Eravamo comunisti di Massimo D’Alema è un’epica intima e romantica di cos’era il Partito, e di cos’erano i partiti, prima degli anni Novanta

C'erano dirigenti, non leader. C'era una visione del mondo a cui si potevano sacrificare le visioni di vittoria. Massimo D'Alema ha scritto un memoir su sé stesso e sul Pci con una nostalgia che cerca di trasmettere anche a noi.

08 Novembre 2026

Erano gli anni Duemila inoltrati, Berlusconi era Presidente del Consiglio, lo sarebbe stato per l’ultima volta. I venti di crisi stavano soffiando sempre più forti sull’Italia e sulla sua persona. Il precedente Governo era stato il de profundis di un’idea di politica progressista, inclusiva e partecipata che però aveva avuto come traduzione l’assembramento scombinato dell’Unione alla cui guida Romano Prodi – per la seconda volta vincente su Silvio Berlusconi, ma vincente di poco – aveva fatto quello che poteva per portare una barca che perdeva acqua da tutte le parti in porto. Al suo fianco Massimo D’Alema come Ministro degli Esteri. Walter Veltroni, sindaco di Roma, scaldava invece i motori per diventare il nuovo leader del nuovo grande partito della sinistra, il nascente Partito Democratico. Tutto stava per cambiare, o almeno così sembrava perché in realtà l’impressione era che tutto si sarebbe concluso velocemente, anzi precipitosamente.

C’erano una volta i dirigenti

Tutti i protagonisti di quella lunga stagione politica che partiva dagli anni Settanta erano arrivati al capolinea e a destra ci si apprestava ad una svolta radicale e massimalista che avrebbe lasciato ai margini proprio chi come Silvio Berlusconi ne aveva sdoganato il ruolo a livello pubblico e istituzionale. Anna Finocchiaro, esponente storica del Pds e prima ancora del Pci, e con lei Livia Turco, sempre cresciuta politicamente nelle file del Pci e della Fgci prima, fecero entrambe un richiamo al partito – qualunque esso ormai fosse – e a una classe dirigente che meritava rispetto: «I nostri dirigenti», dissero entrambe durante un paio d’interviste nel mezzo del caos da mercato rionale che inondava ormai i presunti approfondimenti politici televisivi. Richiamavano entrambe distintamente al partito, a un’idea di militanza e a un termine “dirigente” che era ormai non solo desueto, ma definizione di un concetto ignoto ai più in politica dove vigeva ora il termine di “leader” a cui ormai si associavano volentieri anche a sinistra. Solo a dire “dirigente” lo stesso Walter Veltroni rivelava nell’espressione del viso una malinconia infinita, un’impotenza sostanziale e un mezzo senso di colpa non del tutto dichiarato. Dirigenti vuol dire organizzazione, vuol dire sezioni di partito e vuol dire tempo: ore trascorse insieme a discutere e a crescere. In sostanza vuol dire vita e popolo e di tutto questo racconta il bel libro di Massimo D’Alema, Eravamo comunisti (Feltrinelli).

Una vita trascorsa insieme agli altri e una formazione politica che andava di pari passo con la propria intima crescita. Un diario del politico da cucciolo che prende avvio dalla Resistenza di cui uno dei protagonisti è il padre Giuseppe, poi spigoloso funzionario amendoliano del Pci. D’Alema nasce con in casa la politica e con la valigia sempre pronta, là dove il partito diceva di andare lì bisognava andare. La sua infanzia è tra Roma, Venezia e Genova: a undici anni è già su un palco a parlare davanti a Palmiro Togliatti che ne resta fortemente impressionato, anche se pare dica – così riportano voci maligne – di non capire se di fronte ha un bambino oppure un nano.

Essere comunisti

La sua formazione è a Pisa alla Normale anche se forse avrebbe preferito seguire matematica sotto la direzione di Eugenio Togliatti, fratello del Migliore, all’Università di Genova. A Pisa D’Alema si fa le ossa vivendo in fragile equilibrio tra le posizioni del Partito e il movimentismo degli studenti guidato da un improvvido quanto seducente Adriano Sofri. Qui conosce tra gli altri Fabio Mussi a cui resterà legato per tutta la vita. C’è la lotta e c’è la visione, la capacità di vedere la direzione e al tempo stesso di strutturarla. Essere comunisti non è solo far parte di una grande comunità popolare, ma anche e soprattutto averne coscienza, tanto da reprimere i propri interessi, quelli che forse avrebbero potuto garantire maggiore tranquillità e forse un po’ di felicità in più. E così D’Alema declina la possibilità di andare a studiare a Cambridge e forse d’intraprendere una carriera accademica.

