Il 17 ottobre la Francia è scesa in piazza contro il carovita e contro Macron. Noi eravamo lì, tra studenti, gilet gialli e sindacati in mezzo a barricate, scontri e aura battle.
Sembra una di quelle foto di famiglia col morto che tanto piacevano in Età Vittoriana la recente storia politica di quella che oggi appare quasi una dinastia, la più controversa del Brasile. In mezzo, in bella vista, il portagonista-assente Jair, ex presidente ora ai domiciliari. Tutt’intorno, i Bolsonaro, a godersi il flash sotto i riflettori di mezzo mondo. O quelli di uno studio televisivo, come quello che ha ospitato uno degli ultimi dibattiti televisivi prima del ballottaggio per le presidenziali brasiliane andato in onda pochi giorni fa a San Paolo. Flávio, primogenito Bolsonaro, ha chiesto al presidente Lula, in corsa per un secondo mandato, perché avesse raccolto tanti voti nelle carceri; Lula ha risposto che avrebbe accettato volentieri anche quello di suo padre: “Seu pai votou em mim”. Jair Bolsonaro, in realtà, non può votare: la condanna definitiva a 27 anni e tre mesi per la trama golpista con cui ha attentato alle istituzioni del Paese ha sospeso i suoi diritti politici. L’uomo che ha guidato il Brasile dal 2019 al 2023 non può dunque candidarsi, ma questo non ha impedito ai figli e alla moglie Michelle di inondare la vita politica brasiliana. E, dati alla mano, con successo: Flávio ha chiuso il primo turno davanti a Lula, 47,03 contro 45,16 per cento; un vantaggio che sembra però essersi assottigliato nelle settimane successive, dal momento che l’ultimo Datafolha – uno dei principali istituti demoscopici brasiliani – dava i due contendenti sarebbero sostanzialmente pari, con un 50 per cento ciascuno di possibilità di vittoria. Il voto del fine settimana sarà però anche una sorta di referendum sui Bolsonaro nel loro insieme: il candidato Flávio, la madre Michelle diventata, una figura cardine per l’elettorato evangelico e gli altri figli, Carlos ed Eduardo, figure chiave nell’ascesa del bolsonarismo e nelle connessioni con il trumpismo.
La sfida al ballottaggio tra un Lula in difficoltà e Bolsonaro “il vaccinato”
Flávio è il “figlio 01”, scelto come successore quando è diventato chiaro che il padre non sarebbe tornato sulla scheda. La numerazione è un’abitudine di Jair, ex capitano dell’esercito: chiama i figli maschi secondo l’ordine di nascita, Flávio 01, Carlos 02, Eduardo 03, spiegando di farlo per non confonderne i nomi. A quarantacinque anni Flávio ha già passato più di metà della vita in politica. Di fronte trova però un Lula meno forte di quello tornato al governo nel 2023. In quattro anni il Congresso si è spostato ulteriormente a destra, il Partido Liberal (PL) e il Centrão hanno costruito una macchina territoriale molto più solida e i buoni numeri dell’economia non si sono tradotti in una sensazione altrettanto netta di benessere, tra debiti familiari e costo della vita. A complicare il quadro sono tornate poi le inchieste su corruzione e traffico d’influenze che lambiscono il suo entourage e il figlio Fábio Luís.
Dall’altra parte, Flávio si è trovato di fronte a una sfida politica intricata: ereditare il consenso paterno senza sembrare troppo Jair.. Al Washington Post si è presentato come “il Bolsonaro che avete sempre voluto”; più tardi si è definito un “Bolsonaro vacinado”. Il gioco di parole è anche letterale: Flávio si è vaccinato contro il Covid, a differenza del padre che sull’antivaccinismo ha costruito gran parte della sua retorica complottista fittiziamente anti-establishment durante la pandemia. Posizioni che Flávio pare voler scansare con attenzione, per dare di sé un’immagine meno estrema e presentarsi come una versione più moderata del bolsonarismo. Promette di rispettare il risultato delle urne, tagliare almeno dieci ministeri, riaprire le privatizzazioni, irrigidire la politica sulla sicurezza e limitare alcuni poteri del Supremo Tribunal Federal, la Corte suprema brasiliana. Ha però assicurato che manterrà il Bolsa Família, il principale programma federale di sostegno economico alle famiglie povere. Sul padre è stato meno lineare: ha detto che non è nei piani affidargli un incarico, senza chiudere sempre completamente la porta.
