Le prime proteste si sono registrate negli Stati Uniti. Poi sono arrivati movimenti anche in Inghilterra e Olanda. E adesso si inizia a protestare anche in Italia.
Da una parte un pagliaccio con idee ridicole, dall’altra un uomo con un bidone in testa. L’elezione suppletiva di Clacton, paese della costa est dell’Inghilterra, è già di per sé una buffonata, anche se lo scandalo che l’ha, indirettamente, causata è estremamente grave e serio. Il 7 luglio Nigel Farage, leader del partito di estrema destra Reform UK, si è dimesso da deputato di Clacton, il seggio che aveva conquistato nel 2024, per poi annunciare che si sarebbe ricandidato.
Questo nonsense politico è un teatrino per distrarre dall’indagine della commissione per gli standard parlamentari su di lui, che ha scoperto un “dono” da 5 milioni di sterline ricevuto da un miliardario delle criptovalute con base in Thailandia, e la mancata dichiarazione del sostegno economico di George Cottrell, suo storico alleato con precedenti per frode. Dimettendosi prima che l’inchiesta potesse sospenderlo, Farage sta cercando di trasformare lo scandalo in un referendum su sé stesso, in un processo “il popolo contro l’establishment”: la sua provocazione è, in sostanza, chiedere direttamente ai suoi elettori che cosa ne pensano di lui, invece di rispondere all’inchiesta. Fa già ridere così. Ma c’è di più.
Tutti i grandi partiti, laburisti, conservatori, liberal-democratici e verdi, hanno deciso di boicottare la contesa, rifiutandosi di legittimare quella che hanno definito una trovata elettorale. È rimasto in campo solo un avversario capace di raccogliere consenso reale: un cassonetto della spazzatura senziente, alto un metro e novanta, proveniente dal pianeta Sigma IX. Si chiama Count Binface, ha 5.900 anni, guida una fazione chiamata i Recyclon e veste una tuta nero-argento con un lungo mantello e un elmetto a forma di bidone con una striscia di luce al posto degli occhi. È l’alias del comico e scrittore inglese Jonathan Harvey, che porta avanti il personaggio dal 2019, dopo che un precedente alter ego, Lord Buckethead, con cui aveva sfidato Theresa May a Maidenhead nel 2017, gli era stato conteso in tribunale dal filmmaker americano che ne deteneva i diritti.
Da allora Binface ha collezionato una carriera elettorale invidiabile se non altro per costanza: contro Boris Johnson a Uxbridge, contro Rishi Sunak a Richmond and Northallerton (dove ha preso 308 voti, sesto su tredici), due volte alle elezioni per il sindaco di Londra, e più di recente contro Andy Burnham nel collegio di Makerfield, dove è arrivato settimo con 95 voti, un risultato che Keir Starmer ha poi citato in Parlamento solo per prendere in giro i conservatori, arrivati di poco davanti a lui. Il manifesto di Binface fa più ridere del suo costume: le proposte vanno dal ripristinare il prezzo del gelato Flake a 99 pence alla nazionalizzazione della luna, fino alle provocazioni più serie, come quella di costringere i dirigenti delle società idriche a fare un bagno nei fiumi che inquinano.
Sebbene sia chiaro che Binface non abbia vere ambizioni politiche, un sondaggio condotto l’8 e il 9 luglio su un campione nazionale ha constatato che il 33 per cento degli inglesi lo voterebbe in uno scontro diretto contro Farage, il quale prenderebbe solo il 21 per cento dei voti. Un vantaggio di dodici punti per un uomo travestito da bidone. L’articolo potrebbe finire qui. Ma c’è una cosa che non riesco a smettere di chiedermi: quando la realtà diventa così assurda, ha ancora senso fare satira? Viviamo in un’epoca in cui la satira sembra essere svanita, complice la drammatica restrizione della libertà di espressione, ma anche il cinismo in cui l’assurdità degli eventi reali ci spinge a rifugiarci. Eppure la satira e l’umorismo sono ciò che tutti amiamo degli inglesi. Ci saranno indubbiamente quelli che amano il loro grandioso passato coloniale e i residui dell’impero, ma la stragrande maggioranza di noi, e degli inglesi stessi, ama questa capacità di non prendersi troppo sul serio, l’ironia, i giochi di parole.
L’inglesità è Gino D’Acampo che traduce letteralmente «se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carriola» in un programma di cucina, facendo strozzare dal ridere i presentatori. È il tizio di Come Dine With Me che si infila un’intera frusta da cucina in bocca come fosse un cucchiaino, è Louis Theroux che rappa a Chicken Shop Date, è Diane Morgan, alias Philomena Cunk, che chiede a una storica se Re Artù Camelot “came a lot”. Sono i Monty Python, Mr Bean, Stephen Fry e Hugh Laurie, Peep Show, Fleabag e Little Britain. È la capacità di sdrammatizzare quello che è stato forse il più imbarazzante disastro parlamentare degli ultimi decenni, paragonando la durata del governo di Liz Truss, capace di mandare in bancarotta il paese in meno di sei settimane, a quella di un cespo di lattuga in frigorifero.
