Il successo della serie Hbo non viene dal nulla. Sono decenni che questo genere di storie romantiche ed erotiche riscuotono un successo sempre maggiore, dal Giappone agli Stati Uniti, dalle vecchie riviste ai siti di fanfiction.
Qualcuno – o meglio chiunque abbia acceso una televisione negli ultimi due o tre anni – potrebbe aver notato che nei video musicali si vedono sempre più spesso soundsystem simili a quelli dei rave; veri e propri muri di casse, piazzati lì sullo sfondo a “fare figo”, anche se la musica è pop o r’n’b e non ha niente a che fare con la musica che si sente ai rave – sia essa techno, tekno, electro, acid, hardcore, psytrance, drum’n’bass, o anche solo reggae, dub o altri generi dell’originaria soundsystem culture giamaicana. Un po’ come nei video dei primi anni Zero, in cui era immancabile la presenza di qualche skater sullo sfondo, a garantire un feeling di freschezza, gioventù e ribellione.
Si potrebbe partire da qui: dal fatto che l’immaginario commerciale va puntualmente a saccheggiare quello underground, e in particolare quello dell’underground che dà fastidio. Contro gli skater si è legiferato; contro i raver si continua a legiferare; infinite volte si è legiferato contro i graffitari – e si provi solo a immaginare un video musicale di ambientazione urbana e occidentale senza graffiti sullo sfondo; insomma, par proprio che l’ostilità del sistema funzioni come un bollino di figosità tutto speciale. Se però si parla di techno – e quindi, con essa, di cultura rave e club culture più o meno underground – il discorso potrebbe ampliarsi: anche la musica di quei video, persino di quelli più commerciali, si è velocizzata e sempre più spesso si avvale di basi che, se non sono techno tout court, dalla techno senz’altro vengono; allo stesso modo, sono diversi anni che anche nei club più ordinarî – a meno che il pubblico non sia proprio di adolescenti – si sentono ritmi sopra i 140 bpm, qualcosa che prima era riservato a situazioni, se non proprio underground, quantomeno più ricercate.
Il saccheggio (reiterato) della cultura rave
E poi c’è la moda. Ora, è pur vero che sono decenni che il mondo della moda saccheggia la cultura rave, come del resto saccheggia qualunque sottocultura dotata di una sua estetica (quanti cicli di saccheggio della cultura hippie ci sono stati, a oggi? E di quella hip hop?): i raver sono stati depredati già tre o quattro volte, prima dell’ultimo gran sacco, quello del 2024, in cui i grandi marchi si sono appropriati dell’estetica “full black” da club berlinese, che è a sua volta un rimaneggiamento in salsa dark room dell’estetica free tekno: nero, minimalismo, scarponi giganti e zone scoperte, in quel tipico mix di edgy e pratico che i raver hanno sviluppato nei decenni in modo del tutto spontaneo. Se si collega tutto questo al fatto che città a forte concentrazione di techno come Berlino sono diventate mete turistiche conclamate, con gli influencer che fanno a gara far reel dalla coda del Berghain[1], o che sindaci lanciati verso il palcoscenico nazionale come Silvia Salis fanno suonare in piazza Charlotte DeWitt (raccogliendo elogi, consensi e viralità social), il dubbio potrebbe venire: non è che la techno è diventata una moda?
Prima di andare avanti, però, occorre notare che stiamo già semplificando il discorso dicendo “techno”: il rischio, quando si parla dell’argomento, è di confondersi già a partire dalle parole, dato che “techno”, al pari di “rave”, è diventato un termine-ombrello che può indicare di tutto. Un po’ come quel terribile EDM (“Electronic dance music”) degli americani, che se non altro han la giustificazione di non aver mai avuto una vera cultura rave. Rave col biglietto? Sorry bruh, non è un rave… Anche per questo, da almeno un quindicennio, i puristi della “vera” cultura rave hanno ricominciato a usare un termine come free party – per inciso, nei flyer dei free party degli anni ’90, la parola “rave” si usava eccome – al posto di quel rave che ormai può indicare di tutto, dalle serate nei locali alle street parade di protesta, fino ai festival con biglietto da pagarsi profumatissimamente.
