D'altronde, in una città in cui l'affitto medio è di 3600 dollari, se non ci si affida alla Divina Provvidenza è difficile davvero sopravvivere.
Il 5 giugno, un post su Instagram diventa viralissimo nel giro di poche ore: lo Spirit de Milan chiude i battenti. La reazione è immediata. 20,7 mila like, 2600 commenti, 12 mila condivisioni. Una petizione su Change.org che conta 22.500 firme. Una serata di sostegno con attori, musicisti e gente dello spettacolo. Ne è seguito un acceso dibattito, alimentato da post e video sui social e rapidamente entrato anche nel dibattito politico cittadino, soprattutto a sinistra.
Ad annunciare la chiusura di questo frequentatissimo e iconico luogo sono stati i suoi gestori. Dopo dieci anni di attività, la programmazione si sarebbe interrotta a seguito della scadenza del contratto di affitto degli spazi e della mancata concessione di una proroga da parte della proprietà. «Nonostante le interlocuzioni avviate con spirito collaborativo e l’adempimento di tutti gli obblighi contrattuali», a venire meno, secondo loro sarebbe stata la volontà di individuare un percorso condiviso che potesse, e possa ancora, permettere allo Spirit de Milan di proseguire il proprio progetto, anche in una fase transitoria.
«Abbiamo fatto tutto il possibile per trovare una soluzione condivisa e vantaggiosa per tutte le parti coinvolte, abbiamo portato un progetto convincente e, al contempo, in questi anni abbiamo riqualificato uno spazio che oggi sembra destinato a scomparire sotto le macerie», dichiara Luca Locatelli, dello Spirit fondatore. Lo Spirit de Milan – per chi di Milano non è – è stato un locale di periferia che ha preso vita negli spazi delle Cristallerie di Fratelli Livellara, che prima ancora, negli anni Venti, erano stati un oleificio industriale di proprietà della famiglia Balestrini.
Una storia industriale
La trasformazione dell’area è iniziata nel 1963, quando la famiglia Livellara ha acquistato il complesso e trasferito a Milano, da Murano, la produzione di cristallo soffiato a bocca e lavorato a mano, portando con sé maestri vetrai, forni e attrezzature. Molti considerano quell’architettura una sorta di realizzazione concreta delle visioni dell’architetto futurista Antonio Sant’Elia. Ma chi abbia progettato davvero quegli spazi, nessuno pare saperlo.
Per decenni i capannoni della Bovisa hanno ospitato una delle realtà storiche della produzione italiana di cristallo. Quella produzione si è fermata nel 2004, lasciando dietro di sé un vasto complesso industriale che negli anni successivi avrebbe trovato una nuova vita come spazio culturale. Era stata per prima la proprietà a dare l’abbrivio a una serie di eventi culturali. A raccontarlo ad Artribune nel 2016 Gianluigi Livellara: tra le iniziative Barbera & Champagne, oppure una serata per ritrovare una Milano da osteria, la Holy Swing Night dedicata agli anni Quaranta e diversi eventi legati al Salone del Mobile.
L’idea di aprire gli spazi al pubblico nasceva dal desiderio di «restituire efficienza anche al patrimonio degli spazi che, per essere mantenuti a dovere, richiedono uno sforzo davvero oneroso». Nel 2019 la Giunta comunale ha approvato una delibera che riconosceva il valore culturale, sociale e aggregativo del progetto ospitato nelle ex Livellara, aprendo la strada a una convenzione tra l’amministrazione e i gestori dello spazio, che nel frattempo avevano preso in mano la conduzione delle attività. Gli obiettivi erano chiari: promuovere la cultura milanese, il teatro, la poesia e la musica dal vivo in tutte le sue forme – dallo swing al jazz, dal pop al cantautorato – contribuire alla rinascita della tradizione cittadina del cabaret e rafforzare il ruolo dello Spirit come luogo di incontro, socialità e aggregazione per il quartiere.
