Phoenix non risorgerà dalle ceneri

È la città degli Stati Uniti in cui la crisi climatica non è più emergenza futura ma sopravvivenza quotidiana. Il clima però sta cambiando troppo e troppo in fretta, la città non riesce ad adattarsi. E c'è chi inizia a parlare di "diaspora climatica".

27 Luglio 2026

«Are you familiar with diasporas? That’s how. We die, or we flee». Si muore, o si fugge.

Il grido arriva dal fondo della sala dove è in corso una City hall  – l’ennesima assemblea pubblica su come fronteggiare l’emergenza climatica di Phoenix, Arizona. Si discute dello stanziamento necessario a piantare altri trentamila alberi entro la fine del 2023. Il grido arriva dopo uno dei tanti interventi a sfavore, quella provocazione, ormai stantia, che chiede – retoricamente – “chissà come si fa in Africa”. Era la mia prima volta a Phoenix. Luglio del 2023. Il primo caldo record, il primo evento metereologico “del secolo”. Il National Weather Service aveva decretato una allerta per “caldo estremo” – la quindicesima consecutiva. Dopo una notte in un motel passata come mi immagino la passi una verza non più tanto fresca nello scomparto basso del frigorifero, ero uscito quella mattina poco dopo le sette all’ombra di un pergolato di Scottsdale – città quartiere qualche chilometro a nord – est dal centro città. 38 gradi. La porta dietro di me si è chiusa con una sorta di risucchio come nel caveau di una banca che custodisce ciò che ha di più prezioso, e mi son ritrovato quasi solo, per strada. Le scuole estive non prevedono intervalli all’aperto. I cani si passeggiano col buio. Chi lavora sotto al sole si muove in una bolla di calore che è un’aggressione aggravata. Una agonia senza tregua fino a mezzanotte, quando la temperatura – in una notte buona – “precipita” fino a 31 gradi.

Sarei poi tornato  ogni estate, deciso a dare una voce a chi vive la nuova fase di quella  trasformazione del patto sociale che ha reso questa metropoli – quinta città degli Stati Uniti, un milione e mezzo di abitanti, circa cinque nell’area metropolitana – il simbolo della Sun Belt, della crescita infinita, del sogno americano a basso costo. Oggi quel patto si sta sgretolando a una velocità che la politica, l’urbanistica e l’economia non riescono a inseguire e la scienza non sa davvero prevedere. I climatologi hanno decretato la fine entro il 2040, la realtà dice dopodomani. Indipendentemente da quello che la fisiologia potrà dirci sulle soglie di adattamento umano, la città si sta rapidamente incamminando verso un baratro economico insostenibile.

Cosa viene dopo l’allarme

Di fronte al cambiamento del clima ci si è ripetuto per anni di ascoltare gli scienziati. Ora bisogna guardare altrove, altri allarmi, altri segnali. Non sarà un ricercatore a tirare una riga su questa comunità, a decretare che Phoenix non si risolleverà dalla cenere. Sarà un oscuro analista in un ufficio assicurativo di Omaha. Sono loro i “custodi” del capitalismo, e quando un’equazione ci dirà che a Phoenix “non ci sono margini”, si scoprirà che sarà più conveniente – e monetizzabile – trasferire cinque, dieci milioni di persone altrove che piantare alberi e dipingere i tetti di bianco. La fine, le molte fini, sono già in corso. Non si scappa dalla California per paura del fuoco, né dal Nord Carolina per paura dell’ennesima inondazione, di una diga che questa volta potrebbe cedere. Non si abbandona l’Arizona per il caldo. Si fugge da assicurazioni passate in un amen da 8 a 48 mila dollari all’anno, da costi di ricostruzione o di messa a norma impossibili. Da un rischio d’impresa che è ormai certezza di fallimento.

Non serve evocare scenari distopici. L’estate 2020 già sembrò un limite insostenibile: 53 giorni sopra i 43,3 °C. L’ondata di caldo “del secolo” è stata superata nel 2023. 54 giorni oltre i 43,3 °C – 31 consecutivi – e una minima notturna media a luglio di 32,4 °C. Il 2024 ha riscritto ogni statistica.  L’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 25,2 °C. La media delle massime estive 43,9 °C, con 61 giorni oltre i 43,3 °C, di cui 36 consecutivi. Per 22 giorni la temperatura massima non è scesa sotto i 45 °C. Ma il dato più impressionante è stato quello delle minime. Per 39 notti mai sotto i 32,2 °C. La minima più alta è stata di 36,7 °C. In termini fisiologici, significa che per oltre un mese l’organismo umano non ha avuto una finestra di recupero. Il cuore funziona a pieno regime anche nel sonno. L’escursione termica giornaliera si è contratta a 10–11 gradi, come un cappio. Una progressione inesorabile dove il 2025 ha superato l’anno prima e dove oggi nessuno si aspetta nulla di differente. È come quel vecchio adagio spagnolo, ma alla rovescia. Peggio di ieri, meglio di domani.

