Operazioni che erano già difficili per via dalle infrastrutture distrutte e dalle linee di comunicazione danneggiate.
Il video dura meno di un minuto e ha la grammatica dell’unboxing, che è la grammatica con cui negli ultimi dieci anni abbiamo imparato a guardare qualunque cosa nuova entri in casa. Un vigile del fuoco estrae da una busta di plastica sigillata una polo blu con lo stemma del Corpo nazionale, la mostra alla camera, la tira dalle maniche e dal colletto perché si veda che è integra – e a secco, in effetti, regge. Poi apre una bottiglietta da mezzo litro, la versa sul petto della maglia, appoggia due dita sulla stoffa bagnata, e la stoffa, invece di strapparsi, si apre, con la docilità della carta velina, come una cosa che non aveva mai avuto intenzione di essere un tessuto e aveva solo aspettato il momento giusto per confessarlo. «Senza fare forza», dice lui, «solo toccandola», e nei venti secondi successivi la polo d’ordinanza dei Vigili del Fuoco della Repubblica italiana si separa in due pezzi tra le mani di un uomo che per mestiere entra negli edifici in fiamme con una lancia che spara acqua.
A diffonderlo, nei primi giorni di agosto, è stato Costantino Saporito, sindacalista dell’Uilpa, e nel giro di poche ore, sotto quel post, migliaia di persone avevano taggato la stessa persona, Mattia Berveglieri, imprenditore tessile di Castelfranco Emilia che da un anno e mezzo entra nei negozi e legge le etichette dei vestiti davanti alla camera – la persona, cioè, a cui in Italia si manda ormai la foto di un’etichetta come si manderebbe un’analisi del sangue a un amico medico. La sua prima reazione, racconta, è stata l’incredulità: «Sono vent’anni che lavoro con i tessuti e non avevo mai visto una stoffa decomporsi così. Ho commentato dicendo: chissà cosa c’è nella bottiglietta». Il pompiere ha allora girato un secondo video con la polo sotto il rubinetto del lavandino, e il rubinetto, purtroppo per tutti, ha dato lo stesso risultato della bottiglietta.
Trecento capi, poi tutti
La risposta del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, arrivata lo stesso giorno, appartiene a un genere che in Italia ha una tradizione lunga e una forma ormai codificata: la situazione era già «accertata nei primi giorni di luglio», la Direzione centrale per le Risorse logistiche aveva «proceduto all’immediata sostituzione di circa 300 capi difettosi» su segnalazione del Friuli Venezia Giulia, «un numero esiguo» rispetto ai 120.000 della fornitura. Trecento su centoventimila fa lo 0,25 per cento, una percentuale che in qualsiasi ufficio acquisti equivale a niente, se non fosse che gli altri 119.700 stavano in gran parte ancora dentro le loro buste sigillate, in un magazzino o in un armadietto, e che nessuno li aveva bagnati, per cui l’unico modo di sapere se una polo fosse difettosa consisteva nell’usarla, nel farla sudare a un pompiere durante un turno, e a quel punto il difetto cessava di essere un dato statistico e diventava un uomo con la divisa a brandelli. Sono bastate due settimane e un’interrogazione sindacale perché l’amministrazione ammettesse, con la stessa calma con cui aveva parlato di un numero esiguo, che le polo difettose non si distinguono a vista da quelle integre, che anche i capi in magazzino potrebbero presentare il problema, che la ditta produttrice sta indagando e si è resa disponibile a sostituire, e infine che il test sul tessuto bagnato non era previsto né dalle norme tecniche europee né dal capitolato di gara – il che, tradotto dal linguaggio delle circolari, significa che a nessuno era venuto in mente di chiedere a una maglietta per pompieri se resistesse all’acqua, non essendoci una casella da spuntare.
