La più tossica delle relazioni tossiche è quella che abbiamo costruito con il therapy speak

È il tema del libro di Giulia Bergamaschi, La terapia non ci salverà: parlare come psicologi e analisti, senza sapere nulla di ciò che psicologi e analisti sanno, non ci sta aiutando certamente a raggiungere "la migliore versione di noi stessi".

23 Settembre 2026

È difficile dire quante chiacchiere con le mie amiche si sono concluse sempre con la stessa frase, enunciata ogni volta con un po’ di rassegnazione e lo sguardo competente di chi la sa lunga: “È una dinamica tossica”. Allo stesso modo, molti maschi hanno ricevuto la diagnosi di “narcisista patologico” a partire da un paio di messaggi scritti di corsa, e diversi tratti del mio carattere sono stati bollati come “red flag” da persone che non mi sopportavano più. Ciascuno ormai conosce il proprio stile di attaccamento anche meglio del proprio quadro astrale, e per quanto siano entrambi problematici siamo in fondo convinti che sia più cool sviluppare un attaccamento evitante piuttosto che uno ansioso.

La ricercatrice Giulia Bergamaschi ha pubblicato da poco un saggio per TLON, La terapia non ci salverà, che prende le mosse dallo spazio sempre maggiore che il lessico psicologico occupa nella nostra quotidianità. «Il therapy speak», scrive, «si intreccia con un fenomeno più ampio che in psicologia è stato definito concept creep, vale a dire la tendenza di alcuni concetti morali e clinici ad ampliare progressivamente il proprio campo di applicazione, fino a includere fenomeni che in precedenza ne restavano esclusi». Tradotto: spesso bolliamo come “tossiche” relazioni che stanno semplicemente attraversando un periodo un po’ difficile, o che sono soffocate dal peso delle aspettative. Attraverso i social, dove siamo bombardati da reel che ci spiegano come riconoscere un meccanismo di codipendenza e come disinnescare il gaslighting, la terapia è passata in pochi anni da disciplina largamente stigmatizzata a panacea di tutti i nostri mali.

Il femminismo liberale ha avuto un ruolo significativo in questa trasformazione. Portando avanti un’idea di emancipazione fondata sull’autonomia e l’autosufficienza individuale – sintetizzabile nel concetto di empowermentfra Millennial e Gen Z è ormai largamente condiviso l’assunto che sia giusto, e sacrosanto, stabilire con chiarezza i propri limiti piuttosto che abbandonarsi alla mercè delle aspettative degli altri – partner, genitori, figli o amiche che siano. Come dice Claire Danes in Fleishman a pezzi: «Indossa la tua maschera di ossigeno prima di aiutare i bambini». D’altronde il principio di individuazione stesso richiede che ci siano dei margini che ci separano dal resto; sono quelli che ci rendono proprio una certa persona e non un’altra, ma spesso vengono spostati un po’ più in là per andare incontro alle esigenze altrui o per piacere di più.

Il rischio, a volte, è però quello di feticizzare i propri boundaries, di impiegarli non più per abitare meglio la relazione, ma per ritirarsene, trovandosi di fatto in uno stallo di incomunicabilità – cos’è uno scambio, infatti, se non l’attraversamento delle soglie che ci separano dall’esterno? D’altro canto, stare nel conflitto può risultare difficile: è una posizione scomoda che richiede una negoziazione costante dei propri e degli altrui limiti. In queste situazioni di disagio, il lessico terapeutico può offrire una sponda per assecondare il bisogno di protezione, se non proprio di ritiro, dal confronto: «Il risultato non è solo un cambiamento nel modo di parlare, ma nel modo di interpretare le relazioni: meno come spazi in cui confrontarsi e trovare un accordo, più come situazioni da valutare e, se necessario, interrompere rapidamente in nome del proprio equilibrio».

C’è poi la questione epistemica, per lo più dimenticata. Nella sua versione mainstream, la psicoterapia è assurta sovente allo statuto delle scienze dure, esatte. Nella vulgata ci si dimentica che essa non ha nulla di assoluto, ma che è storicamente e culturalmente determinata da quelli che Foucault definiva regimi di verità: ogni epoca stabilisce quali sono i discorsi che hanno il diritto di circolare come veri – fra XVIII e XIX secolo era la fisiognomica, ora è la psicologia –, e quali istituzioni hanno il diritto di produrli.