Phoenix oggi è una città in cui si finisce al pronto soccorso con il solo “esistere” all’aperto. L’asfalto scioglie le suole, le superfici metalliche – perfino il legno – non si possono toccare senza protezioni. Le vetrate dei palazzi sono specchi ustori, ci si può fermare all’ombra e sentire la pelle che brucia per un riflesso. Negli ospedali c’è un protocollo specifico per le “bruciature da contatto con superfici urbane”. Migliaia i ricoveri per ustioni legate al caldo stradale. Dei 185 casi gravi dell’anno scorso molti hanno richiesto innesti di pelle. Le ustioni da asfalto sono entrate nel gergo dei pronto soccorso come pavement burns e colpiscono in modo sproporzionato i senzatetti, gli anziani che non riescono a rialzarsi da una caduta, i bambini che giocano non protetti. E colpiscono anche chi lavora. Quasi 200 mila persone svolgono mansioni all’aperto. Giardinieri, edili, postini, fattorini, addetti alle piscine. Per loro il caldo non è una variabile di comfort, è un rischio professionale. Formalmente la legge dell’Arizona non impone obblighi specifici di protezione termica. Siamo fermi alle pressioni dei sindacati e ad alcune ordinanze locali in discussione proprio quest’anno.

Senza casa, mentre l’aria brucia

«Quando arriva un’allerta caldo, sapevamo cosa aspettarci. Questa è una città nel mezzo del deserto. Insolazioni, collassi da sforzo. Ora ogni volta è come un incendio. Come un migliaio di piccoli incendi – Rebecca è una paramedica della squadra Phoenix Fire Station 1, nel cuore della città – lavoro in ambulanza. Un tempo le cose peggiori le vedevo negli incidenti stradali. Ieri siamo intervenuti per un uomo di 58 anni, trovato accasciato vicino alla fermata del Valley Metro sulla 19th Avenue. Caduto, il braccio incollato al suolo per chissà quanto – nessuno ci chiama per i senzatetto, se non chiedono aiuto – la pelle si era già staccata a strati, la temperatura corporea 41 °C. Quel tipo di asfalto può raggiungere gli 80 gradi. Non ce l’ha fatta». Al Valleywise Health Arizona Burn Center, il dottor Kevin Foster – chirurgo plastico e specialista in ustioni – aggiorna il drammatico bilancio. “È appena metà luglio, abbiamo avuto 104 ricoveri per ustioni da contatto, un terzo dei quali ha richiesto innesti cutanei. Oggi ho visto un bambino al pronto soccorso dopo aver toccato uno scivolo in un parco giochi a Desert West Park, aperto nonostante l’allerta caldo. Un uomo di 67 anni è caduto sul vialetto di casa a Sun City e non è riuscito a rialzarsi per 45 minuti. Ustioni di terzo grado su braccia, gambe e volto. È sopravvissuto, ma ha subito sette interventi chirurgici. La prevenzione non basta più, dobbiamo ripensare i materiali urbani. Ma i costi sarebbero enormi.”

Tra le persone senza dimora la situazione è più feroce. Phoenix ha circa 3.500 houseless cronici, molti dei quali con problemi di salute mentale o dipendenza. Affrontano l’estate con teli di plastica e bottiglie d’acqua riempite per strada. L’organizzazione Circle the City, che gestisce cliniche mobili, racconta di  casi già triplicati rispetto all’anno scorso. “Vediamo persone che dormono su grate di ventilazione della metropolitana in cerca di refrigerio e si ustionano le braccia quando sorge il sole. Altri cercano riparo sotto ponti di cemento che sembrano forni. Il paradosso è che ci sono centri di raffreddamento pubblici, ma molti non ci vanno per paura di essere derubati o allontanati. Così muoiono, soli, in una città deserta che ribolle.”

