Alla vigilia del minitour italiano che lo porterà a Bologna, Roma e Milano, abbiamo incontrato Macbriare Samuel Lanyon DeMarco, in arte Mac, per parlare di chitarre, motoseghe, giardini e dischi.
Nel negozio ufficiale di Glastonbury si può comprare per venticinque sterline la maglietta di un festival che, quest’anno, non si svolgerà. Sul davanti c’è il Pyramid Stage, sul retro una finta locandina dedicata al fallow year, l’anno di maggese per consentire ai campi di rigenerarsi in vista dell’edizione 2027, già programmata per il 23-27 giugno. Un quinto dei profitti di questo insolito merchandising andrà al Somerset Wildlife Trust, l’organizzazione benefica che protegge la fauna e gli habitat naturali di questa contea del sudovest dell’Inghilterra. Persino la calma piatta e le mucche al pascolo, a Worthy Farm, possono essere convertite in merch, segno inequivocabile della trasformazione che Glastonbury ha portato da queste parti. Ma dal 26 al 28 giugno di quest’anno la fattoria rimarrà solo una fattoria. Niente palchi, campeggi soprattutto nessuna “invasione” da parte delle duecentomila persone che negli ultimi anni riuscivano regolarmente a staccare un pass per l’evento: “Le mucche potranno restare più a lungo nei campi”, dice Emily Eavis, che insieme al padre Michael guida Glastonbury.
Glastonbury è un mondo a parte
L’immagine bucolica di Worthy Farm stride con un nuovo annus horribilis per la musica dal vivo nel Regno Unito. Per ogni Glastonbury che sceglie di fermarsi, infatti, ci sono decine di festival che annunciano rinvii, sospensioni e cancellazioni. In alcuni casi dopo aver già concluso accordi con i fornitori, pubblicizzato line up di artisti, venduto migliaia di biglietti. Il 10 giugno di quest’anno l’Association of Independent Festivals (Aif), che rappresenta il circuito indipendente britannico, contava venti cancellazioni, rinvii o pause. Nell’elenco c’è il Womad Glasgow, che avrebbe portato in Scozia per la prima volta lo storico festival di world music fondato da Peter Gabriel, cancellato perché le prevendite erano al di sotto delle aspettative. C’è il più piccolo Lochaber Live di Fort William, una manifestazione di musica tradizionale tornata nelle Highlands solo due anni fa dopo trent’anni di sospensione e già di nuovo ferma. E c’è il Red Rooster, festival di blues, country e soul organizzato per dodici edizioni nella campagna del Suffolk, la cui società è entrata in liquidazione. Ma il dato è addirittura positivo se si considerano gli anni precedenti. Nel 2025 gli eventi che non erano riusciti a svolgersi erano stati 43; nel 2024, 78. La fotografia di una crisi che va avanti da anni.
“Per chi organizza un festival indipendente, il rischio è il pane quotidiano”, ha spiegato al Guardian Jon Collins, amministratore delegato di Live, l’associazione che rappresenta l’industria britannica della musica dal vivo. Ancor prima di aprire i battenti ogni comitato organizzatore deve impegnare gran parte del bilancio complessivo per portare gli artisti, allestire palchi e strutture, mettere a disposizione i servizi necessari, pensare alla sicurezza e alla logistica. Tutti passaggi che comportano pagamenti o acconti da versare ancora prima di capire quanti saranno i biglietti venduti. Un salto nel buio con cui chi è nell’industria si confronta da anni.
