Dopo la sentenza il lavoratore in questione è stato riassunto e il datore di lavoro costretto a pagare un risarcimento di 80 mila euro.
Nell’ultimo libro di Eleonora Marangoni, L’imperdibile, l’autrice va alla ricerca del dimenticato inventore Walter Hunt. Per scavare nella sua vita va nel suo paese natio, nelle campagne dello stato di New York. Quando arriva non solo non sanno nulla su di lui, ma in pratica lo definiscono uno sfigato perché pur avendo talento non è mai riuscito a monetizzare con le sue invenzioni (la più celebre: la spilla da balia).
Anzi, qualcuno addirittura suggerisce a Marangoni di lasciar perdere il libro e di scrivere invece qualcosa –“magari in inglese!” – su un altro tizio che è invece riuscito a fare una fortuna. In America chi fa i soldi, più di chi crea cose utili o belle ma muore in un bilocale, raggiunge un livello di eroe epico. E’ un’idea stratificata, così profonda nell’animo anglosassone e soprattutto della frontiera, da essere difficilmente estirpabile. Anche perché può convivere, bizzarramente, con quella stessa etica dickensiana (o disneyana – vedi Family man con Nicholas Cage) che fa da falso contraccolpo, come barriera morale di fumo. In fondo Scrooge non è tanto criticato perché fa i soldi, ma perché pensa solo a quelli e non dà indietro alla società.
Il suo arco narrativo si conclude quando capisce che l’amore e l’affetto e aiutare gli altri sono più importanti del solo profitto. Ma il capitalismo in sé nel Canto di Natale non è messo in dubbio. Anzi, i fantasmi ricordano a Scrooge che alla fine la povertà sistemica può mettere a rischio tutta la società, e quindi a lungo termine anche le sue stesse attività commerciali. Non scomodiamo Kant, ma in fondo dare le ferie ai suoi dipendenti e portare panettoni alla cena di Natale, in fondo a Scrooge conviene, oltre che farlo sentire meglio. Scomodiamo però Max Weber e una frase del suo best-seller del 1904: «L’uomo è dominato dal fare denaro, dall’accumulo, come fine ultimo della sua vita. L’acquisizione di denaro non è più legata ai bisogni materiali dell’uomo come mezzo per soddisfarli».
Il boss finale del capitalismo
Elon Musk è diventato l’uomo più ricco del mondo e secondo molti storici non c’è mai stato nessuno durante l’avventura sulla terra dell’homo sapiens che sia riuscito ad accumulare così tanta ricchezza materiale. In lui ha trionfato il vero massimo spirito del capitalismo. Lui è la spia esemplare di questa fase che gli esperti chiamano “late stage”, dove c’è una estrema concentrazione di risorse nelle mani di pochissimi e dove i soldi non servono tanto per comprare quanto per essere. Per citare il Joker di Nolan che dà fuoco alla montagna di bigliettoni: «Non è una questione di soldi, il punto è mandare un messaggio». Musk a differenza degli altri tech-oligarchi non ha uno yacht, non trova nemmeno gusto nel giocare a Monopoly con le villone – a lungo ha vissuto in casette prefabbricate simili a container – e una volta la sua ex Grimes ha detto che vive “sotto la linea di povertà” tanto che lui le chiese di portare il suo materasso in casa perché il suo aveva un buco. Mangiavano quasi solo burro di noccioline, dice lei. Quindi il punto non è scambiare i soldi per beni e servizi, ma raggiungere il massimo livello. E se ci fidiamo di quello che dicono i suoi ex collaboratori, il ketaminico Elon Musk crede di vivere in una simulazione. Il mondo e la vita sono un videogioco in cui lui è il protagonista. E ha appena raggiunto un nuovo gigantesco livello in questo videogioco. Oppure ha vinto, ma può continuare a giocare.
«Per ora sto facendo delle side quest», diceva un anno e mezzo fa quando era sempre nello Studio Ovale, Bff di Donald Trump, “Gothic dark Maga”, e dormiva sul divano di Mar-a-Lago. Altre quest sono raggiungere la “multiplanetarietà” dell’uomo, a cui di recente sembra in parte aver rinunciato, puntando sulla Luna invece che su Marte. Un altro quest – o forse è solo demenza e compensazione da ex-nerd senza amici – sembrerebbe divertirsi a spingere i partiti xenofobi di estrema destra su X (che lui possiede e dove permette l’uso della n-word e di tutte le altre word offensive presenti in tutti i dizionari di tutte le lingue).
E adesso? Si chiederebbe qualcuno dopo aver raggiunto questo numero simbolico del triliardo, un po’ come il George Clooney di Up in the Air quando supera il milione di miglia aeree. Il fatto che i quotidiani debbano usare le infografiche per spiegare “how much is a trillion” spiega tutto, con tanto di monetine impilate per arrivare fino alla luna. Se un milione di secondi sono 11 giorni, un miliardo di secondi sono 32 anni, un triliardo di secondi sono 32mila anni. Qualcuno sottolinea che se possiedi solo 1 dollaro sei più vicino al patrimonio di Jeff Bezos di quanto Bezos non lo sia a Musk. I progressisti americani hanno iniziato a calcolare cosa si potrebbe fare per lo Stato con quelle cifre, come costruire due milioni di case per i senzatetto, dare la mensa gratis a ogni ragazzino per decenni, o rendere gratis tutte le università statunitensi per quasi 15 anni. La senatrice dem Warren ha ricordato che la famiglia media americana dovrebbe lavorare 11 milioni di anni per raggiungere il patrimonio di Musk.