La convenzione prevedeva anche alcuni obblighi precisi. I gestori si impegnavano a mantenere prezzi accessibili per le iniziative a pagamento, in continuità con quelli praticati fino a quel momento, mentre il Comune e il Municipio 9 avrebbero potuto disporre ogni anno di alcune giornate dedicate ad attività promosse o sostenute dalle istituzioni. Nel 2017 era stato stipulato il contratto di affitto 6+6. Ma nel dicembre 2020 è stata notificata un’ingiunzione di sfratto ed è stata manifestata l’intenzione di vendere le Livellara a una società terza.
Spirit si è allora difeso e il giudice non ha convalidato lo sfratto. La proprietà ha poi comunicato di non voler rinnovare il contratto per altri sei anni perché intenzionata a ristrutturare l’area. Ancora una volta è stato un giudice a favorire una conciliazione. Spirit ha quindi presentato alla proprietà un primo interlocutore interessato all’acquisto, nel tentativo di agevolare la vendita e mantenere l’attività. La trattativa non è proseguita. Successivamente è stato individuato un secondo possibile acquirente, definito «solido e fortemente determinato», che ha presentato un preliminare concordato. Anche in questo caso, però, la proprietà non ha concluso l’operazione, attivando invece una terza trattativa con un altro soggetto. Gli interlocutori interessati all’acquisto sono stati diversi: da Redo, oggi Near, colosso del social housing, a una cordata di investitori tra cui Reviving, che si sarebbero impegnati a mantenere lo Spirit nella sede attuale. Ma a interrompere l’ultima trattativa sembrerebbe essere stato proprio l’interesse di Coima, con un accordo che prevedeva, a differenza degli altri, l’area «liberata».
La vicenda dello Spirit de Milan ha sollevato una moltitudine di voci indignate, dalla politica alla società civile. «A Milano non serve un altro condominio, non serve un altro hotel, non serve un altro supermercato, non serve un altro parcheggio. A Milano serve un luogo dove le persone possano essere felici, per la musica, per la danza, per le altre persone che sono lì insieme a loro. Se dovete vendere, vendete a qualcuno che rinnovi lo Spirit, non che lo cancelli», recita uno dei tanti commenti in calce alla petizione. Lia Quartapelle, deputata della Repubblica, è stata tra le prime a recarsi sul posto. In un video pubblicato sui social ha dichiarato: «Questo è l’ennesimo spazio di Milano, un luogo di aggregazione e cultura, che chiuderà a causa dell’aumento dei valori immobiliari in città. Questo spazio ha un valore per le sessanta persone che ci lavorano e per chi lo frequenta».
Uno spazio ibrido e d’interesse pubblico
Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale del Pd e possibile candidato sindaco alle prossime elezioni, è tornato più volte sul tema. Tra i vari interventi ha scritto: «C’è un interesse pubblico nel vedere che un’esperienza di quel tipo continui a esistere? Per me sì. Per il quartiere, per la città, per la qualità dell’offerta, per l’edificio nel quale si inserisce. Un luogo con quella storia e quella memoria mi auguro proprio non diventi teatro di un’altra speculazione edilizia, magari legittima sul piano delle regole ma dannosa per gli effetti che produce». A esprimere pubblicamente la propria solidarietà è stato poi anche l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi: «Sessanta lavoratori rischiano oggi il posto. E la città perde un pezzo della sua identità. La Giunta comunale negli anni scorsi ha riconosciuto formalmente lo Spirit de Milan come spazio ibrido e di interesse pubblico».
A fargli eco anche il sindaco Giuseppe Sala, che attraverso alcune storie Instagram ha prima confermato la volontà di promuovere un tavolo di coprogettazione tra proprietà, investitori e Spirit, ribadendo che Milano ha oggi più che mai bisogno di modelli di rigenerazione a base socioculturale e collaborativa e che gli spazi già attivi non dovrebbero essere chiusi. Qualche giorno dopo, sempre Sala, ha scritto alla Soprintendenza e al Ministero per verificare la possibilità di tutelare l’ex Cristalleria Livellara, così da permettere allo storico locale di non muoversi da dov’è. In parallelo è arrivata la proposta di Coima che, nel caso in cui l’acquisto dell’area si concludesse, ha ipotizzato il trasferimento dello Spirit de Milan negli spazi al piano terra del futuro Villaggio Olimpico di Scalo Romana. Spazi destinati a ospitare i Servizi privati di interesse generale (Spig), funzioni private ma aperte all’uso pubblico con finalità sociali, culturali e di presidio del territorio.
