Nella storia di Sergio Cusani c’è tutta la miseria e la nobiltà della Prima Repubblica

Con Il colpevole, libro che mescola autobiografia e cronaca giudiziaria, Cusani prova a raccontare tutta la storia sua, dell'impero Ferruzzi, dell'imprenditoria della Prima Repubblica. Fino a quando Tangentopoli non fece crollare tutto.

11 Aprile 2026

Milano, inverno 1993. Nell’aula del processo Enimont l’unico imputato siede al centro della sala. Non ha la faccia di un rivoluzionario né quella di un gangster. È magro, ha un paio di occhiali chiari che catturano la luce dei neon e indossa un abito scuro sopra una camicia a righe sottili. Ogni tanto si sistema con le mani il nodo della cravatta. Intorno a lui sfilano ministri, segretari di partito, dirigenti industriali, amministratori delegati. Entrano uno alla volta per testimoniare. Giurano, spiegano, correggono, negano. Il processo riguarda una gigantesca operazione chimica tra aziende pubbliche e private che, secondo i magistrati, avrebbe nascosto miliardi di lire di finanziamenti illegali ai partiti. Per settimane l’Italia guarda quelle udienze in televisione. L’inchiesta, ribattezzata dalla stampa Mani Pulite, diventa un evento mediatico permanente. Come avrebbe scritto Guy Debord, la società dello spettacolo non ha bisogno di fiction quando può trasmettere la caduta del potere in tempo reale.

Il nome dell’uomo al centro della scena è Sergio Cusani. Per chi oggi ha meno di quarant’anni è un nome che dice poco rispetto a quelli più altisonanti di Antonio Di Pietro, il magistrato simbolo dell’inchiesta, di Raul Gardini, l’industriale suicida al centro della vicenda, o di Bettino Craxi, il leader socialista travolto da Tangentopoli. Eppure fu proprio Cusani a dare il nome a quel processo in cui, testimonianza dopo testimonianza, la classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica cominciò a sgretolarsi. E di quel processo fu anche l’unico a finire davvero in carcere: condannato in via definitiva a cinque anni e otto mesi.

Oggi, a poco più di trent’anni di distanza, Cusani prova a tornare su quella scena con un libro, Il colpevole (Rizzoli), che mescola autobiografia e memoria giudiziaria, nel tentativo di rimettere in ordine una vicenda che lo ha definito per sempre. «Io sono l’emblema di Mani Pulite, il Colpevole per antonomasia. Ho accettato quella condanna, non mi sono tirato indietro scaricando su altri, in tutto o in parte, le mie responsabilità per agguantare benefici e trattamenti favorevoli. L’ho pagata e la pagherò per sempre: è giusto. La cosa più terribile di ogni condanna non è ciò che si paga, ovvero l’ammenda, la gogna o la galera. La cosa più terribile è essere imprigionati per sempre in quella condanna come un insetto nell’ambra».

È un’epopea balzachiana fatta di grandi affari, potere politico e relazioni personali, quella raccontata da Cusani, che però rivista a posteriori sembra tratta da un romanzo di James Ellroy. «Nel mio piccolo, ho potuto seguire la traiettoria del Paese, come un operatore di una torre di controllo può seguire la rotta di un aereo. Ho visto l’impero Ferruzzi al massimo del suo splendore: Serafino, il capostipite e fondatore, era capace di fare da ponte tra Occidente e Oriente, facendo trading di cereali tra Sudamerica, Canada, Usa, Romania e Urss. Ho visto la stagione rampante dei nuovi imprenditori che volevano dare la scalata al cielo, ho visto le resistenze e le ricomposizioni di equilibri di potere consolidati, ho visto e vissuto l’aggressione, improvvisa e violenta, di una parte importante del potere giudiziario».

La storia di Cusani comincia a Napoli, in una casa affacciata sul mare a Posillipo, dentro quella geografia tipica della borghesia napoletana che nella letteratura italiana rimanda inevitabilmente alle pagine di Raffaele La Capria. Poi arriva Milano. Studente modello alla Bocconi negli anni della contestazione giovanile, diventa uno degli elementi di spicco del Movimento studentesco. Con un Rolex al polso – che ogni tanto finisce al banco dei pegni per tirare avanti – e l’inseparabile impermeabile bianco, che gli vale il soprannome di barone rosso, attraversa il Sessantotto milanese. Dalle assemblee maoiste alla finanza il passo è sorprendentemente breve. Siamo nel 1974 quando, facendo tesoro della sua esperienza da “tesoriere” del Movimento, entra come giovane di studio nell’ufficio in via Dogana di Aldo Ravelli, uno dei più importanti agenti di cambio della città e la sua vita inizia a cambiare radicalmente. «Mi metto a lavorare tutto il giorno, non conosco orari e fatica, imparo nel dettaglio ogni singola questione amministrativa dell’ufficio, leggo di tutto del mondo finanziario».