A metà mattina Phoenix sembra una città post–apocalittica. All’aperto chi non ne può fare a meno. Chi lavora. Carlos Mendes, 44 anni, originario di Sonora, lavora per una ditta di costruzioni. È seduto su una cassetta degli attrezzi all’ombra di un muro non ancora intonacato. Una bandana attorno al collo e quattro bottiglie da quattro litri d’acqua di una confezione da sei aperta solo un’ora prima. “Cominciamo alle cinque, smettiamo all’una. Mi riparo coi guanti, maniche lunghe, cappello a tesa larga. Non si respira. L’aria calda ti secca la gola, ti fa tossire. La polvere del cantiere si mescola al sudore e diventa una crosta”. Carlos prende $18 l’ora. Negli ultimi due anni ha visto almeno sei colleghi andarsene dopo l’estate. “Chi può cerca lavoro in Nebraska, in Colorado – dice – io ho famiglia qui, mia moglie fa le pulizie in un ufficio. Però se continua così, tra un paio d’anni provo a cercare altrove. Il corpo non regge più. E poi le spese mediche. Quando ti disidrati, finisci al pronto soccorso, e con l’assicurazione che abbiamo noi sono duemila dollari a visita. Se riesci ad andarci sui tuoi piedi.”

Maria Gonzalez ha 52 anni, portalettere da diciannove. Il suo “giro” si snoda tra le strade di Encanto Village, davanti alle case basse con le cassette della posta che vediamo in televisione. Un palo, una scatola di metallo, la bandierina rossa da alzare quando c’è posta. «Scottano da far paura. Mi sono ustionata perfino coi guanti – racconta – i furgoni per le consegne non hanno la porta dal lato guida. Serve a far prima. L’aria ti investe come un phon. Stamattina c’erano 54 gradi, dentro. So di colleghi svenuti. Bevo un litro d’acqua ogni venti minuti». Sta pensando di andarsene, cambiare città. Non è solo i caldo. «È venuto meno il principale motivo per cui adoravo questo lavoro. Non vedo più nessuno, non parlo con nessuno. I quartieri sembrano abbandonati. I bambini non giocano, i cani non abbaiano, gli anziani, le anziane non vengono ad aspettarti all’inizio del vialetto. Non sono più un pezzo di questa comunità, sono logistica che suda».

Vivere dopo il tramonto

I talk show locali, le dichiarazioni dei politici, le brochure turistiche parlano di “resilienza”. Phoenix ora ha un piano di forestazione urbana per piantare 20 mila alberi all’anno. Ha un ufficio per la mitigazione del caldo. I nuovi quartieri sorgono con patii interni climatizzati, piscine comuni, sistemi di ‘raffreddamento passivo’. C’è persino un masterplan che prevede solo marciapiede all’ombra. Tutto utile. Eppure non basta. Non basterà mai, perché l’errore è pensare che il caldo sia un problema di comfort, non di  sopravvivenza. L’organismo umano non si adatta alle temperature sopra i 40 gradi prolungate nel tempo. Puoi idratarti, puoi ripararti, puoi comprare un condizionatore più potente, ma se vivi in una città dove per 90 giorni l’anno l’aria esterna è letale, la tua libertà di movimento è azzerata. I bambini non escono, gli anziani si isolano, i malati cronici peggiorano, la socialità si dissolve. E la città funziona solo grazie a un fragile miracolo elettrico. Già oggi, con 48 ore di blackout ci sarebbero migliaia di morti. Non è resilienza. È una roulette russa collettiva. Non che non ci si provi. Phoenix ha cominciato a cambiare il proprio ritmo circadiano, pur di non spezzarsi.

Da giugno a settembre la vita si è progressivamente spostata oltre il tramonto, una sorta di “cronosisma” che ridisegna la geografia commerciale e sociale. I ristoranti hanno esteso l’orario fino a mezzanotte, i dehors, invasi da nebulizzatori e ventilatori giganti, si popolano non più alle 19 ma alle 21.30, quando l’aria scende sotto i 38 gradi e i camerieri possono finalmente smettere di asciugarsi il sudore con i tovaglioli. I supermercati Fry’s e Safeway tengono aperto fino all’una di notte. Le palestre aprono alle 4 del mattino. I campi da golf, deserti di giorno, offrono green fee scontati per chi sfida il buio – e il caldo – colpendo palline fosforescenti con aste anch’esse di colori neon, come spade Jedi. Il campo pratica nel buio sembra una scena de L’attacco dei cloni. È nata una nuova economia crepuscolare, fatta di piccole oasi interstiziali. Il mercato notturno di First Fridays su Roosevelt Row – fino a qualche anno fa ritrovo bohémien oggi gentrificato da una generazione di orfani degli anni ’90 – è diventato un rifugio collettivo. Centinaia di persone camminano tra bancarelle e taco truck aspettando che la temperatura diventi appena sopportabile. I parchi pubblici, come Margaret T. Hance Park, vedono famiglie stendere coperte alle dieci di sera, bambini che corrono a piedi nudi sull’erba sintetica – quella vera secca a fine marzo – i cani, con le loro scarpette di silicone, si annusano in un rito di socializzazione ora tutto notturno. Anche le piscine condominiali – di giorno tisane con l’acqua che sfiora la temperatura corporea – vengono di notte, quando una nuotata torna refrigerio, non galleggiare in un brodo che sa di cloro.