Provando però ad andare al di là delle posizioni assunte, delle dichiarazioni sui social e della solidarietà – più che giusta – espressa nei confronti soprattutto delle 60 persone che rischiano il posto di lavoro e di uno spazio culturale di periferia che negli anni ha saputo costruirsi un’identità riconosciuta e partecipata, vale la pena fare qualche considerazione che possa cercare di contribuire in modo costruttivo a orientare un possibile dibattito.
La prima questione riguarda la natura stessa dell’indignazione collettiva che si è generata attorno allo Spirit de Milan. Un’indignazione che, per intensità e partecipazione, ha ricordato a molti quella suscitata dallo sgombero del Leoncavallo, ma che nasce da presupposti molto diversi. Il Leoncavallo è sempre stato un simbolo di conflitto. La sua esistenza metteva in discussione il rapporto tra proprietà privata, uso degli spazi urbani e diritto alla città. Lo Spirit de Milan, al contrario, non è un centro sociale né uno spazio occupato: è un’attività privata che opera all’interno di un immobile privato. Dal punto di vista formale, quindi, il proprietario è pienamente legittimato a decidere come utilizzare il proprio bene.
Eppure la reazione della città è stata forte. Non perché fosse in discussione un principio politico legato all’autogestione o all’occupazione degli spazi, ma perché per molti milanesi lo Spirit è diventato qualcosa di più di un locale. Negli anni ha costruito un’identità molto precisa, fondata su riferimenti espliciti alla cultura popolare milanese: il dialetto parlato tra i tavoli dai camerieri, la musica, il cabaret, una certa idea di convivialità e di accessibilità economica. Elementi che possono apparire anche costruiti o folkloristici, ma che hanno intercettato un bisogno reale di riconoscimento in una città profondamente cambiata. Se il Leoncavallo continua a richiamare una memoria politica e controculturale, legata a una stagione storica ormai diversa e superata, la vicenda dello Spirit sembra invece aver attivato un’altra sensibilità. A emergere non è stata tanto la difesa di uno spazio antagonista, quanto la percezione che Milano stia progressivamente perdendo luoghi capaci di rappresentare la propria identità popolare.
L’identità popolare di Milano
«Lo Spirit è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso», mi dice Folco Orselli, cantautore e autore milanese che in quello spazio si è esibito molte volte e ha trascorso molto tempo. Le migliaia di firme raccolte in pochi giorni, racconta, parlano di qualcosa che va oltre il destino di un singolo locale. Molte persone hanno la sensazione che Milano stia diventando una città sempre meno accessibile, non solo economicamente ma anche dal punto di vista culturale. Lo Spirit rappresentava uno dei pochi luoghi dove una certa idea popolare e intergenerazionale della città riusciva ancora a trovare spazio.
La sua chiusura, aggiunge, non rappresenta un episodio isolato ma l’ultimo capitolo di una trasformazione iniziata molti anni fa. «Già nei primi anni Duemila si discuteva della progressiva riduzione degli spazi culturali accessibili e indipendenti». Un dibattito che ha attraversato amministrazioni diverse senza mai trovare una risposta definitiva e che oggi riemerge con forza, in una città che ha investito molto sulla crescita economica e sulla trasformazione urbana, lasciando però aperta la domanda su chi possa ancora permettersi di viverla e frequentarla. In questo senso la mobilitazione racconta qualcosa che va oltre il destino dello Spirit. Forse per la prima volta da tempo, una parte consistente dell’opinione pubblica sembra aver preso coscienza del fatto che la trasformazione urbana, la pressione immobiliare e l’aumento dei costi della città non stanno soltanto modificando il mercato della casa o la composizione sociale dei quartieri, ma stanno anche riducendo gli spazi in cui una certa idea di Milano può continuare a riconoscersi.