Il bando si trova in Gazzetta Ufficiale, quinta serie speciale, numero 88, luglio 2022, dove il Ministero dell’Interno mette a gara 120.000 polo ignifughe per un valore stimato di 5,4 milioni di euro IVA esclusa, che fanno 45 euro a capo; all’avviso di aggiudicazione risulta un solo partecipante. Un solo partecipante a una gara da cinque milioni non prova nulla, ed è precisamente il tipo di dettaglio che in questo paese si legge senza bisogno di prove, con quell’inclinazione a pensare male che l’esperienza ha reso, più che un vizio, una forma di alfabetizzazione. «Io vorrei sentirmi dire da qualcuno: signori, scusate, abbiamo sbagliato, sistemiamo», dice Berveglieri. «Se lo vedo nero su bianco sono a posto, perché errare è umano. Invece stanno facendo tutti finta di nulla». Con 45 euro, aggiunge, un’azienda tessile seria produce una polo che non si scioglie, sicché la questione non riguarda tanto il prezzo quanto ciò che sta tra il prezzo e la maglia – chi l’ha fatta, dove, con quale filato, e con quale margine per chi ha vinto una gara senza avversari.
Un organo di due metri quadrati
Quella polo non è un capo di rappresentanza ma un dispositivo di protezione individuale, e la distinzione, che sulla carta è una sigla, nella pratica descrive una maglia che sta a contatto con la pelle di una persona che lavora accanto al fuoco, che suda, che respira fumo, e che alla fine del turno la mette in lavatrice con il resto della divisa. I sindacati lo sapevano da prima delle polo. Nel 2025 USB e Greenpeace Italia avevano fatto analizzare i dispositivi di protezione di diversi comandi e il sangue di chi li indossa, trovando PFAS – i composti perfluoroalchilici, gli inquinanti eterni, quelli che rendono un tessuto idrorepellente e ignifugo e che non si degradano mai, né nel terreno né nel fegato – in concentrazioni che, secondo Greenpeace, contraddicevano i dati ufficiali del Ministero, e in tutti i campioni di sangue al di sopra della soglia che fa scattare un monitoraggio. Il Ministero, nella risposta sulle polo, ha precisato che le polo non contengono PFAS; sulle cause del disfacimento le verifiche proseguono. Berveglieri ha spedito i capi a un laboratorio che riapre il 30 agosto, e in quella data c’è già tutta la spiegazione di come le forniture pubbliche attraversino indenni gli anni, dal momento che il difetto emerge quando non c’è nessuno a guardare e, quando qualcuno torna a guardare, il difetto è ormai abbastanza vecchio da essere una pratica.
Sulla pelle dice una cosa che è insieme la più semplice e la più difficile da accettare di tutto il ragionamento: «Abbiamo iniziato a pensare a quello che beviamo, a quello che mangiamo, a quello che respiriamo. Sarà il caso di pensare anche a quello che indossiamo. La pelle è l’organo più esteso del corpo, assorbe, e i capi rilasciano sostanze». Abbiamo passato vent’anni a leggere le etichette dello yogurt, a contare gli zuccheri, a scoprire che l’olio di palma esisteva, a fotografare i piatti, a costruire intere identità politiche sulla provenienza di un pomodoro, e per tutto questo tempo ci siamo messi addosso ogni mattina, per sedici ore, uno strato di poliestere tinto in un capannone di cui ignoriamo perfino il continente, a un prezzo che rendeva superfluo chiedersi come fosse possibile, come se il corpo, che per il cibo era diventato un santuario, tornasse a essere, per i vestiti, un manichino.