Tutto questo è assieme una prova di resilienza e una confessione di impotenza. È il sintomo di una resa. Significa aver rinunciato al giorno, aver ceduto più di metà della propria esistenza a un clima che non perdona. I commercianti raccontano di come i ricavi si stanno spostando pericolosamente verso le ore serali. Chiudere presto significa fallire, aperti fino a tardi significa pagare straordinari e bollette sempre più alte. Chi lavora – baristi, cuochi, addetti alla sicurezza – si trovano a vivere in un mondo rovesciato, dove il sole è un nemico e il chiarore lunare sui muri di stucco sembra quasi una carezza. Ci si adatta, certo, ma come si sopravvive in una zona di guerra, come in un assedio con la costante speranza di una tregua.

Se è svanito il giorno, anche la notte è sempre più corta. Poco dopo le tre di notte le strade di Phoenix si rianimano con chi deve passeggiare i cani. Di giorno non si può più. Il dottor Michael Torres – veterinario presso il Desert Tails Animal Hospital – aggiorna i suoi dati con una smorfia amara. Alle sue spalle un poster “grida” che «se non puoi toccare terra con la mano per cinque secondi, è troppo caldo per la sua zampa». Appena sotto un golden retriever sorride come sa sorridere un cane. «Daisy è stata la prima. Nell’estate 2023 abbiamo avuto 47 casi di ustioni plantari gravi. Nel 2024 i casi sono saliti a 62, con un aumento del 30 per cento. Perfino i gatti domestici si scottano con l’alluminio dei profili delle finestre di casa. I conigli tenuti in cortile morti per “stress termico”. Alle 8 del mattino l’asfalto può già superare i 55 gradi». Le scarpette protettive sono ormai introvabili: «Stiamo vedendo anche un aumento dei colpi di calore mortali. Nel 2025 abbiamo perso sette cani in una sola settimana di luglio. Uno per un blackout in casa. Il condizionatore si è spento, il cane è morto in tre ore».

L’assedio

Sono in molti a pensare che basti un po’ di accortezza, protezioni per le zampe, i dog booties. Non basta. «(…) stiamo cercando di “rieducare” chi ha un animale domestico – aggiunge Torres – il cane non suda come noi. La loro termoregolazione è inefficiente sopra i 30 gradi. Le razze brachicefale, come bulldog e carlini, sono ancora più a rischio. Basta una corsa e in dieci minuti e la temperatura corporea può schizzare a 43, 44, 45 gradi». Tutto questo ha un costo, e non solo emotivo. Le spese veterinarie per un colpo di calore sfiorano i seimila dollari. Le assicurazioni per animali domestici – come Nationwide e Trupanion – stanno inserendo clausole specifiche per “eventi termici estremi” o escludendo la copertura per danni da calore se il proprietario non dimostra di aver adottato misure preventive. «Si sta creando un sistema in cui chi non può permettersi l’aria condizionata 24 ore su 24 o le protezioni rischia di perdere il proprio animale, o di non poterlo curare». Torna – non detta – la metafora dell’assedio. Non ci sono “giorni buoni”, manca il fiato. Letterale e figurato.

Incontro il dottor Sailor – climatologo urbano dell’Arizona State University – nel campus di Tempe. È marzo. Fuori la temperatura è mite, ma i modelli per l’estate erano già allarmanti. «Il 2025 ha infranto tutti i record. L’isola di calore urbana è sempre più intensa. Il cemento a queste temperature si comporta come un lago. Rilascia calore accumulato fino a tarda notte, impedendo alla città di raffreddarsi. Le conseguenze sulla salute sono sempre più evidenti. La conta dei decessi del 2025 è ancora in fase di consolidamento, ma il Maricopa County Department of Public Health ha confermato oltre 700 morti associate al caldo, al netto dei casi ancora sotto inchiesta. Il 40 per cento delle vittime aveva tra i 50 e i 64 anni. Molti sono morti in casa, per un guasto all’aria condizionata. Altri erano senzatetto. Ma ci sono state anche morti sul lavoro. Tre braccianti nella contea di Maricopa sono deceduti per un colpo di calore. È la prima volta che si registrano morti di lavoratori agricoli nelle aziende così vicine alla città, segno che il caldo sta superando ogni misura di protezione».