Sono proporzioni titaniche, che come quando si guardano le dimensioni delle stelle, sono difficili da comprendere dalla mente umana. Così come molti umani non capiscono che non devono avere paura quando si dice “tax the rich”, perché loro non verranno mai toccati dall’accetta, anche se il capitalismo per sopravvivere ti porta a pensare – mantra americanissimo – che anche tu, si proprio tu, un giorno potrai essere ricco come Musk. «Motivo numero 1,000,000,000,000 del perché dovremmo tassare i ricchi», ha scritto il sindaco Mamdani. Su X ci si è scatenati. «Se nella natura una scimmia raccogliesse per sé un triliardo di banane le altre scimmie la ammazzerebbero di botte e prenderebbero le sue banane». Qualcuno invece ha scritto: «Mi chiedo quand’è che arriverà il momento del primo triliardario morto della storia». Tirando fuori la questione psicologica qualcuno ha postato: «Nessuno è invidioso del primo triliardario perché nessuno è geloso di qualcuno che sta tutto il giorno seduto davanti a Twitter a ritwittare roba razzista. Il tipo più al verde che conosco passa le sue giornate nello stesso identico modo».
Investimenti pubblici, triliardi privati
Una volta Musk chiese alle Nazioni Unite di dimostrare che sei miliardi di dollari avrebbero risolto la fame nel mondo, che colpisce 42 milioni di persone. All’Onu si sono messi al lavoro, l’hanno dimostrato e Musk li ha ghostati. E parliamo di una cifra inferiore dell’1 percento del suo patrimonio. Quando era a capo del Doge – un’altra side quest – Musk si è impegnato per mesi a tagliare con la motosega le spese statali degli Usa (tra l’altro, con rabbia dei sovranisti, visto che quella non è nemmeno la sua patria natia). Musk ha orgogliosamente contribuito a distruggere il welfare state, e proprio per questo va ricordato che i soldoni simbolici che ha accumulato esistono perché ci sono le commesse statali della sua SpaceX, soprattutto nella fase iniziale di sviluppo.
La prima grande spinta a SpaceX venne data dalla Nasa nel 2006 con 278 milioni di dollari, per sviluppare il Falcon mentre veniva chiuso il programma dello Space Shuttle. Due anni dopo lo stesso Musk ha ammesso che nel 2008 aveva praticamente finito i soldi se non fosse stato per un contratto statale da 1 miliardo e 6. «Non avrei potuto iniziare SpaceX, e non avrei raggiunto questo livello, senza l’aiuto della Nasa», cioè un’agenzia pubblica pagata con le tasse dei cittadini. Lo diceva nel 2012 quando si vendeva ancora come progressista e non erano ancora usciti fuori i rigurgiti fascio-nerd, o le tardive pulsioni di chi è cresciuto comodamente nell’apartheid africano. È per quello che Musk (come anche Bezos o Zuckerberg o la gang tolkeniana di Palanthir) non si possono davvero boicottare, per farlo bisognerebbe boicottare lo Stato. «Nessuna persona incarna l’uomo macchina del XXI secolo meglio di Elon Musk», scrivono Slobodian e Tarnoff nel libro Muskismo (appena uscito per Einaudi) paragonandolo a un Leviatano hobbesiano costruito con pezzi di tesla. Usare, sfruttare lo Stato (e i soldi pubblici) per sostituirlo con sé stessi, diventando una versione cyborg drogata dei titani che precedevano la pace portata da Zeus.
Ma cosa farcene di questa notizia su Musk triliardario? Dobbiamo provare a trovare il buono in ogni cosa che accade oppure accettare la rabbia necessaria per reagire, senza cadere in moralismi francescani? Forse il bene del nuovo livello raggiunto nel patetico videogame della vita di Musk è che manda un segnale, diventa, come il falso storico delle brioche di Marie Antoniette, un simbolo contro cui schierarsi, la miccia di qualcosa di organizzato. Forse è l’ennesimo segnale che le teorie dei filosofi pubblicati da Verso books sono corrette. Forse è un modo per ricalibrare i valori: soprattutto dopo la vittoria dei Knicks, il musulmano Mamdani a New York è come Dio, mentre per Musk sono nati addirittura gruppi come “Everyone Hates Elon” – essere presunti wunderkid del tech, pallidi e glabri, che giocano a Doom e si calano acidi non è più cool, fate largo ai socialisti che mangiano bagel, giocano a calcio e sposano artiste pro-pal di Damasco. Forse ci salveranno i Gen Z, non quelli che vanno a fare i content intervistando milionari per chiedergli consigli su come diventare ricchi, ma quelli che dicono di no a lavori sottopagati o noiosi pur di fare quello che amano, fosse anche non fare nulla, e buttano gli iPhone per sostituirli coi dumbphone. O forse questa cosa del triliardo di dollari è un modo per ricordare che i soldi, come del resto il Nasdaq e i bitcoin, in fondo non esistono davvero.