Il pinguino schiacciato
Su Instagram Berveglieri ha inventato un’espressione che i suoi follower usano ormai come una categoria merceologica, il pinguino schiacciato, ed è il nome che dà al poliestere, all’acrilico, al nylon, a tutto ciò che sull’etichetta non è fibra naturale. «Non ha un senso logico. Quando penso all’inquinamento mi viene in mente l’iceberg che si scioglie, il pinguino che non ha più spazio, che deve attraversare la strada, e passa una macchina e lo schiaccia. Il pinguino schiacciato si trasforma in poliestere». Lo racconta ridendo, dalla Sardegna, dove lo fermano in spiaggia per chiedergli cosa sia, ma sotto la battuta c’è una contabilità che non fa ridere nessuno: il poliestere è un derivato del petrolio, costituisce oggi più della metà delle fibre tessili prodotte al mondo, e riciclarlo costa più che produrne di nuovo, ragione per cui nessuno lo ricicla e tutti continuano a produrlo, e ragione per cui esistono il deserto di Atacama, dove i vestiti invenduti dell’Occidente arrivano a decine di migliaia di tonnellate l’anno e restano lì perché il poliestere non marcisce, e il mercato di Kantamanto ad Accra, dove ogni settimana sbarcano milioni di capi usati che l’Europa chiama donazioni e che il Ghana, con un’espressione in cui sta compressa una teoria intera dei rapporti tra i continenti, chiama obroni wawu, i vestiti dell’uomo bianco morto – un uomo bianco che nella maggior parte dei casi sta benissimo e ha semplicemente comprato un’altra cosa.
Ed è a questo punto che le polo dei Vigili del Fuoco cessano di essere una storia di forniture. Sono state comprate con la logica con cui si compra un maglione a diciannove euro, vale a dire il prezzo più basso possibile, un solo fornitore che risponde, nessuna domanda sul filato, nessun test oltre quelli obbligatori, e la scoperta del difetto delegata all’uso, cioè al corpo di chi lo indossa. Lo Stato, quando compra, si comporta come il consumatore medio che è diventato – attratto dallo sconto, indifferente alla filiera, disposto a chiamare esiguo un difetto finché il difetto non diventa un video – con l’unica, non trascurabile differenza che il consumatore, quando il maglione si buca al quarto lavaggio benissimo per tutti poliestere da 45 per i Vigili del Fuoco cioè quelli sudano dei dei dannati io non potrei indossare la maglietta di poliestere neanche 20 per cento poliestere. Io, cioè le magliette sono tutte di cotone sì ho la maglietta termica la maglia tecnica per fare sport guardi, lo butta e ne compra un altro, mentre il pompiere con la divisa che si scioglie deve continuare a entrare nelle case che bruciano.
Sette scatoloni con il cartellino
Berveglieri non è arrivato a tutto questo da una posizione morale, e lo dice con una franchezza che nel suo settore, dove la sostenibilità è da anni un reparto del marketing, si incontra di rado. «Fino all’estate scorsa non mi ero minimamente preoccupato. Producevo il mio brand, se mettevo sul mercato una felpa 65 poliestere e 35 cotone non me ne preoccupavo affatto». Poi ha fatto due traslochi in dieci giorni, il primo dell’azienda – «è un coriandolo rispetto alle aziende che ci sono nel mondo, e quel pomeriggio ho riempito la discarica del mio comune con rimanenze di tessuti, filati, bottoni, campionari» – e il secondo di casa: «Ho fatto il decluttering dell’armadio e ho fatto sette scatoloni di roba che non uso più, con una marea di capi di fast fashion con ancora il cartellino attaccato. E sono una persona sola».
I sette scatoloni con il cartellino sono forse l’immagine più esatta che si possa dare del consumo contemporaneo, perché tolgono di mezzo il bisogno: nessuno di quei capi è stato comprato per vestirsi, ma per il gesto di comprarlo, per la scarica della busta, per il posto che ha occupato un istante in un’idea di sé, prima di essere archiviato in attesa di un’occasione che non sarebbe mai venuta. «La nostra società ci ha inflitto l’idea che dobbiamo essere sempre vestiti diversi», dice lui, e il verbo è quello giusto, perché l’idea non ci è stata proposta ma inflitta, con la pazienza di trent’anni di pubblicità e poi con un algoritmo che ha reso la proposta continua, personale e impossibile da spegnere; il fast fashion non ha inventato il desiderio di vestirsi, ha inventato la brevità del vestito, la sua data di scadenza, e ci è riuscito abbassando il prezzo fino al punto in cui la domanda «quanto dura?» non aveva più alcuna forza di fronte alla domanda «quanto costa?». Il bando del Ministero dell’Interno ha seguito la stessa traiettoria con soldi pubblici, chiedendo il prezzo e non la durata, e il risultato è quello che si vede nel video. Da quel trasloco Berveglieri ha convertito il brand, meno poliestere e più lana e più cotone, con i prezzi che salivano di conseguenza: «Sto dando una soluzione a chi può permettersela», ammette, ed è un’ammissione onesta che lascia però scoperto il problema per tutti gli altri.
