Il 23 maggio del 1956, a San Benedetto del Tronto, nasceva l'artista che tutti avrebbero conosciuto come Paz. In questa intervista Oscar Glioti, che da 30 anni studia e scrive di Andrea Pazienza, ripercorre la sua formidabile esistenza. Fumetto per fumetto.
A vincere la Palma d’Oro a Cannes è stato un film che parla della fragilità del multiculturalismo europeo ed è, a sua volta, uno degli esempi più evidenti di come il cinema contemporaneo stia ormai superando le frontiere nazionali per raccontare tensioni culturali più grandi, rivolgendosi a pubblici sempre più internazionali.
Fjord è il nuovo film del due volte Palma d’Oro Cristian Mungiu, maestro della new wave romena e autore di uno dei film europei più importanti degli anni Duemila, lo straziante 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Non siamo a quei livelli e probabilmente nemmeno Mungiu pensa di esserci, visto che ricevendo il premio ha ricordato come il valore delle Palme d’Oro si misuri dieci o vent’anni dopo, quando del rumore festivaliero rimangono solo i film capaci di sopravvivergli. La sua prima Palma d’Oro, un racconto di come le società patriarcali usino l’aborto e la sua messa al bando per controllare e dominare i corpi femminili, quella prova del tempo l’ha già superata. Fjord per ora è comunque un vincitore solido, autorevole, quasi inevitabile in un concorso che ha offerto alla giuria pochissimi veri contendenti di valore.
È stata un’edizione dominata più dalla solidità che dal rischio, da film di maestri incapaci di sbagliare ma stavolta anche di sorprendere. Per questo, tra gli addetti ai lavori resta la sensazione che il palmarès abbia mancato l’occasione di consacrare definitivamente autori che aspettano da anni un riconoscimento. Il Gran Premio assegnato a Minotaur di Andrey Zvyagintsev lascia piuttosto la sensazione dell’ennesimo riconoscimento a un autore russo che Cannes premia regolarmente senza mai spingersi fino alla consacrazione definitiva. Ancora più evidente è il caso di Pawel Pawlikowski: il regista polacco porta a casa un altro premio della regia proprio nell’anno in cui una selezione meno prudente avrebbe potuto usare il palmarès per riconoscere uno degli autori europei più importanti della sua generazione. Invece resta quella sensazione di cinema rispettatissimo ma continuamente rimandato, quando anno migliore di questo, data la mediocrità del concorso, sarà difficile trovarlo.
World cinema
Per la prima volta nella sua carriera Mungiu, invece, aveva già tutto per imporsi anche senza Palma. Un cast internazionale guidato da Sebastian Stan e Renate Reinsve, la distribuzione americana della sempre più influente Neon, una produzione che sembra concepita fin dall’inizio per circolare globalmente. Ed è forse proprio questo che racconta il palmarès presieduto da Park Chan-wook: un cinema ormai profondamente transnazionale non soltanto nei temi, ma nella sua stessa struttura produttiva. Un regista romeno che gira in Norvegia, con una star norvegese e un attore americano di origini romene, raccontando un conflitto culturale europeo senza passare da Hollywood. È questo tipo di modello produttivo che esce davvero vincitore dalla 79esima edizione del Festival di Cannes.
Lo si vede anche negli altri film emersi dal festival. Ryusuke Hamaguchi dirige All of a Sudden, melodramma sospeso tra francese e giapponese, tra Kyoto e Parigi, con Virginie Efira e Tao Okamoto premiate come Migliori attrici, mentre il polacco Pawlikowski gira in tedesco un film ambientato nella Germania del dopoguerra che sembra quasi il negativo del suo Cold War, con la tedesca Sandra Hüller ancora una volta monumentale. Sono film che attraversano lingue, identità e geografie con una naturalezza ormai molto più moderna, europea (e festivaliera) che americana.
La giuria ha poi assegnato i due principali premi del palmarès a film ambientati nel presente e ossessionati dall’Europa contemporanea, in un concorso pieno di pellicole che guardavano al passato. Minotaur affronta la decomposizione morale e politica della Russia attraverso la lente della guerra in Ucraina vissuta da chi può facilmente evitarla usando i propri soldi e le proprie conoscenze. Fjord invece mette sotto processo il modello progressista nordico interrogandosi su quanto una società multiculturale riesca davvero a tollerare differenze culturali profonde, quando queste entrano in conflitto con i suoi stessi principi. È un film quasi interamente costruito sulla scrittura e non sorprende che molti lo dessero favorito per il premio alla miglior sceneggiatura. Mungiu orchestra il suo dramma morale con una precisione che ricorda il miglior Asghar Farhadi. Fjord è ambientato in una piccola comunità norvegese affacciata su un fiordo, un luogo così ordinato e funzionale che persino il distacco di una valanga alle spalle della scuola viene accolto con calma burocratica. Ed è proprio quella stessa efficienza a far scattare immediatamente l’allarme quando un’insegnante nota dei lividi sul collo di una bambina appena arrivata dalla Romania.