La seconda questione riguarda l’accesso alla cultura e allo svago in una città come Milano. Da un lato c’è una città che produce cultura e la consuma come poche altre in Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori presentati a BookCity 2025, il mercato culturale milanese vale oltre 542 milioni di euro all’anno tra eventi, musei e acquisto di libri, una cifra che supera i 781 milioni includendo anche le manifestazioni sportive e le grandi fiere. Milano concentra da sola il 13 per cento della spesa culturale nazionale. Dall’altro lato, però, cresce il divario tra redditi e costo della vita. L’aumento dei valori immobiliari e degli affitti sta spingendo sempre più lavoratori fuori dalla città, non solo le fasce tradizionalmente più fragili ma anche una parte crescente di quei city workers che contribuiscono quotidianamente a far funzionare Milano. Se lavorando in un bar, guadagni 1200 euro al mese e ne spendi 1100 di affitto per un bilocale, è difficile ti rimangano le risorse per divertirti o accedere all’offerta culturale della città.
Per questo la domanda che emerge dalla vicenda dello Spirit de Milan va oltre il destino di un singolo spazio. Che cosa significa oggi garantire un accesso realmente democratico alla cultura e alla socialità? O addirittura gratuito, che non sia direttamente legato alla necessità di consumare cibo e bevande? Come si costruiscono luoghi accessibili a chi non può permettersi biglietti costosi, consumazioni obbligatorie o forme di partecipazione sempre più legate alla capacità di spesa?
Sì, lo Spirit de Milan è sempre stato percepito come un luogo popolare e accessibile. Allo stesso tempo, però, non era immune dalle contraddizioni della città: una cotoletta alla milanese costava pur sempre 20 euro. Ma la questione riguarda anche molte altre realtà culturali di quartiere e di periferia. Per sopravvivere, coprire i costi di gestione e compensare finanziamenti spesso insufficienti o legati a bandi complessi da scrivere, rendicontare e inseguire, molte sono costrette a sostenersi attraverso la ristorazione e la somministrazione. Il risultato è un paradosso: proprio gli spazi nati per allargare l’accesso alla cultura rischiano di dover aumentare progressivamente i prezzi per continuare a esistere, finendo talvolta per escludere una parte di quel pubblico a cui, la loro missione sociale e culturale, era originariamente rivolta.
Eppure esiste una parte di città che, in questo senso, ha molto da insegnarci perché riesce a fare a meno di spazi formalizzati e programmi culturali organizzati, ricordandoci come lo spazio pubblico possa ancora essere usato liberamente per il tempo libero e la socialità. Un po’ come accade a Hong Kong, dove le lavoratrici domestiche migranti trascorrono la domenica occupando i sottopassi della città, a Milano le comunità sudamericane si ritrovano nei parchi e negli spazi aperti: montano tavolini, condividono cibo, ascoltano musica, ballano, giocano e fanno sport. È una pratica spontanea di appropriazione dello spazio urbano che racconta anche qualcosa di noi. In una città sempre più regolata e normata, spesso fatichiamo perfino a immaginare un pranzo collettivo tra vicini in un giardino pubblico senza che sia mediato da un’associazione, una Social Street o un progetto organizzato. Come se la socialità avesse bisogno di una cornice istituzionale o di un’identità condivisa per potersi esprimere, mentre altre comunità continuano a praticarla come un uso naturale della città.
Una questione politica
La terza questione riguarda il ruolo della Pubblica Amministrazione. Il sindaco Giuseppe Sala e l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi si sono espressi sulla vicenda e hanno annunciato la volontà di attivare un tavolo di confronto tra proprietà, acquirenti e gestori, nel tentativo di individuare soluzioni alternative. Un’iniziativa importante, ma che arriva quando il problema è già emerso e i margini di intervento si sono inevitabilmente ridotti.