Se essere patriottici vuol dire essere fieri dell’essenza del proprio paese, allora il patriottismo inglese non può avere i connotati del patriottismo americano alla MAGA, perché in questo paese le cose da amare sono ben altre. Oltre ai disastri elettorali degli ultimi decenni – ricordiamoci che questo paese ha cambiato sei primi ministri nell’ultimo decennio – gli inglesi ricordano Ed Davey, leader dei Liberal Democratici, che canta Sweet Caroline, non esattamente con l’intonazione di Neil Diamond. Ridono di Rishi Sunak che annuncia le elezioni generali, quelle in cui il suo partito verrà demolito, sotto una pioggia torrenziale, in un momento che un commentatore del Guardian ha definito “cringing in the rain”. E ancora, il milkshake in faccia a Farage, Boris Johnson che parla di Kermit the Frog alle Nazioni Unite e praticamente il resto della sua carriera politica, che è un film comico che si scrive da solo.
E per quanto Keir Starmer incarni l’essere più serioso del mondo, anche lui è entrato nella storia della comicità inglese per la gaffe – o forse lapsus freudiano, chissà – in cui ha intimato ad Hamas di liberare le salsicce invece degli ostaggi. Sausages e hostages, in fondo, fanno anche rima. È re Carlo che, se fosse un rapper, diremmo “la tocca piano”, quando ricorda a Donald Trump con una battuta che se non fosse per gli inglesi, negli Stati Uniti si parlerebbe francese. Un Paese grigio, umido, con una storia coloniale deprecabile, ha deciso di ricostruirsi un’identità e una reputazione buttando tutto in caciara e, per un bel po’, ha funzionato.
Nigel Farage, Reform UK, i movimenti di estrema destra, istituzionali e non, al contrario, si prendono estremamente sul serio. E vengono presi sul serio. Andando effettivamente contro la tradizione inglese, questi personaggi non vengono trattati come pagliacci dalle idee assurde e con smanie di potere. Vengono visti come una vera alternativa, come politici competenti con soluzioni a problemi reali, problemi che, come ha dimostrato la Brexit, la più grande vittoria politica di Farage, non fanno che aggravarsi dopo che ci mettono mano. Eppure continuano a essere messi in onda, a ricevere attenzione mediatica, a essere presi sul serio nelle loro assurdità.
Sia chiaro: l’estrema destra, a Clacton, in Inghilterra, e ovunque nel mondo, è una minaccia vera, e prendere sul serio le sue idee, il modo in cui normalizza il razzismo e la xenofobia, il modo in cui strumentalizza la paura, è sacrosanto. A questo pericolo, però, si può rispondere in due modi. Il primo è quel cinismo politico di cui parlavo prima, quello per cui “tanto sono tutti uguali”, “tanto vince sempre il più forte”, “tanto non cambia niente”, quello che essenzialmente lascia loro il campo libero.
Il secondo modo invece è più in linea con l’identità inglese, fatta di autoironia, di gentilezza reciproca, di senso di equità. È quello che nel 2016 ha portato centinaia di migliaia di inglesi a votare in un sondaggio online perché una nuova nave polare da 200 milioni di sterline venisse chiamata “Boaty McBoatface”, episodio da cui Count Binface prende il nome, nella stessa tradizione di irriverenza verso il potere. È quello che ha portato un sindaco vestito da scimmia a essere eletto a Hartlepool per un decennio.
Non è ingenuità, è un’arma: la satira funziona perché ridendo del potere, lo sfida e lo smaschera. È un’arte che si sta lentamente perdendo, sostituita da un’indignazione violenta o da una rassegnazione disarmante. Sopravvive ancora in alcuni angoli dei social media, ma come quasi tutto quello che vive solo online, è volatile e già stanca all’origine. Gli inglesi, quell’arma, la conoscono ancora bene: sanno che ridicolizzare gli uomini che si prendono troppo sul serio può funzionare. Ecco perché, in fondo, non conta granché se Count Binface vincerà o meno a Clacton il 13 agosto. Conta che, mentre Farage prova a vendersi come martire di un establishment che lo perseguita, l’unico avversario rimasto sul palco a fargli il verso lo fa con un bidone in testa. E se i sondaggi hanno ragione ed effettivamente vincerà, saremo tutti contenti di andare a Clacton a mangiare un Flake e pagarlo effettivamente 99 pence.