La ragazzina appartiene a una famiglia rigidamente religiosa. Il padre, interpretato da Sebastian Stan, porta con sé una visione patriarcale e tradizionalista dell’educazione; la madre norvegese interpretata da Renate Reinsve è invece cresciuta dentro un cristianesimo evangelico missionario altrettanto severo. I due formano una coppia multiculturale, sì. Ma che nella propria relazione affettiva potenzia una visione conservatrice dei ruoli di genere, della gerarchia nucleo familiare e dell’educazione della prole. Insieme hanno costruito una famiglia numerosa, distinta dal mondo contemporaneo: niente internet, niente musica moderna, giornate scandite da preghiere, studio della Bibbia e disciplina morale.
Trionfo e tragedia del multiculturalismo
Mungiu però è troppo intelligente per trasformarli semplicemente in fanatici da horror nordico. I figli sono amati, accuditi, ben nutriti. La casa è accogliente. I bambini frequentano la scuola pubblica e non appaiono traumatizzati o terrorizzati dai genitori. È proprio questa ambiguità a rendere il film così disturbante: Fjord non mette mai lo spettatore nella posizione rassicurante di sapere con certezza dove stia il male o se la visione tradizionale della famiglia possa essere equiparata a qualcosa di malevolo in quanto tale. Quando i servizi sociali prendono in custodia i cinque figli della coppia, il film entra progressivamente in una zona sempre più grigia. Per il sistema norvegese, una sculacciata è una forma di violenza perseguibile penalmente. Per il padre rumeno è un metodo educativo legittimo. Mungiu non suggerisce mai che le istituzioni abbiano torto a intervenire, ma mostra continuamente il sospetto e il pregiudizio culturale che accompagnano quell’intervento.
La questione diventa allora più sottile e inquietante mentre il processo si trasforma in un caso mediatico internazionale: il problema è davvero la violenza o è l’incompatibilità culturale? Il film insiste spesso sul fatto che l’origine dei lividi rimanga, in fondo, impossibile da stabilire con certezza. Potrebbe essere stata la madre. Potrebbe essere successo durante l’ora di educazione fisica. Potrebbe essere stata una lite tra fratelli. Eppure l’intero sistema sembra già aver deciso che quella famiglia rappresenti una minaccia, per questioni religiose e culturali che non sono a processo ma che pesano sull’esito dello stesso. È qui che Fjord rischia deliberatamente di irritare una parte del pubblico progressista. Perché Mungiu costruisce un dilemma morale autentico dove non poche voci critiche hanno denunciato la presenza di una falsa equivalenza tra progresso e conservatorismo religioso. Il film è effettivamente sin troppo calibrato, calcolato per mantenere un’ambiguità morale senza prendere mai posizione direttamente. Tuttavia il suo obiettivo non sembra quello di attaccare i servizi sociali né suggerire nostalgie reazionarie. La domanda che pone è più scomoda: quanto il multiculturalismo può funzionare quando i valori degli altri diventano incompatibili con i nostri?
Solo domande difficili
Nel film tornano più volte riferimenti alla cultura sami, tutt’altro che casuali dato che in quel caso si è consumata una vera e propria assimilazione. In una delle scene più tese il padre, incapace di esprimersi perfettamente in norvegese e inglese, viene spinto a firmare un verbale che percepisce chiaramente come un’ammissione di colpa, pur senza comprendere fino in fondo la gravità giuridica delle parole usate. È un passaggio fondamentale: Mungiu mostra come il confine tra tutela e assimilazione possa diventare sottilissimo. La domanda implicita è devastante: perché il sistema offre mediazione culturale, corsi, sostegno psicologico e strumenti di integrazione solo dopo aver separato la famiglia, e non prima? Quanto del progressismo nordico nasconde in realtà un’ostilità velata verso tutto ciò che appare arretrato, religioso o incompatibile con la propria idea di civiltà?
Pur essendo soprattutto un film di scrittura, Fjord contiene anche immagini potentissime. La più memorabile arriva quando un’enorme bandiera norvegese sventola improvvisamente fuori dalla finestra mentre la madre viene informata che dovrà consegnare anche i figli più piccoli ai servizi sociali e che qualsiasi protesta verrà considerata ostile e quindi sarà usata contro di lei in tribunale. È una scena brutalmente simbolica, ma Mungiu la dirige con tale freddezza da renderla devastante. E poi ci sono gli attori. Sebastian Stan costruisce probabilmente la migliore interpretazione della sua carriera. Il film si apre con la figlia che, dopo una marachella, viene mandata dal padre. Lui la abbraccia come per perdonarla. Ma dentro quell’abbraccio Mungiu riesce già a far percepire tutto: il paternalismo, il controllo emotivo, l’autorità esercitata senza bisogno di violenza esplicita. È un amore che non genera mai serenità, ma uno scrutinio morale continuo.
Non è un caso che l’unica vera possibilità di sintesi arrivi dal rapporto tra la timida Elia e la ribelle Noora, figlia dei vicini norvegesi. La loro amicizia, guardata con sospetto tanto dal mondo progressista quanto da quello religioso, è l’unico spazio in cui il film immagina davvero una forma di incontro possibile. Non attraverso l’assimilazione totale né attraverso la chiusura identitaria, ma tramite una trasformazione reciproca. È probabilmente questo il motivo per cui Fjord ha vinto la Palma d’Oro: non perché offra risposte semplici, ma perché costringe il pubblico europeo a confrontarsi con domande che preferirebbe evitare.