L’uomo delle etichette
Il format ha una semplicità che basta da sola a spiegarne il successo. Berveglieri entra in un negozio – Zara, H&M, Benetton, ma anche il monomarca del lusso in centro – prende un capo dall’appendino, gira l’etichetta interna verso la camera e legge ad alta voce: sessantacinque per cento poliestere, cento per cento acrilico, lana ma al dieci per cento. Poi dice quanto costa, quanto dovrebbe costare, e come si ridurrà dopo quattro lavaggi. Non c’è musica, non c’è montaggio, non c’è un outfit, e quello che manca è esattamente il punto, perché nei negozi il capo è pensato per essere guardato dal di fuori e lui lo ribalta. In una nota catena, ha raccontato al Corriere della Sera, lo accompagnano alla porta appena entra, e devono avere una sua foto alla cassa, un trattamento che un negozio riserva di solito ai taccheggiatori e che qui misura, meglio di qualsiasi numero di follower, quanto sia diventato scomodo il gesto di leggere e informarsi.
Non è solo, e non è nemmeno il primo. Negli Stati Uniti un ex conciatore che si fa chiamare Tanner Leatherstein compra borse da tremila dollari e le taglia in diretta con un bisturi per mostrare cosa c’è dentro la pelle; a Londra Andrea Cheong rovescia i capi dei negozi per far vedere cuciture e foderature; su TikTok il 2024 è stato l’anno dell’underconsumption core, ragazze di vent’anni che mostravano con orgoglio la stessa borsa da sei anni e un beauty case con tre prodotti, e prima ancora c’era stato il deinfluencing, creator che spiegavano cosa non comprare. Formati diversi che condividono una stessa mossa, cioè prendere il linguaggio della piattaforma che ha costruito la velocità del consumo – il video breve, la persona davanti alla camera, l’oggetto in mano – e usarlo per rallentarla, vivendo sull’algoritmo che, un video dopo, venderà quello che loro hanno appena sconsigliato.
Quanto al perché funzionino adesso, la spiegazione è meno edificante di quanto la parola coscienza lasci intendere, e la dà Berveglieri stesso quando dice che «la gente sta prendendo coscienza di come ha speso fino ad adesso»: coscienza non del pianeta, dunque, ma del proprio conto in banca, dell’armadio pieno di cose mai messe, del maglione buttato troppo presto. Il tema è diventato cool per la stessa ragione per cui è diventato cool leggere gli ingredienti dello yogurt, ovvero perché il sapere tecnico è l’ultima forma di distinzione rimasta a chi non può più distinguersi con il prezzo, e quando tutti possono comprare il logo, o la sua copia, sapere che quel logo è cucito su un acrilico da quattro euro diventa un lusso a costo zero, che si esibisce non con l’oggetto ma con il commento all’oggetto e che, a differenza del cashmere, conferisce la stessa superiorità con il vantaggio supplementare di sembrare virtù. Che il consumo consapevole sia a sua volta un mercato, con i suoi brand, le sue newsletter e le sue capsule collection sostenibili a trecento euro, di cui Berveglieri stesso fa parte, è un’ambiguità che sarebbe ingenuo tacere; e tuttavia non cambia il fatto che per trent’anni l’industria abbia investito perché nessuno girasse l’etichetta, e che leggerla sia oggi un gesto capace di milioni di visualizzazioni.
