Non bastano tutti i film e tutti i libri del mondo per spiegare il mistero di Emily Brontë

Mentre leggiamo o rileggiamo Cime Tempestose, continuiamo a chiederci come una ragazza di quei tempi abbia potuto scrivere una storia che continua ad attrarre e repellere generazioni di lettori.

13 Febbraio 2026

«All’età di 14 anni», dice un post su X, «dovrai scegliere se sei un tipo da Jane Eyre o da Cime Tempestose. Quella scelta deciderà tutto ciò che verrà». Ce n’è un altro, ripreso da una pagina Instagram, che mostra una città ridotta in macerie da un’apocalisse con la scritta «Society if Emily Brontë never wrote Wuthering Heights».

Mi sembra che entrambi funzionino per identificare una particolare categoria di persone, inclini a prendersi molto sul serio, che agiscono più come una confraternita di iniziati che come semplici appassionati, e che sono i fan (a loro non piace questa parola) della seconda tra le sorelle Brontë. Di questa cerchia fanno parte allo stesso modo sia gli inferociti detrattori dell’adattamento di Emerald Fennell ora al cinema («Mamma, vieni a prendermi, stanno pubblicizzando Cime Tempestose come se fosse l’adattamento di un romanzo dark romance del BookTok» scrivono sempre su X, dove da mesi sostengono che Emily si stia rivoltando nella tomba), sia la regista stessa. Anzi, tra le colpe peggiori di Fennell c’è proprio l’aver smascherato gli adepti, rendendo esplicito e pop il loro segreto e dicendo al mondo che c’è chi magari fa finta di niente ma, esattamente come lei, da anni coltiva una personale mitologia dell’amore tra Heathcliff e Cathy, e una fissazione per la mente che li ha generati. Forse, la versione del film nelle nostre teste (mi ci metto anch’io, che ho appeso in salotto una copia incorniciata dello spartito di “Wuthering Heights”, la canzone del 1978 di Kate Bush), non include fare sesso nelle brughiere con uno che somiglia a Jacob Elordi, ma nemmeno tocca le vette di estremismo del libro. Presuppone, però, un certo numero di riletture, un fascino torturante per le passioni non vissute, un’ossessione per i fantasmi adolescenziali e in generale la convinzione di aver avuto un imprinting che ci rende portatori più o meno sani di una rivelazione, quella dell’amore senza fine: purissimo perché mai compiuto, sadico e crudele, che, proprio perché viola ogni norma e trascende ogni limite, perde connotati umani e assume tratti demoniaci.

Una casa al confine tra i morti e i vivi

Comunque, va detto che tra i seguaci di Emily Brontë ci sono nomi illustri: non solo Kate Bush, ma Sylvia Plath («Se presto troppa attenzione alle radici dell’erica, mi inviteranno a sbiancare le mie ossa tra loro» scrive nella poesia che si intitola come il romanzo), la stilista Simone Rocha, Patti Smith, Joyce Carol Oates che definisce il romanzo «una parabola sull’innocenza e la perdita, e sulla necessaria sconfitta dell’infanzia». Non, invece, Virginia Woolf che pare si fosse dovuta appuntare sul libro un albero genealogico per raccapezzarsi, proprio come suggeriscono di fare i recenti video TikTok. E non solo donne: nel 1854 il pittore e poeta britannico Dante Gabriel Rossetti parlava del romanzo come uno dei migliori, ma anche «un diavolo di libro, un mostro incredibile».

Come tutti i culti, anche quello di Emily Brontë ha i suoi luoghi di pellegrinaggio, i suoi riti e i suoi inni (Charli XCX ha scritto la colonna sonora del film mentre era in tournée per l’album remix di Brat). Io non arrivo all’estasi mistica di chi ricrea in giro per il mondo il video di Kate Bush danzando con abiti rossi, ma ho comunque visitato Haworth, il paesino natale delle Brontë, quando vivevo in Inghilterra. La tomba in cui Emily si sta rivoltando si trova lì, nello Yorkshire, ma i locali non sono preoccupati del flusso di turisti dopo il film, forse perché l’unico modo agevole per arrivarci è guidare un’auto a noleggio per almeno un’ora. La stradina in salita che porta alla chiesa, dove un cortese pensionato inglese vi indicherà la tomba dei Brontë, oggi è pittoresca, con case di pietra, pub dove bere una pinta di Emily Ale e negozietti. Ai tempi di Emily Brontë, nata il 30 luglio 1818 e morta il 19 dicembre 1848, Haworth era una cittadina industriale insalubre con un sistema fognario disastroso, fiumi di fango e urine e un’aspettativa di vita sotto i 26 anni che rendeva il cimitero straripante.