Born in the USA
Torniamo allora a techno; nel farlo tocca notare che, nonostante tutto, rave o non rave, si torna in America: la techno, pur percepita oggi come qualcosa di eminentemente europeo, al pari della cultura rave stessa, nasce a Detroit ed è quindi una musica americana. E una musica nera, visto che i suoi padrini sono i “Belleville three” Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May, ai quali si possono aggiungere (quantomeno) Rick Davis, Eddie Fowlkes, Robert Hood, Mad Mike Banks e Jeff Mills, questi ultimi tre fondatori della Underground Resistance, che già dal 1989 legava techno e militanza politica. La techno, quindi, nasce politicizzata, anche quando era suonata “solo” nei club underground di Detroit…
Da lì, solo qualche anno più tardi (la data convenzionale è il 1992: ci arriviamo), in Europa, e più precisamente nel Regno Unito, nascono i rave come li intendiamo oggi. Da quelle parti si registrano feste libere già dalla seconda metà degli anni ’80, non ancora a base di techno bensì di acid house (incidentalmente, anche la house è musica nera e americana, arrivando da Chicago con pionieri come Frankie Knuckles, Ron Hardy o Marshall Jefferson, ma questa è un’altra storia)… Avendo la cultura rave una struttura a rizoma, è molto facile disperdersi verso altri filoni: come non citare, almeno, quello della psytrance coi suoi festival, oggi in gran salute? Dal punto di vista musicale, il genere deriva da un genere tutto europeo dell’elettronica, la trance, e storicamente ci sono stati tanti momenti di opposizione tra l’etica più punk dei “teknusi” e quella più fricchettona[2] dei “goani”, ma la verità è che le due sottoculture si ibridano da sempre: agli albori della psytrance, quando si chiamava ancora goa-trance, ce n’erano e come di free party goa – chiedere a chiunque abbia frequentato i colli tra Firenze e Bologna nel decennio 1995-2005 – mentre di recente, in concomitanza con fasi di maggior repressione, si sono visti non pochi teknusi “rifugiarsi” con la loro musica ai festival psytrance; allo stesso modo, i free party di oggi tendono a includere decorazioni e videomapping su pannelli che arrivano dall’estetica psytrance, in una dialettica che in trent’anni e passa non ha mai smesso di essere fertile.
Ma al di là dell’acid house e della psytrance, quando si parla di techno, il primo distinguo da fare è sempre quello tra techno e tekno, dato che quella “k” ha assunto un significato preciso, che va oltre il genere, pur essendo la tekno anche un genere di techno più duro, ruvido e veloce, imparentato con l’hardcore: quando si parla di tekno (o, meglio, di free tekno), si sta parlando anzitutto di una pratica, quella delle feste libere. Arriviamo allora a quella data convenzionale, il 1992, anno in cui si fa nascere la cultura rave come la conosciamo, quella che – lei sì – dovrebbe essere patrimonio immateriale UNESCO: alcuni soundsystem di città, con la loro techno, convergono sul Castlemorton Common Festival, un festival freak sopravvissuto ai decenni, coi suoi funghetti, il suo LSD e – fin lì – la sua musica analogica…. Tra i soundsystem che approdano su quei campi ci sono gli Spiral Tribe, veri e propri padri nobili della tekno, i Bedlam, i DiY, i Circus Warp e i Circus Normal.
Facciamo un delirio
Cosa succederà, all’incontro tra le stagionate ma ancora potenti energie psichedeliche del festival e le nuove forze crusty delle metropoli, con le loro attitudini punk, la loro MDMA e il loro suono nuovissimo e indiavolato? Facile intuirlo: il delirio. Rave, appunto. Due settimane di festa ininterrotta, la gente che continua ad arrivare da ogni angolo delle isole britanniche, e alla fine l’intervento delle autorità, il più costoso processo della storia giuridica inglese, l’assoluzione degli Spiral Tribe, la loro fuga in Europa per inseminare il continente con la “cosa nuova” che avevano inventato (o scoperto), l’approvazione due anni dopo del Public Order and Justice act, prima “legge anti-rave” al mondo[3]…
Da allora succedono tante cose. Gli Spiral Tribe trovano terreno fertile in Francia, in Italia, in Repubblica Ceca, in Austria, e alleanze con soundsystem agguerriti che sbocciano come funghi in tutta Europa, e che a loro volta disseminano il verbo nei loro paesi… Paradossalmente, uno dei luoghi in cui la free tekno si radica meno è proprio Berlino, perché in città c’è già una scena elettronica autoctona libera e vivissima, e a dire degli stessi Spiral Tribe un evento clamoroso come il teknival che organizzarono al centro sociale Tacheles nel 1993 assieme ai Mutoid Waste Co., per l’underground berlinese fu “just another big party”, visto quanto viva e variegata era la scena, in un’epoca in cui le feste che duravano una settimana si trovavano, be’, ogni settimana. Dall’altro lato, però, col prosperare dei free party da un lato e dei club dall’altro si solidificava una dialettica che non smetterà di dare frutti, a Berlino e altrove[4].
La cultura rave prospera, e con essa i tentativi di repressione: dopo il Public Order and Justice Act del 1994, in Francia arriva la legge Mariani del 2001, in Repubblica Ceca l’attacco in massa della polizia al teknival di Mlýnec nel 2005, più tanti altri episodi di violenze di stato in tutta Europa, fino al “nostro” 633-bis nel 2022. E proprio in questi giorni una nuova legge anti-rave è al vaglio in Francia (ed è già passata alla Camera, complice anche un bel po’ di assenteismo nelle file del Partito Socialista, per quanto alcuni dei presenti abbiano saputo argomentare contro di essa in un modo che in Italia possiamo solo sognare).
