Ai posteri lasceremo soltanto le nostre collezioni di oggetti inutili

Assediati dall'algoritmo, ossessionati dalle identità curate, i giovani hanno trovato nel collezionismo analogico un modo per combattere l’ansia digitale.

22 Luglio 2025

Su TikTok prospera la cultura #shelfie. Nei video, girati nelle camere della Gen Z, si vedono cianfrusaglie di poco valore accanto a status symbol più elevati, senza alcuna gerarchia, un peluche di Hello Kitty accanto ad una candela firmata o un libro in edizione da collezione. Per lo più si tratta di un modo per riempire il “vuoto beige” dell’esistenza contemporanea con gioia e spensieratezza. Da qui il revival di oggetti come i Sonny Angels, gli Sminski, gli accessori da cellulare anni 2000 con Winnie The Pooh o Titty, e le vecchie sorprese Happy Meal di McDonald’s. Realizzare scrapbook, conservare piccoli oggetti dai propri viaggi e salvare cimeli trovati casualmente al mercatino, sono tutte pratiche recentemente riscoperte e ovviamente condivise sui social.

Nonostante alla base ci sia un desiderio di disconnessione, molti di questi ninnoli, esposti in modo visivamente accattivante, diventano protagonisti di format e content. I Millennial sono stati i pionieri del collezionismo legato al fandom (pensiamo ai Funko Pop), ai vinili e alle sneakers in edizione limitata, ma a un certo punto hanno abbracciato uno stile di vita minimale à la Marie Kondo, selezionando solo pochi oggetti funzionali per le proprie case e limitando l’accumulo. La Gen Z è al contrario fortemente massimalista, sia nell’estetica che nei consumi. Persino packaging e cartacce rappresentano oggetti emotivi agli occhi della generazione che, non a caso, è quella che si è inventata la pratica del junk journaling.

L’ansia di non avere nulla da tramandare

C’è da dire che con i segnali di una possibile “digital dark age” che si moltiplicano e il nostro patrimonio personale – playlist, album fotografici, ricette, video – che rischia di dissolversi nell’evanescenza delle piattaforme, la Generazione Z ha scoperto una nuova ansia: quella di non avere nulla da tramandare. Da questo punto di vista, il collezionismo in forma analogica e gli oggetti quotidiani si offrono come estensioni della memoria, simboli di permanenza. I profili social possono essere hackerati, le foto e i video vanno persi, gli hard disk smettono di funzionare, i link si rompono, blog e pagine possono smettere di esistere da un momento all’altro. Al contrario, i vinili dei genitori, i diari scritti a mano e i ninnoli delle nonne sono sempre lì.

Parlando di collezionismo, sarebbe sbagliato ridurre tutto all’accumulo per diletto: negli ultimi due decenni, il collezionismo è passato da necessità a lusso. Perché preoccuparsi di ciò a cui si ha accesso fisicamente, quando le piattaforme digitali pubblicizzano tanto la loro capacità di offrire tutto, per sempre, ogni volta che lo desideriamo? Il modo in cui i giovani oggi collezionano cultura è ovviamente molto diverso da quello descritto da Walter Benjamin in Unpacking My Library. Per lui, la biblioteca costituiva un monumento personale la cui importanza risiedeva nella sua permanenza: i libri esposti non scompaiono a meno che non si decida autonomamente di disfarsene. Ma oggi molte delle nostre collezioni non sono davvero nostre: è il lato oscuro della subscription economy, che ci offre accesso illimitato ma ci priva del possesso e di quel senso di responsabilità esaltato da Benjamin.

Contro il digitale

Non siamo più costretti ad acquistare ogni singolo media che intendiamo fruire ed è tutto bellissimo fino a quando scopriamo di non essere realmente proprietari di ciò che collezioniamo online: potresti curare una libreria digitale di musica meticolosamente, solo per vederla sconvolta quando l’interfaccia dell’app cambia; potresti perdere intere collezioni quando una piattaforma di streaming rinnova il suo catalogo. Tutti questi cambiamenti repentini, conseguenza dei capricci e delle priorità della Big Tech, ci fanno desiderare l’opposto: un modo fisso, stabile e affidabile di accedere alla cultura che desideriamo. In questo panorama, “curatela” è diventata la parola perfetta per descrivere il vibe shift a cui stiamo assistendo: ci stiamo finalmente rendendo conto che non sappiamo più con certezza se quello che ci piace ci piace davvero o se è l’algoritmo che vuole farcelo credere. I nostri gusti sembrano essere sempre un passo avanti a noi, preconfigurati, generati da sequenze di dati che sanno di noi più di quanto vorremmo.

Kyle Chayka, nel suo Filterworld: How Algorithms Flattened Culture, ha descritto proprio questa sensazione: anche se non vogliamo averci nulla a che fare, l’algoritmo farà irruzione, sceglierà le nostre tracce più mainstream, identificandoci con quelle invece che con qualcosa di più personale. Questa profonda necessità di personalizzazione la vediamo anche nelle collezioni di moda, dove gli oggetti più disparati del quotidiano sono diventati protagonisti di stampe, di capi e di accessori. Pensiamo ai pezzi dell’ultima collezione di Sandy Liang, l’eclettica Primavera Estate 2025 di Chopova Lowena e ad alcune stampe di Lirika Matoshi. Poi c’è Prada che, con la collezione “Infinite Present”, ci ha portati a riflettere proprio su come la logica programmata delle piattaforme digitali entri in cortocircuito con ciò che ci rende umani: l’imprevisto, l’errore, la deviazione.

La moda popolare di accessoriare con nastri, portachiavi, pupazzetti e cianfrusaglie varie, questa “estetica del collezionismo”, però, rischia di fare la fine dell’ossessione per lo stile personale: trasformare un iniziale e genuino intento nella caricatura massificata di sé stesso. Laddove avere stile personale diventa ricreare lo stile di coloro che percepiamo come possessori di stile personale – cosa che trasforma il termine in una mera etichetta estetica – esprimere se stessi attraverso ninnoli attaccati alle borse rischia di diventare un atto puramente performativo. Ed ecco che ci precipitiamo tutti a fare la fila per i Labubu e ad accumulare oggetti a caso per partecipare all’ennesimo trend massimalista e infantile. Tendenze che però, a prescindere dalle critiche, raccontano molto di come stiamo cercando nuovi modi per ancorarci alla realtà, provando a rimettere al centro l’essere umano. Nella nostra epoca, ciò che è superfluo torna ad avere valore. Non perché utile, ma perché vero, concreto, nostro.

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