Diventare consapevoli del proprio spazio nel mondo e di quello degli altri è forse l’esercizio su cui maieuticamente insiste di più il libro di D’Alema. Non si tratta infatti di un racconto destinato a celebrare un successo personale, per quanto D’Alema resti il primo – e probabilmente l’ultimo – esponente proveniente dal Partito Comunista italiano a diventare Presidente del Consiglio, ma del ritratto privato e intimo di una generazione che si fuse con un Partito novecentesco per provare a superare il Secolo portando nella società relazioni, amicizie, amori e un sentimento popolare che potesse essere insieme liberatorio e coesivo.

Il Partito è un popolo

Il Partito è un grande contenitore utile a prendere coscienza di sé e del mondo, ma anche, nonostante la dirigenza e la gerarchia, una macchina duttile che deve sempre mostrare sensibilità verso i cambiamenti della società. Non è che Massimo D’Alema non avesse colto l’impatto delle televisioni private e dell’immaginario imposto da Silvio Berlusconi, così come non è che non avesse capito l’origine e la traiettoria della Lega di Umberto Bossi, anzi probabilmente li aveva capiti e compresi meglio di tutti gli altri all’interno della sinistra, ma restava la necessità anche di difendere un’idea di mondo e di società che potesse accogliere sì quelle istanze e quei costumi senza però restarne totalmente dominati e posseduti.

Il Partito Comunista era per sua stessa definizione colmo di contraddizioni e attraversato da pulsioni anche opposte, dai libertari agli stalinisti, ma restava un grande movimento organizzato di popolo e come tale pretendeva senso di responsabilità e cultura politica (e non solo politica). Massimo D’Alema vive tutta la sua carriera politica sempre un po’ fuori casa, come se quel continuo peregrinare durante l’infanzia di città in città e l’addio a Genova in favore di Pisa scelta più per obbligo morale che per interesse gli avesse trasmesso con lucidità il disegno e la forma del comunismo italiano senza mai poterlo però vivere per davvero.

D’Alema contro tutti

D’Alema lotta così a Pisa stando fuori posto in mezzo al movimento degli studenti e lotta nella Fgci quando viene nominato, senza averne fatto parte, segretario da Berlinguer. Lotta poi in Puglia quando viene allontanato da Roma e lotterà infine contro – almeno in parte – alla svolta della Bolognina propiziata da Achille Occhetto. E poi lotta all’interno della sinistra con Bettino Craxi, anche qui riconoscendone il carisma e la visione, ma anche l’estrema fragilità. E lotterà anche con il compagno fraterno Walter Veltroni, entrambi con un’idea di sinistra e di partito quasi agli antipodi. E poi ci sarà ovviamente Silvio Berlusconi che capovolgerà l’Italia facendo credere di modernizzarla e invece logorandone le istituzioni e le relazioni sociali.

Eravamo comunisti si ferma alla svolta della Bolognina, si ferma per l’appunto a quando eravamo comunisti, a quelle tensioni e a quelle relazioni dense e spesso durissime tra uomini e donne appartenenti a una comunità che appariva allora solidissima e che si sgretolò piano piano eppure al tempo stesso più velocemente del Muro di Berlino. Le relazioni anche amorose s’intrecciano inevitabilmente anche con le dinamiche politiche, non c’è mai vera discontinuità. Una faticaccia, ma anche la sensazione di poter portare se stessi là dove il proprio sentire possa esistere e crescere non solo per sé. Quello di Massimo D’Alema è un diario in pubblico scritto su suggerimento della moglie Linda: «Prima di rimbambirti del tutto», un suggerimento famigliare, un fatto privato che avrebbe fatto storcere il naso a molti dirigenti comunisti del passato che non concedevano spazio pubblico a fatti intimi, ma che D’Alema spiega proprio con l’ultima parola del libro destinata alla moglie Linda: «In più lei è lei», praticamente la definizione esatta di quello che fu per lui e per molti altri militanti il Partito Comunista italiano.

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