Il design è questione di contesto

Sono più interessati alla dimensione politica, alla complessità che espande piuttosto che all’estetica e allo styling. Provano a dare una ragione etica al loro lavoro. Dialogo con i fondatori dello studio di design Formafantasma.

20 Aprile 2026

Il fatto che Andrea Trimarchi e Simone Farresin abbiano vissuto e si siano formati in Olanda, dove sono rimasti dal 2009 fino a quattro anni fa, deve avere condizionato quello che sono oggi, in qualche modo. A farmelo pensare è stato quando hanno sottolineato che qui il settore del design è soprattutto sotto il cappello del Ministero dell’Economia, mentre nei Paesi Bassi afferisce a quello dei Beni Culturali. Forse è per questo che Formafantasma è difficile definirlo unicamente uno studio di design per come lo intendiamo in Italia, di prodotto, quindi. Inizialmente infatti lo studio faceva quasi solo ricerca, formazione, curatela, solo in un secondo momento sono arrivati i sodalizi con brand di design che per esempio hanno dato vita a “Super Wire”, la serie di lampade modulari a led ricaricabile disegnata per Flos.

Il loro approccio critico a questo mondo lo vedono come generazionale, oltre che figlio di un’attitudine curiosa che accomuna entrambi. Due designer millennial non possono che chiedersi in che modo affrontare il concetto di “prodotto”, di “nuovo” senza provare a dare una risposta sostenibile, senza provare a creare qualcosa che sia riutilizzabile. «Abbiamo lavorato due anni con Artek, l’azienda finlandese di mobili fondata da Alvar Aalto, per fare in modo che ci fosse meno spreco possibile di legno e che ogni scarto potesse essere riutilizzato». Durante il Salone del Mobile 2026 tra le tante collaborazioni, c’è la quinta edizione del simposio Prada Frames, di cui Formafantasma cura l’allestimento anche quest’anno. Inoltre, continua anche il lavoro con lo stesso Salone, per cui hanno lavorato in Fiera allo spazio espositivo di Raritas, un percorso curatoriale dedicato a pezzi unici e manifatture di eccellenza provenienti da gallerie e antiquari di tutto il mondo. Il design non è solo vezzo estetico, dunque. «Per noi no, è qualcosa di multidisciplinare e serve a dare risposte complesse a problemi complessi. Per questo se fatto bene può cambiare il mondo. Ed è proprio questa complessità il motivo per cui ci interessa il design».

Un approccio critico cui Simone e Andrea non rinunciano neanche con la città che li ha accolti quattro anni fa, Milano. «Ci viviamo bene ma non la riteniamo un modello, come invece spesso viene definita. Sicuramente a livello economico lo è, ma non a livello sociale. Ci piacerebbe che si vendesse meno, che si godesse di più la sua anima, senza offrirla sotto forma di “week”».

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