La vita senza contatto

Come la pandemia ha cambiato il rapporto con le nostre mani.

07 Aprile 2020

Nel gennaio 2007 Steve Jobs, indossando come spesso accadeva un lupetto nero e un paio di jeans azzurri, mostrava per la prima volta al pubblico di un Keynote passato alla storia come avremmo scorso la rubrica telefonica negli anni a venire. Il suo dito indice, appoggiato appena sullo schermo del primo iPhone, faceva muovere la lista dei contatti in su e in giù e provocava, nel pubblico, un’esclamazione mista di meraviglia e puerile eccitazione. Non avremmo naturalmente immaginato, all’epoca, che ci saremmo trovati tredici anni dopo a disinfettare quello stesso schermo a intervalli regolari, per eliminare ogni traccia del virus che stava costringendo all’isolamento domestico oltre due miliardi di persone.

Quanto saremo cambiati in profondità dopo questa lunga e inedita quarantena planetaria ce lo stiamo chiedendo già dai primi giorni di isolamento forzato, più curiosi che sgomenti, come se fossimo improvvisamente consapevoli di aver acquisito un nuovo istinto che non potremo razionalmente mettere a tacere. Ci saranno tentennamenti ed esplosioni. Ci sarà soprattutto, ci diciamo, un imbarazzo misto a paura che si sarà infiltrato in gesti prima automatici. Alcuni cambiamenti sono già in atto, visibili negli inceppamenti goffi tra automatismo e nuove consapevolezze: scendere le scale senza scorrere i polpastrelli sul corrimano; offrire e ritirare il bancomat alla cassa del supermercato evitando di sfiorare la mano del cassiere; sorreggere i sacchetti della spesa, depositarli davanti alla porta di casa, spingere la maniglia per entrare con un gomito, incerti se poi sanificare ogni centimetro percorso oppure no. Se occhi e bocca sono le ferite attraverso cui il virus si propaga, le mani sono le armi che lo trasmettono.

Il tatto, tra tutti i sensi, è quello più condizionato da questi primi mesi di terremoto abitudinario: la pandemia non ci fa temere di respirare o mangiare, ancora meno di guardare o udire, ma di entrare in contatto con il virus, di farlo salire sulle nostre mani e poi, con quelle mani, contaminarci. Sono le mani gli organi che più vanno trattati come oggetti allo stesso tempo fragili e pericolosi: c’è da lavarle con attenzione, per venti secondi almeno, come dicono i tutorial del Ministero, e cospargerle di soluzioni disinfettanti, spalmare poi le salviette igienizzanti sugli schermi dei telefono e la tastiere del computer, su ogni cosa che viene contaminata da quelle mani, e che potrebbe contaminarle di rimando. Tra tutti i sensi, il tatto è anche quello più impotente: possiamo ancora vedere e parlare con chiunque, grazie alle piccole telecamere e agli invisibili microfoni nei laptop e nei tablet, ma non disponiamo di tecnologie capaci di ridurre le distanze o di trasmetterci la sensazione di una mano che stringe una mano, un bicipite, il congiungersi di una nuca con il collo.

Per le strade, una passeggiata solitaria intorno all’isolato, una coda ordinata in attesa di entrare in un supermercato, hanno il sapore di esperienze in un videogioco. Nemmeno prima del virus, forse,  camminavamo toccando necessariamente tutte le facciate ruvide dei palazzi, i pali della luce o i cofani impolverati della automobili parcheggiate lungo la strada. Eppure la consapevolezza di non poterlo più fare trasforma l’esperienza dell’aggirarsi nel mondo poggiando solo un piede e poi un altro, di tutto il corpo, in qualcosa di simile a un simulatore di realtà, in cui una mano, se allungata verso un muro o un citofono, potrebbe benissimo affondare nei pixel dell’ologramma.

Il social distancing fa di ogni uomo, davvero, un’isola: nelle videochat su Zoom e su Hangouts ci salutiamo agitando le mani come se le parole non bastassero, alziamo il bicchiere di vino per dire salute, negli aperitivi a distanza, immaginando di sentire il leggero clangore dei vetri che si toccano. Toccando gli altri affermiamo, affermavamo, noi stessi: «Toccare è toccarsi», scriveva Merleau-Ponty negli anni Sessanta, e lo avremmo capito anche a corto di infarinature di fenomenologia mezzo secolo dopo, durante le cene solitarie davanti a uno schermo.

Ma non si tratta solo di capricci culturali, anche di bisogni primari biologici: c’è un’espressione inglese per questo desiderio di contatto tra epidermidi, e si chiama “skin hunger”, che vuol dire fame di pelle, anche se non è altrettanto bella né incisiva, detta così in italiano. Toccarsi stimola l’orbita frontale della corteccia cerebrale, spiega una op-ed illustrato del New York Times di questi giorni, toccarsi stimola anche gli ormoni che riducono lo stress, e toccarsi migliora, sembra, anche la pressione del sangue e l’equilibrio dei globuli. Siamo, insomma, corpi più fragili, senza contatto fisico, ed esseri umani peggiori.

Secondo le imperscrutabili apparizioni degli oggetti virali su internet, nei primi giorni di quarantena americana – circa due settimane dopo l’inizio dell’isolamento europeo – mi sono imbattuto nell’orbitare su Instagram, postata e rilanciata da diversi account con oltre un milione di follower, di una fotografia del Ratto di Proserpina del Bernini, dettaglio della mano destra di Plutone che affonda nella carne della coscia morbida della dea, virtuosismo straordinariamente violento ed erotico. Come per tutte le orbite, non è un’apparizione casuale.

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