Si può discutere a lungo su quali siano le ragioni di un simile accanimento – trentennale! – contro una libera cultura giovanile, e tra le più fertili e creative, visto che autoproduce anche la propria musica, autocostruisce le proprie decorazioni, e porta bellezza in luoghi derelitti e abbandonati: l’odio per la libertà, l’ignoranza musicale, il populismo penale, la necessità di creare nemici immaginari, il proibizionismo, il fatto che i free party sono gratis e quindi in aperta opposizione con l’unica ideologia ancora in piedi, quella del profitto; resta il fatto che la cultura rave è sempre stata sotto attacco e lo è tuttora, ma resistendo afferma una figosità che qualunque cosa che chieda il permesso non potrà mai avere[5].
Il trionfo
Infatti, nel frattempo, la techno vince – anzi trionfa, se diventare mainstream può esser considerata una vittoria: ormai la si sente anche ai corsi di pilates; le canzoni pop hanno basi che sono più o meno tutte catalogabili come “techno”; e in Paesi meno moralisti del nostro proliferano festival techno giganteschi, così giganteschi che non si può in alcun modo parlare di sottocultura, figurarsi di underground: è dal 2017 che il Tomorrowland belga registra quasi mezzo milione di presenze (15 mila sono solo le persone che ci lavorano), ma del resto se si pensa che la Love Parade di Berlino registrava un milione di partecipanti già dal 1997, risulta chiaro che, già a pochi anni dalla nascita del genere e delle sue pratiche, è esistita una techno mainstream parallela alla techno underground, e il fiume visibile e quello sotterraneo si sono sempre ibridati a vicenda, così come si sono sempre ibridati a vicenda i tanti sottogeneri fratelli o cugini. La techno che si sente nei club “normie”[6] sarà diventata più veloce e dura, ma chi ha frequentato la scena free negli ultimi anni – perché sì, il 633-bis oltre che un’aberrazione giuridica è un fallimento e le feste libere hanno continuato a esserci[7] – avrà notato una ricomparsa, proprio lì, nel cuore della tekno, della techno “col ch”, dell’electro, dell’acid e di altri generi più “leggeri” rispetto alla cassa dritta in 4/4 della tribe tekno e dell’hardcore.
La techno, dunque, è diventata una moda? Forse la vera risposta è che non è mai passata di moda, e che anche la sua espressione più radicale – il rave “propriamente detto”, ovvero il free party – è diventata una prassi dell’aggregazione giovanile a livello globale, e finché scatenerà repressione e legislazione dedicata, manterrà anche il suo potenziale controculturale. È vero però che nel frattempo ci siamo giocati un bel po’ di club culture, e quella che rimane assomiglia sempre più a un’attrazione turistica: ma siamo sicuri che ciò non sia più una questione legata alla gentrificazione, alla turistificazione[8], alla riduzione dello spazio pubblico, alla crisi immobiliare e all’espulsione dei veri abitanti dalle città?
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[1] mentre dall’altro lato i club storici lottano con un caro-affitti difficilmente compatibile con lo spirito underground.
[2] nonché meno avversa al business.
[3] o meglio la seconda: prima, infatti, c’è stato il “regolamento per le orchestre” del Terzo Reich, dove si vietavano i “ritmi sincopati e isterici della musica delle razze barbare”.
[4] chi ricorda la pimpante stagione della “progressive techno” toscana in club come Jaiss, Duplé, Kama o Insomnia, e afterhour come il The West?
[5] si potrebbe qui formulare una nuova ipotesi: i rave sono così odiati perché le feste davvero leggendarie, quelle che si ricordano ancora con un brivido dopo cinque, dieci, venti, trent’anni, non si le ha organizzate un oligarca nel suo yacht o un miliardario nel suo loft, ma degli scappati di casa in un capannone abbandonato. E qui emerge un’altra caratteristica della cultura rave e della techno in generale, fin dai tempi di Detroit: la sua trasversalità sociale e di classe.
[6] club che peraltro sono sempre meno, sia in Italia che in Europa, in un’infinita sequenza di chiusure, mentre la techno risuona ovunque fuori di essi.
[7] non solo: l’atteggiamento dell’opinione pubblica dopo anni di repressione (o meglio, di diversione di risorse pubbliche dalla lotta al vero crimine alla repressione delle feste libere), pare cambiata, si vedano ad esempio i commenti in calce alla notizia del Witchtek di Modena dello scorso novembre, o del più recente Pasquatek in Toscana… e si tratta pure di ambiti in genere riservate ai troll di destra.
[8] che potrà pur cominciare coi “turisti della techno”, ma finisce sempre per continuare con i turisti normali, quelli che non odiano solo la techno, ma anche un concertino sotto il loro b’n’b.
Il successo della serie Hbo non viene dal nulla. Sono decenni che questo genere di storie romantiche ed erotiche riscuotono un successo sempre maggiore, dal Giappone agli Stati Uniti, dalle vecchie riviste ai siti di fanfiction.
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