Luca in Emilia Romagna, e loro ci hanno dato la possibilità di trasformare un piano in un laboratorio.

ⓢ E poi però da quel brand, che aveva vestito Beyoncé e la cui ultima sfilata con te era stata sostenuta da Valentino, te ne sei andato: come mai?
Io e Luca avevamo idee diverse sulla strategia commerciale del brand, sulla direzione che volevamo far prendere a questa azienda. E quindi io ho deciso di lasciare: non ci sono state porte sbattute, non credere. È stata una decisione presa con grande serenità, sono ancora socio di minoranza del brand, dopo l’annuncio del mio addio sono rimasto lì sei mesi per formare le nuove persone. Ci sentiamo ancora oggi per darci a vicenda consigli e confrontarci.

ⓢ Ed è allora che è nato Institution…
Non sapevo ancora di voler fare un mio brand, volevo perseguire qualcosa di più “artistico”, un progetto diverso. E poi però c’erano le bollette da pagare, avevo chiesto prestiti alla mia famiglia e ai miei amici (tutti felicemente saldati oggi). Mi avevano fatto offerte di lavoro, ma venivano da brand che volevano rifacessi Act N°1, e non ho accettato. Così è nata l’idea di un brand che raccontasse le tradizioni del posto dal quale vengo.

ⓢ Ah, quindi hai fatto pace con il tuo luogo d’origine…
Continuo a non amarne la mentalità, ma il “saper fare” artigianale e più in generale la cultura, dalla musica al balletto, li ho sempre amati. Mi hanno fornito ispirazione sin da quando ero bambino, e mi dispiace che certe tradizioni artigianali di casa mia siano conosciute pochissimo anche dagli stessi azeri.

ⓢ E infatti la tua sfilata è stata sostenuta tra gli altri dal ministero della Cultura dell’Azerbaijan…
Sì, insieme anche a CNMI (Camera Nazionale della Moda Italiana) e al Fashion Trust. Mi sono proposto al Ministero raccontandogli un progetto che non era solo di abbigliamento, ma anche culturale, e hanno voluto darmi fiducia. Nelle sfilate ci sono lavorazioni tipiche del paese, che rischiano di scomparire, realizzate proprio da comunità femminili azere, adattate a delle silhouette più contemporanee. E io continuo a cucire tutto dal mio bilocale a Milano.

ⓢ I tuoi ti dicono ancora di tornare in Georgia?
No. Anzi, sono venuti a vedere la mia prima sfilata. Sulla seconda mi hanno detto “la guardiamo in streaming”. Vederli così a loro agio in un mondo del quale nulla sapevano fino a qualche tempo fa, mi diverte molto.

ⓢ E se arrivasse un grande conglomerato che volesse investire nel brand?
Dipende a quali condizioni. Anche da ACT N°1 avevamo ricevuto diverse offerte, ma le condizioni economiche erano impegnative. Avremmo dovuto investire anche noi, o cedergli via via le nostre quote. Ma per me la misura del successo non è arrivare a fare 100 milioni e subito puntare a farne 150.

ⓢ E qual è, allora?
Institution esiste per poter dare risalto a queste realtà; le quantità di capi di questo tipo che produciamo ad oggi sono ancora troppo poche per poter garantire a queste comunità uno stipendio fisso. L’obiettivo sarebbe implementarle, invece di vendere diecimila t-shirt. A me basta una piccola sartoria, un pubblico che comprerà quello che faccio, e la possibilità di controllare la mia filiera. Quello è, per me, il successo.

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