Nel 2024 il Riverside Festival di Glasgow ha cancellato l’edizione a meno di un mese dall’apertura, dopo aver già venduto circa ottomila dei diecimila biglietti disponibili. In altri settori, l’ottanta per cento della capienza occupata potrebbe somigliare a un successo. Per un festival indipendente, i duemila ingressi rimasti invenduti erano abbastanza da rendere troppo pericoloso arrivare fino al giorno dell’apertura. “La scommessa era diventata troppo grande”, ha raccontato a DJ Mag uno dei direttori, Dave Clarke. Gli spettatori hanno recuperato il denaro ma, per restituirglielo, Riverside ha consumato le riserve accumulate nelle edizioni precedenti. E anche tutto il lavoro necessario allo smantellamento non ha risparmiato nessuno. Clarke ha spiegato che smontare un festival prima ancora del debutto ha richiesto “quasi lo stesso sforzo” necessario a realizzarlo: sciogliere gli accordi con gli artisti, negoziare con i fornitori, recuperare gli anticipi, organizzare i rimborsi.
La fragilità dipende anche dal fatto che la domanda e l’offerta di eventi come questo si basano su tempistiche completamente diverse. Prima di comprare un biglietto, il pubblico può aspettare le ultime settimane, controllare le previsioni del tempo, confrontare i cartelloni e decidere quale spesa affrontare. Gli organizzatori devono muoversi molti mesi prima. I pochi artisti capaci di far vendere migliaia di biglietti vengono prenotati sempre più in anticipo e, secondo John Rostron, direttore dell’Aif, in cinque o sei anni i loro cachet sono aumentati tra il 60 e il 70 per cento. Un grande gruppo può perdere denaro su un appuntamento e recuperarlo con il ticketing, le arene, le sponsorizzazioni o gli altri eventi in calendario. Un festival indipendente deve invece affidare quasi tutta la sua sostenibilità finanziaria a un solo fine settimana.
Resistenza culturale nelle Highlands scozzesi
È in queste condizioni che Lochaber Live era tornato a Fort William nel 2024, trent’anni dopo l’ultima edizione, per fermarsi nuovamente dopo appena due estati. A riportarlo nelle Highlands era stato Gary Innes, musicista e conduttore di Bbc Radio Scotland, che nel 1994 vi aveva suonato a dodici anni. Negli anni trascorsi senza il festival, Fort William era diventata una delle principali porte d’accesso al turismo sportivo e naturalistico delle Highlands: nel centro si erano moltiplicate le catene, da Wetherspoon a Costa, da Kfc a B&M. Lochaber Live provava a proporre in quel contesto una musica delle radici..
Anche il logo raccontava una storia locale senza ricorrere a bandiere o slogan. Sotto il profilo del Ben Nevis, il monte più alto del Regno Unito, comparivano alcuni fiocchi rossi: erano quelli che Aonghas Grant, figura centrale della musica tradizionale delle Highlands, consegnava agli allievi quando li riteneva abbastanza bravi da annodarli al violino. In più di cinquant’anni ne aveva formati centinaia. Alla prima edizione sono arrivate circa settemila persone; sul palco si sono alternati gruppi cresciuti nelle Highlands occidentali e band che avevano partecipato al festival già negli anni Novanta. L’anno successivo Lochaber Live è tornato, con una giornata gratuita dedicata ai balli e alla musica tradizionale. Poi sul sito è comparsa una sola frase: nel 2026 il festival “si prenderà una pausa”.
Una folla di inglesi con il cappello da cowboy
Nel Suffolk, invece, la fine di Red Rooster ha già assunto la forma più definitiva di una liquidazione. Il festival aveva avuto dodici anni per diventare un appuntamento riconoscibile: alla fine di maggio portava blues, country, soul e rock’n’roll nei prati della tenuta di Euston Hall. Nel giugno del 2025 sembrava tutt’altro che vicino alla chiusura. David Vass, che aveva seguito l’edizione per eFestivals, sito britannico specializzato, lo descriveva come tornato “più forte che mai” e arrivava a definirlo “quasi perfetto”. Era il giudizio di un osservatore presente sul posto, non una valutazione dei conti; mostrava però quanto Red Rooster apparisse ancora vitale e quanto fosse riuscito a costruirsi un’identità precisa.