La politica, in casa Bolsonaro, era cominciata molto prima della presidenza. Il secondogenito Carlos fu eletto consigliere comunale a Rio nel 2000, ad appena diciassette anni; Flávio entrò nell’assemblea legislativa dello Stato nel 2003; Eduardo arrivò alla Camera nel 2014. Quando Jair conquistò il Planalto, il palazzo presidenziale di Brasília, nel 2018, i figli erano già politici di professione, con territori e reti politiche proprie. Quella che durante la presidenza sarebbe sembrata una dinastia costruita dall’alto aveva dunque cominciato a prendere forma molto prima. Anche la storia giudiziaria del Bolsonaro candidato non comincia con questa corsa alla presidenza. Il caso delle rachadinhas — la pratica, contestata dagli inquirenti, per cui una parte dello stipendio degli assistenti parlamentari sarebbe stata restituita al politico o al suo entourage — si è chiuso dopo che il Supremo Tribunal Federal e il Superior Tribunal de Justiça hanno annullato parte delle prove raccolte; lui ha sempre negato ogni illecito. Il 20 ottobre UOL, uno dei principali portali d’informazione brasiliani, ha pubblicato un’inchiesta sul suo studio legale: analizzando 62 documenti fiscali, ha ricostruito almeno 13,7 milioni di reais fatturati tra il 2023 e il luglio 2026. La società ha sede nella casa di Flávio a Brasília, non ha dipendenti e nella maggior parte delle fatture indica soltanto generiche attività di “assessoria jurídica”. Una delle coordinate bancarie riportate nei documenti coincide inoltre con un conto che, secondo la Polícia Federal, Flávio avrebbe condiviso con l’avvocato Willer Tomaz; entrambi lo negano. Le transazioni sono ora finite in un nuovo filone di accertamenti della Polícia Federal. Poi, sugli affari della famiglia Bolsonaro, è arrivato Dark Horse.
Dark Horse, la scatola nera del bolsonarismo
Dark Horse — che in inglese indica l’outsider, il candidato inatteso — doveva essere la cinebiografia capace di fissare sullo schermo una versione eroica e drammatizzata dell’ascesa di Jair Bolsonaro, interpretato da Jim Caviezel. A trasformarlo in un caso politico è stato invece il più classico dei principi investigativi: seguire i soldi. Gli audio pubblicati dall’Intercept Brasil hanno mostrato Flávio mentre sollecitava al banchiere Daniel Vorcaro finanziamenti per la produzione: secondo la testata trattò un investimento da 24 milioni di dollari e almeno 10,6 milioni furono effettivamente trasferiti. Flávio ha ammesso di aver cercato finanziatori e nega irregolarità. Da quei trasferimenti la Polícia Federal ha allargato le verifiche alle società e ai fondi attraverso cui il denaro è passato, compresi quelli negli Stati Uniti, mentre l’Intercept ha scoperto che le riprese brasiliane non erano state comunicate all’Ancine, l’agenzia nazionale del cinema, come previsto per le produzioni straniere. Un contratto attribuisce inoltre a Eduardo Bolsonaro il ruolo di produttore esecutivo con poteri sulla gestione finanziaria; lui contesta questa ricostruzione. Nel 2026, mentre Jair scontava la pena in casa e il primogenito cercava di riportarne il cognome al Planalto, la produzione destinata a costruirne la leggenda era diventata essa stessa materia d’indagine.
Michelle Bolsonaro è molto di più di una ex first lady
Michelle Bolsonaro ha smesso da tempo di essere soltanto la moglie che compare accanto a Jair sul palco. Negli ultimi anni ha guidato PL Mulher, l’organizzazione femminile del PL, e costruito una rete personale soprattutto tra donne conservatrici e chiese evangeliche. Quando Jair non ha più potuto fare campagna, molti candidati hanno cominciato a cercare lei. A settembre arrivavano a Brasília da tutto il Brasile per registrare un video di endorsement: nelle giornate più piene Michelle ne girava anche una ventina. Il 4 ottobre quella capacità di mobilitazione le ha portato 938.496 voti e un seggio al Senato per il Distrito Federal, il miglior risultato locale dal 1985.