Per quanto riguarda il benessere individuale, si può dire che ciascuna cultura, a partire dalle istanze problematiche del momento, ha codificato dei precetti per la cura di sé finalizzati alla vita felice: dalla morigeratezza degli stoici alla pratica confessionale dei cattolici fino agli esperimenti di vita collettiva degli hippy. Sono tutti modi per dare un senso alla propria esistenza e per fare un buon uso di sé, per modellare la propria vita in una forma che dia serenità, e calore. In questa cornice, la cultura terapeutica non è uno strumento neutro, perché orienta il nostro sguardo, stabilisce cosa è degno di nota e cosa è trascurabile.

Quel sistema di massime che abbiamo introiettato come se fossero proverbi, e che ci invita di volta in volta a diventare la versione migliore di noi stesse, a “fake it until you make it”, è cosa diversa dalla terapia, ed è debitrice delle teorie del self help diffuse negli Stati Uniti a partire dai primi anni ‘90. Queste discipline sono strettamente intrecciate alle esigenze delle economie occidentali, perché spostano la responsabilità del benessere individuale dal gruppo al singolo. Mark Fischer parlava di “privatizzazione dello stress”: posso essere incastrata in un sistema sociale che sfrutta i lavoratori, discrimina le donne e le persone non bianche, che non garantisce un accesso adeguato ai servizi, ma sta a me trovare il modo per viverci dentro dignitosamente. Visto che non posso cambiare le storture del mondo, tanto vale che mi rivolga privatamente a un professionista per riuscire a essere comunque produttiva e sorridente: il lavoro ci fa stare male e poi ci offre gli strumenti psicologici per gestire il malessere. Bergamaschi lo definisce “volontarismo magico”: l’idea che vivere significhi fare un lavoro costante su di sé per migliorarsi, per prodigarsi senza fatica fra ambito professionale, famiglia, hobby, benessere e, quando resta un po’ di tempo, amici.

Se la cultura terapeutica funziona così bene, è proprio perché risponde individualmente a una sofferenza che è prima di tutto strutturale, legata a condizioni che producono insicurezza e isolamento. Per studiare e trovare lavoro, spesso, c’è bisogno di cambiare città o paese, di rescindere legami importanti, e le generazioni più giovani – le stesse che occupano, per la maggior parte, i lettini degli analisti – si trovano quotidianamente a fare i conti con la difficoltà di essere adulti senza le coordinate che garantivano stabilità alle generazioni precedenti. La precarietà non riguarda solo la sfera economica, ma anche quella emotiva e relazionale: il modello della famiglia tradizionale mostra crepe molto larghe, e anche i rapporti più intimi si trovano a districarsi in un mercato nuovo, dettato dalle app e da un’idea consumistica dell’amore. In questo contesto di crisi, gli strumenti della psicologia più pop, che consigliano all’individuo di concentrarsi sulle proprie dinamiche interne lasciando da parte il mondo fuori, offrono un sollievo immediato ma sempre parziale e, soprattutto, temporaneo.

Fra quelle stesse generazioni si parla spesso di epidemia di solitudine, e del fatto che con l’ingresso nell’età adulta si faccia sempre più fatica non solo a intrecciare nuovi rapporti, ma anche a mantenere quelli già consolidati. Allo scoccare del trentesimo anno la coppia assurge a centro gravitazionale della nostra vita relazionale, mentre le amicizie finiscono per svolgere un ruolo accessorio, buono giusto per bere una birra il sabato sera o organizzare un’uscita al cinema. Bergamaschi attinge a Donna Haraway per proporre un superamento di tutte queste infelicità. Anziché ripiegarci su noi stessi e proteggerci innalzando barriere impenetrabili, anziché fare affidamento su strutture famigliari ormai sfibrate, Haraway parla di oddkin, di legami che potremmo tradurre come “parentele bizzarre”, svincolate dai vincoli biologici che ereditiamo alla nascita o da quelli che costruiamo con il matrimonio. Non solo è possibile, ma anche auspicabile intessere creativamente parentele che ancora non hanno un nome, ma che implichino una responsabilità reciproca di attenzione e affetto che nessun vademecum su come fiorire in autonomia potrà mai restituirci. Accanto alla vita psicologizzata, c’è un mondo fatto di pratiche di vicinanza dove l’ascolto, la legittimazione e la cura delle proprie inquietudini non avviene in modo verticale – da terapeuta a paziente –, ma orizzontale, da amica ad amica. Non più solo perle di saggezza distillata da appuntarsi sulle note del telefono, ma una prassi di vita in comune che sia “un laboratorio vitale di critica e reinvenzione” dei modi in cui è possibile stare insieme e insieme attraversare le proprie soglie.

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