Nei prati della tenuta, il blues e il country del Sud degli Stati Uniti avevano trovato una versione molto inglese: musicisti americani, famiglie accampate nella campagna del Suffolk, stivali e cappelli da cowboy portati con una serietà che finiva per diventare comica. Gill Landry, cantautore statunitense ed ex membro degli Old Crow Medicine Show, lo aveva notato dal palco: “Finalmente realizzo l’ambizione di una vita: suonare davanti a una folla di inglesi con il cappello da cowboy”. La battuta restituiva ciò che Red Rooster era diventato: un piccolo mondo riconoscibile, capace di rendere naturale, per un fine settimana, anche quell’improbabile pezzo d’America trapiantato nella campagna inglese.
Meno di un anno dopo, al posto del nuovo programma è comparso l’avviso della liquidazione. Gli organizzatori hanno citato il calo delle vendite, l’aumento dei costi di carburante, trasporti e forniture e la minore disponibilità economica del pubblico. Avevano cercato investitori e ridotto le spese, senza riuscire a salvare l’edizione prevista per maggio. La società non disponeva neppure del denaro necessario a rimborsare i biglietti.
Una coppia ha raccontato online di avere anticipato circa 750 sterline e di comprare ogni anno gli early bird proprio per “sostenere il festival”. È anche su questa fiducia che gli eventi indipendenti riescono a pagare in anticipo artisti e fornitori: il pubblico consegna loro il proprio denaro molti mesi prima di entrare. Quando la società di Red Rooster è entrata in liquidazione, i frequentatori più fedeli del festival si sono ritrovati nella stessa lista degli altri creditori.
Un’utopia nelle campagne di Cambridge
Where It All Began: non c’è nome più infausto per un festival in rampa di lancio di questo. Perché il contro-concerto con cui gli ideatori di questo “Not-for-Profit Festival Concept”, come ama definirsi, si è dovuto scontrare con l’amara verità del libro contabile. In partenza quest’anno, era stato concepito come progetto in grado di riunire locali, promotori e organizzazioni della musica indipendente con l’obiettivo di creare, nella campagna a nord ovest di Cambridge, un festival senza scopo di lucro, meno costoso e meno dipendente dalla corsa ai grandi nomi. La comunicazione insisteva su tutto ciò che Glastonbury e gli altri eventi maggiori avevano smesso di essere: il deposito iniziale di venticinque sterline richiesto ai partecipanti veniva paragonato al “prezzo di una pizza a Glastonbury”; le “pinte da nove sterline” o i “tristi kebab da quindici” erano aboliti; si prestava grande attenzione alle condizioni di lavoro di tutti i partecipanti, dagli artisti ai lavoratori dietro le quinte.
La raccolta fondi ha raggiunto 180 mila sterline, ma le prevendite non sono state sufficienti. A poche settimane dall’apertura, gli organizzatori hanno calcolato che andare avanti avrebbe prodotto una perdita compresa tra 60 e 80 mila sterline e hanno rinviato il debutto al 2027. Il festival nato per dimostrare che un altro modello era possibile si è schiantato contro una dimensione finanziaria a cui non si è potuto sottrarre.
I campi di Worthy Farm non saranno dunque gli unici vuoti quest’estate, anche se la posta in gioco è ben diversa. Ed è la stessa che raccontano i dati sui soldi spesi nel Regno Unito per la musica dal vivo. Il 2024 è stato l’anno record, con 6,68 miliardi di sterline, quasi il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente. Ma, mentre i concerti sono cresciuti del 12,2 per cento, i festival appena dell’1,9. Segno che il pubblico non ha smesso di spendere; lo fa sempre più per eventi che non mettono in discussione quell’approccio on demand che, volendolo o no, abbiamo proiettato in qualunque ambito della nostra vita. Ma per i festival, creature che basano la propria sopravvivenza sulla programmazione e sulla costruzione di un’identità collettiva, questa è una richiesta troppo esigente. O forse, semplicemente, una per cui non vale più la pena continuare la festa.