I blackout restano l’incubo. Il 20 luglio 2024 – durante la massima richiesta di elettricità della storia (8.200 megawatt) – l’Arizona Public Service ha scongiurato un collasso per un soffio grazie a distacchi programmati in alcune aree non residenziali. «La rete è robusta, ma ogni estate mettiamo alla prova i limiti. Se si verificasse un blackout esteso per più di 12 ore in un giorno di caldo estremo, le conseguenze sarebbero catastrofiche. I centri di raffreddamento possono ospitare poche migliaia di persone, e non tutti riescono a raggiungerli». Sono tutte storie di “caldo”, ma con un convitato di pietra. Soldi. Mercato.

A far tremare le fondamenta economiche di Phoenix non è solamente il costo della bolletta elettrica, dell’acqua, delle utility. Le compagnie di assicurazione, grandi e piccole, stanno cominciando a ricalibrare i loro modelli di rischio climatico. In California si è già visto State Farm e Allstate ritirarsi dal mercato delle polizze casa per il rischio incendi. In Arizona il fattore scatenante non è il fuoco, ma il caldo. Un “terremoto silenzioso” lo chiamavano fino a pochi anni fa, è ora un boato. Daniel Okaf è un broker assicurativo. Mi illustra i dati del 2024 e le proiezioni per il 2025. «Il 2024 ha segnato un punto di svolta. State Farm e Allstate non si sono ancora ritirate completamente dall’Arizona come in California, ma hanno iniziato a non rinnovare polizze in alcune aree della contea di Maricopa, citando un “rischio climatico aggregato”». Diverse compagnie minori – come Hippo e Kin – non prevedono nuove polizze per case costruite prima del 2000 perché i sistemi di condizionamento sono considerati a rischio cedimento. Il costo medio di una polizza casa in Arizona è salito del 152 per cento dal 2020 al 2024, ben oltre la media nazionale. E nel 2024 abbiamo visto le prime polizze commerciali per ristoranti e piccole imprese con esclusione esplicita dei danni da “ondata di calore” o “interruzione per allerta meteo”. Questo significa che se un ristorante deve chiudere il dehors per una settimana perché il caldo è eccessivo, l’assicurazione non paga. I giardinieri, i lavavetri, le imprese edili che operano all’aperto stanno diventando, di fatto, non assicurabili per il rischio climatico.

Okafor mi mostra un grafico. Le richieste di risarcimento per danni legati al caldo – cedimento tetti, danni a impianti, interruzioni di attività – sono aumentate del 65 per cento tra il 2021 e il 2025. «Stanno ricalibrando i modelli. Entro il 2026, è probabile che alcune aree vengano dichiarate “ad alto rischio termico” e che i mutui ipotecari diventino più difficili da ottenere senza coperture integrative. È un effetto domino. Se la casa non è assicurabile il valore crolla. Già si vedono i primi segnali. Il mercato immobiliare di Phoenix, esploso durante la pandemia, ha rallentato più della media nazionale. Nei quartieri più esposti – come quelli a ovest con meno alberi, parchi – i prezzi hanno iniziato a scendere, mentre crescono in zone più alte. Si sta creando una sorta di climate redlining al contrario. Le aree più calde si deprezzano, intrappolando chi non può spostarsi». I piani di adattamento di Phoenix proseguono. Il “Cool Pavement Program” ha riverniciato oltre 160 km di strade con un rivestimento riflettente che riduce la temperatura superficiale di 5–7 gradi. Sono stati piantati migliaia di alberi, e l’ordinanza sui shade corridor è stata estesa a nuovi quartieri. Ma la temperatura media estiva continua a salire, le proiezioni parlano di 60–70 giorni sopra i 43 °C tra cinque, dieci anni, con minime notturne medie di 33 °C. Il corpo umano, semplicemente, non può adattarsi a queste condizioni senza un rifugio climatizzato permanente. E quel rifugio non è garantito per tutti. Se l’assicurabilità si riduce, la città non può più crescere. Le banche non concedono mutui. Le imprese non si insediano se non possono garantire la continuità operativa. Phoenix, che ha sempre fatto della deregulation e del basso costo della vita il suo vantaggio competitivo, rischia di trasformarsi in una trappola economica.