La domanda, piuttosto, è un’altra: quale ruolo dovrebbe avere l’amministrazione nel disegno della città prima che le crisi esplodano? Come è successo al povero museo del fumetto, che ha dovuto chiudere, nel silenzio del dibattito pubblico più assoluto, perché non riusciva a sostenere l’affitto che il Comune avrebbe dovuto incassare. Negli ultimi anni Milano, diventata una città sempre più attrattiva, ha affidato una parte consistente della propria trasformazione urbana agli operatori immobiliari privati. Un modello che ha prodotto investimenti, riqualificazioni e nuove centralità, ma che spesso ha generato spazi pensati più per una popolazione selezionata che per una città aperta. Complessi residenziali con servizi interni, palestre, aree comuni private e funzioni rivolte prevalentemente ai residenti hanno progressivamente sostituito l’idea di quartiere come luogo di incontro e attraversamento, trasformandosi in vere e proprie gated community dell’abitare esclusivo.
Giustificate anche da quella paura legata alla sicurezza che tanto ossessiona la città. Proprio per questo il tema non dovrebbe essere soltanto “come salvare lo Spirit de Milan” ma come creare le condizioni affinché esperienze simili possano nascere e sopravvivere. Una regia pubblica più coraggiosa avrebbe potuto prevedere, già negli strumenti urbanistici e negli accordi con gli operatori privati, quote davvero significative — e non episodiche — di spazi destinati ad attività culturali, artigianali, sportive e sociali a costi accessibili, consentendo alle molte realtà, che oggi faticano a trovare e a permettersi una sede, di attivare progetti nei quartieri senza essere espulse dal mercato immobiliare.
In questo senso la questione non riguarda soltanto la cultura, ma il modello di città che si intende costruire. Per anni il dibattito urbano ha associato la sicurezza al controllo, alla sorveglianza e alla separazione degli spazi. Eppure esiste un’altra idea di sicurezza: quella che nasce dalla prossimità, dalla frequentazione quotidiana, dalla presenza di luoghi aperti e attraversabili, capaci di mettere in relazione persone diverse. Una città che investe in cultura, artigianato, sport e socialità non produce soltanto offerta culturale. Produce relazioni, capaci di rappresentare una risposta alternativa al semplice invito ad avere «più polizia nelle strade».
Perché forse è proprio alla parola relazione che oggi la parola sicurezza dovrebbe tornare ad affiancarsi. Di questa città e di come sta cambiando ho parlato a lungo anche con Germano Lanzoni, in arte Il Milanese Imbruttito, cresciuto nella periferia di Cormano. Attraverso la milanesità e le sue contraddizioni Lanzoni ha costruito una parte importante del proprio lavoro di comico. «In una cultura che tende sempre più al controllo ci si dimentica che il modo migliore per presidiare un territorio è viverlo. Non sono le telecamere a controllare gli spazi, sono le persone».
Per Lanzoni è questa la lezione dello Spirit de Milan: un luogo capace di tenere insieme pubblici diversi, generazioni diverse e bisogni diversi. «Più le case sono vicine, più le persone sono lontane. Più le case sono lontane, più le persone sono vicine», mi dice. Una frase che, più della nostalgia, racconta il timore che Milano stia perdendo alcuni dei luoghi in cui quella vicinanza continua ancora a essere possibile. E, con essa, una parte delle proprie aspirazioni collettive. «Una città che sale solo in alto è rischiosa, perché già quando arrivi al ventottesimo piano, se guardi in basso, le persone rischi di non vederle più».