Vicino alla chiesa, si affaccia sulle lapidi la canonica: la casa di Patrick Brontë, parroco del paese e padre di Emily. Ancora oltre ci sono le moors, le ventose brughiere ricoperte d’erica, con quel che resta degli edifici che hanno ispirato Wuthering Heights e Thrushcross Grange e, per chi crede, i fantasmi erranti di Catherine e Heathcliff. Bisogna ammettere che la vicenda della famiglia Brontë si presta bene alla genesi del mito: un curato rimasto vedovo, altre due figlie morte presto e poi quattro bambini cresciuti dalla zia: Charlotte Brontë, autrice tra gli altri di Jane Eyre; Emily Brontë autrice di un unico romanzo, Cime Tempestose, uscito nel 1847; Anne Brontë autrice di Agnes Gray e di La signora di Wildfell Hall. Il solo figlio maschio, Branwell Brontë, era la speranza del padre, ma finì alcolizzato e dipendente dall’oppio. Da piccoli, tutti e quattro malaticci (solo Charlotte supererà i 31 anni), in una casa al confine trai i morti e i vivi, i bambini leggevano i volumi della biblioteca del padre nelle lunghissime notti dello Yorkshire, dipingevano, e scrivevano epopee di mondi immaginari. Davanti al fuoco della cucina o all’aperto su delle piccole scrivanie portatili, coltivavano il loro genio letterario. Erano legatissimi, ed è impossibile parlare dell’arte di una delle tre, senza considerare il nucleo fondante dei quattro.

La sfinge della letteratura moderna

Eppure Emily è una storia a sé. «Aveva occhi bellissimi», scrive un’amica, «occhi liquidi, teneri e luminosi, a volte sembravano grigi, a volte blu scuro, ma non ti guardava spesso, era troppo riservata». Pare fosse schiva al punto da risultare antisociale, che uscisse pochissimo, che preferisse passare il suo tempo a casa o tra le rocce e gli animali. Al Brontë Parsonage Museum di Haworth, insieme al bracciale di ciocche di capelli, reso famoso nei giorni scorsi da Margot Robbie, è custodito il collare di Keeper, il grosso mastino da cui la scrittrice non si separava. Di Emily sappiamo pochissimo, e quello che sappiamo è per voce di narratori più inaffidabili di Nelly Dean. È come se le sue tracce fossero state cancellate, come quando ne L’Amica Geniale Lila si auto-elide dalla propria vita, ritagliandosi via anche dalle fotografie. Più che con Lila, però, Brontë condivide il fascino con Elena Ferrante: entrambe stimolano l’antica incognita del confine tra la vita e l’arte. Non mancano certo le autrici del passato similmente idolatrate, con una fanbase attualissima, una tra tutte Jane Austen la cui casa è ugualmente meta di pellegrinaggi e che, compiuti 250 anni, ha 144mila post su TikTok. Ma anche Sylvia Plath, nostra signora di Tumblr, santa patrona delle sad girl, più distante da Emily Brontë nel tempo, ma non nello spazio (incredibilmente le loro tombe distano circa 16 chilometri, è già un itinerario). Tuttavia è la componente incomprensibile e oscura a distinguere il culto di Emily da quello delle altre.

«La sfinge della letteratura moderna», così è stata definita nel 1896 dal critico letterario Clement Shorter. Mentre leggiamo Cime Tempestose, continuiamo a chiederci come abbia potuto una ragazza di quei tempi, al suo primo romanzo, mai sposata, morta a trent’anni, introversa figlia di un parroco, che lasciò Haworth di rado, descrivere una passione così perversa e viscerale, un amore masochista, violento e delirante che continua ad attrarre e repellere generazioni di lettori. Dopo la morte di Emily, rimase a Charlotte l’ingrato compito di parare i colpi e rispondere a chi gridava allo scandalo. Nella prefazione di Cime tempestose del 1850, in cui ammette che lo pseudonimo maschile di Ellis Bell è in realtà sua sorella, parla di lei come un genio inconsapevole, una «nativa e figlia della brughiera» che non sapeva cosa stava facendo, e possiamo crederci oppure no. Charlotte assicura che Emily «non conosceva nulla di passione e amore in prima persona», «più forte di un uomo, più semplice di una bambina, la sua natura era unica».

Una ragazza con un segreto

Emily Brontë era un genio? Un mostro? Una ragazza con un segreto? È sempre Charlotte a bruciare le lettere e un secondo manoscritto della sorella, almeno così vuole la leggenda. Perché? Per proteggere Emily (e se stessa)? Perché così le era stato chiesto in punto di morte? Per invidia o paura di fronte a una mente così? Ci sono studi, saggi, opere teatrali, film che affannano congetture. Certo, intorno a lei c’erano per davvero le rocce sferzate dalla pioggia, gli inverni gelati, la malattia, la solitudine, un fratello alcolizzato. C’erano i libri del padre, la letteratura romantica e gotica, gli studi, ma è materiale sufficiente? In molti fantasticano su un amore inopportuno (forse per questo nel 1835 lasciò brevemente Haworth ammalandosi di nostalgia?), altri indagano su una voce ricorrente e inevitabile: quella del rapporto col fratello. C’è chi dice che lei e Branwell Brontë siano Cathy e Heathcliff e chi persino (e riecco Ferrante, ma anche l’avversione atavica al talento femminile) attribuisce il libro a lui. Di tutto questo, naturalmente, non c’è alcuna prova, e Emily resta nascosta dalla nebbia delle heights. «In breve, da qualunque parte tu venga e chiunque tu sia, troverai una Emily Brontë sufficientemente informe ma, infinitamente adattabile a qualsiasi cosa tu voglia che sia: una roccia, una canzone, un uccello in volo», ha scritto sul Guardian la giornalista Kathryn Hughes per il 200esimo anniversario dalla nascita della scrittrice nel 2018. Così, anche ora, uscendo dal cinema dopo aver visto Fennell giocare con tutto ciò che il libro non è ma potrebbe essere, viene da ridere. Ci sei sfuggita anche stavolta.

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