L’esodo

In questo scenario, l’esodo non è più un’ipotesi da catastrofisti, ma un processo già in corso. Le contee di Maricopa, Pinal e Pima hanno visto un saldo migratorio netto positivo per decenni. Ma negli ultimi tre anni qualcosa è cambiato. Il tasso di crescita sta rallentando, tra gli strati sociali più mobili – giovani professionisti, famiglie con bambini, pensionati attivi – comincia a serpeggiare la tentazione di andarsene. Non serve un uragano o un incendio, basta un’altra estate “del secolo” per convincere qualcuno a fare i bagagli.

Sarah e David Miller – 38 anni, due figli di 6 e 9 anni – vivevano a Chandler, un’altra città quartiere come Stottsdale, questa nella zona sudest. Sono tornati a prendere le cose lasciate in storage. Mi raccontano di come fino al 2021 amavano la vita a Phoenix. La casa con la piscina, le escursioni nei weekend, le cene all’aperto. «Ma l’estate scorsa è stata uno shock – dice Sarah – i bambini non possono andare al parco, la nostra piscina è una vasca termale dove l’acqua raggiunge i 35 gradi. Il cane soffre. E poi la bolletta dell’elettricità. $700 a luglio, $800 ad agosto. Abbiamo iniziato a parlare di trasferirci. L’anno scorso, a giugno, David ha avuto un colpo di calore mentre faceva jogging alle sei del mattino. È finito in ospedale. A settembre abbiamo messo la casa in vendita e ci siamo spostati a Fort Collins, in Colorado. Non è stata una scelta facile, ma non potevamo più vivere in un luogo senza futuro. Ci sentiamo in colpa per chi resta, ma dobbiamo proteggere i nostri figli».

Storie come queste non fanno ancora statistica, ma si accumulano. I social network brulicano di gruppi come “Leaving Phoenix” o “Climate Migrants AZ” dove migliaia di persone condividono consigli pratici. L’ironia amara è che ad andarsene per primi sarà chi ha i mezzi economici e culturali per farlo, lasciandosi alle spalle una comunità sempre più povera, più anziana, più vulnerabile, prigioniera di un territorio dove nessuno potrà più assicurare né investire. È il meccanismo spietato della climate gentrification al contrario. Non sono i ricchi a spingere fuori i poveri, ma i poveri a rimanere intrappolati mentre i ricchi scappano.

Nel frattempo, l’esodo accelera. Il saldo migratorio netto della contea di Maricopa – ancora positivo nel 2022 – si è quasi azzerato nel 2024, ora è leggermente in negativo. Secondo l’American Community Survey, tra il 2022 e il 2025 circa 65.000 persone hanno lasciato l’area metropolitana di Phoenix per altri stati, il numero più alto da dieci anni. Sarah e David Miller non sono più un’eccezione, sono un’avanguardia. Mi trovo nell’avamposto di un mondo che si surriscalda, e quello che accade qui oggi accadrà domani in altre metropoli. L’adattamento non è dipingere i tetti di bianco o piantare alberi di Palo Verde. È prendere atto che esistono luoghi che stanno superando la soglia di abitabilità umana più rapidamente di quanto ci ha detto la scienza, perché la macchina economica che li tiene in piedi si sta inceppando. Il caldo è un rischio non più assicurabile e quando un rischio non è assicurabile, il capitale scappa. E le comunità si sfaldano. E allora l’unica vera scelta non sarà sul come adattarsi, ma sul quando andarsene senza perdere tutto.

Oggi Phoenix continua a luccicare sotto il sole, con i suoi centri commerciali freschi, i resort con piscine a sfioro, gli stadi climatizzati. Ma sempre più persone fanno i conti con un pensiero inconfessabile. Forse questa città – così orgogliosamente sorta nel deserto – sta diventando la prima metropoli moderna a dover ammettere il proprio fallimento climatico. E a dover dire alla prossima generazione di partire. Il punto più a nord di un nuovo sud del mondo che tra pochi anni potrebbe trovarsi a cercare casa, fortuna, lavoro altrove, in una di dieci, cento nuove diaspore: chiedendo di essere accolti da chi oggi li considera non migranti, ma vicini di casa.

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