Anche Xabier Iriondo, chitarrista e musicista sperimentale che per anni ha avuto un negozio di strumenti musicali in Isola, non lontano dalla Bovisa, legge la vicenda in termini più ampi. «Se fossimo a Berlino, dove spazi ex industriali vengono affidati a realtà culturali, non esisterebbe neanche un dibattito sulla questione. Mi sembra invece che dietro ci sia una questione strutturale: a un certo punto i proprietari preferiscono inseguire la rendita immobiliare e la speculazione, anche quando gli affitti sono bassi o gli spazi sono stati valorizzati da chi li ha occupati, gestiti o animati. Quello che manca non è tanto la capacità di far nascere nuove esperienze, quanto una reale politica di tutela degli spazi che producono valore sociale e culturale nei quartieri. Credo che il Comune dovrebbe assumersi anche un ruolo educativo nei confronti dei proprietari privati, incoraggiandoli a destinare una parte dei loro immobili ad attività culturali e sociali. Lo Spirit de Milan, per esempio, è uno spazio enorme: chi lo gestisce paga un affitto, lo mantiene, lo anima e genera un valore che ricade sul quartiere. Invece di riconoscere questa funzione, spesso si considera il proprietario come l’unico soggetto legittimato a decidere del futuro di quei luoghi».
I nuovi terzi spazi
È nella mia testa però la convinzione, sempre più netta, che ciò che continua a mancare sia un vero spazio libero di discussione. Un luogo in cui leggere i processi, comprenderne le cause e confrontarsi senza limitarsi all’indignazione del momento. Un luogo in cui riportare e rileggere in termini analitici le cause dei processi, comprenderne il corso, capire cosa si è inceppato all’origine per non ripeterlo. Non bastano temporanee dichiarazioni e post sui social. Molte volte, poi, le progettualità già sperimentate difficilmente vengono osservate e valutate nel loro lungo corso. Eppure ci sono cooperative, o soggetti gestori sensibili che avrebbero molto da raccontare in termini di spazi convenzionati al piede degli edifici che gestiscono e delle complessità burocratiche per attivarli.
Negli ultimi quindici anni Milano ha certamente sperimentato strumenti interessanti. A partire dalla rete degli Spazi Ibridi, dal 2012, diverse iniziative di riuso e rigenerazione di immobili pubblici sottoutilizzati, sono state affidate a soggetti del privato sociale per lo sviluppo di progetti culturali e sociali. Accanto a queste esperienze, sostenute anche da fondazioni e investitori privati, sono nati numerosi spazi di aggregazione attraverso il recupero di cascine, ex scuole, edifici industriali dismessi, uffici abbandonati e beni confiscati alla criminalità organizzata. Luoghi che hanno dimostrato come la rigenerazione urbana possa produrre non solo valore immobiliare, ma anche relazioni, cultura e presidio sociale dei quartieri.
Ma forse oggi non basta più limitarsi a elencarli. E forse non basta nemmeno continuare a chiamarli Spazi Ibridi, una definizione che parla soprattutto agli addetti ai lavori. Serve capire piuttosto che cosa hanno prodotto davvero. Quanti di questi luoghi sono riusciti a reggersi nel tempo? Quanti sono entrati in difficoltà economica? Quanti hanno allargato l’accesso alla cultura e alla socialità e quanti, invece, hanno finito per rivolgersi sempre agli stessi pubblici? Quanto sono state accessibili le procedure per attivarli e gestirli? Quanto le modalità di finanziamento di quegli spazi sono state efficaci o macchinose? Quanto, in questi casi, sia importante ragionare su forme di accompagnamento snelle, non tanto rivolte alla qualità o all’originalità della proposta, quanto alla sostenibilità del percorso economico e finanziario che la rende possibile.
Perché il punto non è tanto quello di salvare un singolo luogo né indignarsi per qualche settimana sui social. Il punto è capire quale città Milano vuole essere nei prossimi vent’anni al di la dei tempi dei mandati che la governano. Una città che continua a misurare il proprio successo soltanto attraverso gli investimenti, i valori immobiliari e l’attrattività, oppure una città capace di considerare la cultura, la socialità, la popolanità e le relazioni come infrastrutture essenziali e accessibili tanto quanto una piazza, una strada o una linea della metropolitana, un nuovo complesso abitativo. La vicenda dello Spirit de Milan ha avuto il merito di riportare questa domanda al centro del dibattito. Sarebbe un peccato se, esaurita l’indignazione, finisse per essere dimenticata ancora una volta.