Per capire quanto fosse cambiato il suo posto nella famiglia è bastata una lite. A giugno Michelle pubblicò un video di ventisette minuti nel quale accusava Flávio di averla umiliata e di averle chiesto di stare fuori dalla politica. Flávio provò dapprima a far passare la cosa per un litigio domestico: quel giorno giocava il Brasile ai Mondiali e, disse, “nessuno mi avrebbe rovinato l’umore”. Il giorno dopo si scusò. Nel frattempo era diventato evidente che la discussione riguardava qualcosa di più serio. Flávio aveva ricevuto dal padre l’investitura alla successione; Michelle disponeva ormai di un elettorato proprio, proprio nel mondo evangelico in cui, a metà ottobre, il Datafolha registrava il vantaggio più largo del figliastro su Lula.
Carlos ha architettato “la Bestia” dei Bolsonaro, Eduardo l’asse con il trumpismo
Gli altri figli della famiglia Bolsonaro avevano già occupato, negli anni, pezzi diversi dello stesso spazio politico. Carlos fu l’arteficie della “Bestia” comunicativa della prima ascesa di Jair: la gestione dei social, le dirette, il linguaggio aggressivo e quella macchina digitale che nel 2018 contribuì a trasformare un deputato a lungo periferico in un fenomeno nazionale. Nel 2026 ha portato quel patrimonio in Santa Catarina ed è stato eletto al Senato. Eduardo ha fatto il percorso opposto, allontanandosi fisicamente dal Brasile senza uscire dalla politica familiare. Negli Stati Uniti è diventato il tramite più stabile tra i Bolsonaro e il mondo trumpiano, frequentando il CPAC, Donald Trump Jr. e quella rete di relazioni che sotto la seconda amministrazione Trump ha cominciato a pesare anche nei rapporti tra Washington e Brasília.
Anne Applebaum ha raccontato sull’Atlantic un episodio che rende concreta questa capacità di accesso. Nel pieno delle tensioni tra i due governi, il segretario al Tesoro Scott Bessent cancellò un incontro con il ministro delle Finanze brasiliano Fernando Haddad e utilizzò quello stesso spazio in agenda per ricevere Eduardo. La sua attività americana, però, è diventata anche materia giudiziaria: a giugno il Supremo brasiliano lo ha condannato a quattro anni e due mesi per coazione nel corso del processo, ritenendo che avesse cercato negli Stati Uniti sanzioni e pressioni capaci di interferire nel procedimento contro Jair, accuse che Eduardo ha comunque sempre respinto. Così, quando il Brasile è tornato alle urne in ottobre, la famiglia non si presentava più soltanto dietro il candidato presidenziale. Flávio era al ballottaggio, Michelle e Carlos avevano appena conquistato il Senato, Eduardo continuava a muoversi da Washington. A Recife, un commerciante intervistato dalla Folha ha spiegato la propria scelta con una frase che non aveva bisogno di programma: avrebbe votato Flávio “perché è figlio di Bolsonaro”. Il cognome resta però uno dei più divisivi del Paese: lo stesso Datafolha attribuiva a Flávio un indice di rifiuto del 44 per cento, quasi identico al 46 di Lula. Ma ciononostante la famiglia ha moltiplicato incarichi, reti e luoghi da cui fare politica.
D’altronde, proprio ”Dio, patria, famiglia” era uno degli slogan con cui Jair Bolsonaro aveva trasformato la propria idea di ordine sociale in programma politico. Nel 2026 la terza parola ha assunto un significato più concreto. La successione è iniziata senza che Jair sia davvero uscito di scena: il candidato è il figlio che ha scelto, la senatrice più votata nella storia recente del Distrito Federal è sua moglie, un altro figlio siede al Senato e il terzo cerca sponde a Washington. Litigano molto, soprattutto su chi possa parlare a nome dell’uomo che continua a tenerli insieme. Sta ora agli elettori brasiliani decidere se questa dinastia politica, che si presenta come l’incarnazione di uno spirito del tempo fatto di culto della personalità, di un necessario sovvertimento dell’ordine descritto come corrotto e debole da sostituire con un intrico di clientelismi e macchinazioni già emerse dalle inchieste, possa tornare a guidare il Paese.