Passano dieci anni e Cusani si mette in proprio, trasferendo i suoi affari in uno splendido attico in centro, in un palazzo in via Sant’Andrea, 650 metri quadri con terrazzo, che presto verrà ribattezzato “ufficio giungla” per la quantità inimmaginabile di piante tropicali che riesce a contenere. È in quegli anni che si consolida il rapporto con Serafino Ferruzzi, patron del colosso agro-industriale diventato nel giro di pochi decenni uno dei più potenti imperi economici italiani, secondo per dimensioni soltanto al gruppo Agnelli. «Uno dei più importanti proprietari terrieri privati del mondo, con oltre 1 milione di ettari in gran parte coltivati e con più di 60.000 capi di bestiame. La rappresentazione fattiva e vivente del miracolo italiano».

Sempre in quel periodo, tra una scorribanda in Vespa e l’altra nelle alte stanze del potere – che vanno dagli uffici di Craxi in Piazza Duomo a quelli di Enrico Cuccia – Cusani entra in confidenza con Raul Gardini, uomo affascinante, capace di grandi sfide, che nel frattempo, dopo la morte di Serafino, ha preso in mano le redini del Gruppo Ferruzzi. È dentro quell’universo di relazioni tra industria, finanza e politica che nasce l’operazione Enimont. «Da lì inizia un’altra storia, una nuova fase professionale per Raul. Quello che i mass media avevano chiamato prima il Contadino, e poi il Condottiero, diventa il Corsaro. Un cambio di soprannome che coincide anche con il mutamento della sua personalità, via via sempre più aggressiva, ai limiti della tracotanza, soprattutto comunicazionale». Se Serafino aveva costruito l’impero con pazienza, Gardini gioca la partita con la velocità dei giocatori di poker. La joint venture tra Eni e Montedison, che avrebbe dovuto creare un gigante europeo della chimica, si trasforma però presto in uno dei più grandi scandali della storia economica italiana: miliardi di lire vengono distribuiti ai partiti sotto forma di finanziamenti illegali per sostenere l’accordo tra i due gruppi.

Il 23 luglio 1993 la vita di Cusani cambia per sempre. La mattina, durante i funerali di Gabriele Cagliari, l’ex presidente dell’Eni che tre giorni prima si è suicidato a San Vittore soffocandosi con un sacchetto di plastica, apprende che Gardini si è appena sparato nella sua casa di Milano in piazza Belgioioso. Alle tre del pomeriggio viene portato in carcere. Ed è così che il consulente finanziario del Gruppo Ferruzzi diventa il principale imputato del processo Enimont. «Sapevamo bene che quello che stavamo facendo non rientrava nei canoni della legalità. Ma da anni la struttura politica e imprenditoriale del Paese aveva delle enormi e cronicizzate zone d’ombra. La consuetudine era quella. Distribuire le “mazzette” era operazione del tutto fisiologica alla buona riuscita di qualunque affare. Proprio come c’era bisogno di avvocati, di manager e di operai, c’era bisogno di qualcuno che intrattenesse rapporti con i referenti dei poteri statali. E che all’occorrenza gestisse i fondi occulti necessari per tenere in piedi le varie operazioni».

Cusani è l’unico protagonista di quella vicenda a scontare davvero una pena definitiva. Molti dei nomi più ingombranti di quella stagione – politici, imprenditori, intermediari – scompaiono o vengono travolti da altri eventi. Lui resta l’unico a pagare fino in fondo. È anche questo che rende Il colpevole un libro particolare: non il tentativo di riscrivere la storia o cancellare le responsabilità, ma quello di uscire da quell’immagine congelata che per oltre trent’anni lo ha definito. Anni dopo, uno dei protagonisti di quella stagione, il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, avrebbe formulato una domanda rimasta sospesa: «Valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale?».

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