Il lusso ha fatto una figuraccia
L’obiezione che gira da anni, secondo cui il fast fashion sarebbe per chi non può e il resto per chi può, non regge da nessuna delle due parti. «Il mito più tristemente noto del lusso è che spendere tanto ti dia automaticamente qualità. Negli ultimi anni si è dimostrato il contrario: pellami scarsi, maglioni che non sono cento per cento lana. Stai comprando un nome, un senso di appartenenza, non un capo». E dall’altro lato: «Una t-shirt in cotone a dieci euro: quel cotone come è stato coltivato? E per pagarla dieci euro qua, da un’altra parte del mondo qualcuno ha pagato meno, in termini di qualità di vita, in qualità di lavoro».
Il mercato, intanto, sta già rispondendo, anche se non alla coscienza quanto alla delusione. «Il lusso ha fatto una figuraccia verso il consumatore, e la gente si è stancata di essere presa in giro. Altri player stanno andando a prendere quella fascia: tagli moda, materiali più o meno buoni, Zara che usa tessiture italiane per i capispalla, le collaborazioni con i designer. La gente dice: spendo un quinto, chi me lo fa fare di comprare il marchio blasonato». Mentre le case di moda italiane e francesi chiudono i bilanci a meno trenta e meno quaranta e il fast fashion cresce, il ciclo si chiude su se stesso con una coerenza quasi didattica: il lusso, che per proteggere i margini ha svuotato i propri capi, ha insegnato al pubblico che il capo non conta e conta l’immagine, e il pubblico, che ha imparato la lezione meglio di chi la impartiva, ne ha tratto la conclusione che l’immagine si può comprare a meno, senza che in tutto il passaggio nessuno abbia imparato a vestirsi in modo sano o sostenibile.
Comprare un maglione
Nel 2027 dovrebbe entrare in vigore il passaporto digitale di prodotto europeo, con il tessile tra i primi settori interessati: un codice su ogni capo che ne ricostruisce la storia, dal campo di cotone a chi l’ha raccolto, tagliato, cucito, tinto. Berveglieri lo chiama «il DNA del capo» e ne parla come di una rivoluzione, e forse lo sarà nel senso circoscritto in cui l’etichetta nutrizionale è stata una rivoluzione per il cibo, dal momento che la gente ha continuato a mangiare quello che mangiava, soltanto con più informazioni. Il punto che lui stesso mette prima di qualsiasi regolamento non ammette scorciatoie tecnologiche: «La moda non sarà mai sostenibile. Non c’è una fibra miracolosa, non esiste. Le aziende dovrebbero fare una cosa sola: produrre meno e produrre meglio». E poi la conclusione: comprare l’usato, far girare i capi, e «non comprare un maglione a quarantanove euro ma spenderne duecentocinquanta una volta ogni due anni per un maglione nero che però mi fa dieci anni, se lo so lavare».
Duecentocinquanta euro ogni due anni è una cifra che spacca in due il paese, e sarebbe disonesto far finta che non sia così; ma quella matematica non è un consiglio di stile, è la descrizione di come funzionava il rapporto con i vestiti prima che l’industria trovasse il modo di venderci la stessa cosa dodici volte l’anno, e chi ha ancora nell’armadio i maglioni di lana della madre, quelli degli anni Ottanta, indistruttibili, sa che per una generazione intera il capo era un oggetto che si possedeva, si riparava, si passava, e che questa non era una scelta etica ma la normalità economica, prima che la normalità venisse ridisegnata a Stoccolma, a La Coruña, a Guangzhou.
C’è un’ultima cosa che Berveglieri dice sui pompieri e che rovescia la direzione dello sguardo: «Mandiamo dei cristiani che fanno un lavoro di merda a livello di pericolosità e di difficoltà, mal pagato, con divise che si sciolgono con l’acqua». Il consumatore che compra male danneggia in fondo se stesso, il proprio armadio, il proprio conto e, per interposta discarica, un deserto in Cile; lo Stato che compra male danneggia qualcun altro, qualcuno che la polo non l’ha scelta, che non può restituirla, che la indossa per contratto e la bagna per mestiere. Le forniture sono state richiamate, le sostituzioni sono in corso, l’azienda collabora, le verifiche continuano, e dentro le buste di plastica ancora sigillate, in qualche magazzino, restano decine di migliaia di polo che a secco sono perfette e che nessuno ha ancora bagnato.
