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Ode alla colf

Da Roma di Cuarón al sequel di Mary Poppins: al cinema come nella realtà, quello della tata continua a essere un ruolo centrale.

di Fuani Marino

In una recente commedia italiana, Corrado Guzzanti interpreta un maggiordomo filippino alle prese con un suo giovane connazionale che gli fa da apprendista e che si suicida prima del pranzo di Natale, gettando nel caos la famiglia per la quale entrambi lavorano. Si tratta di un espediente comico, perché l’unica cosa che sembra davvero importare a tutti i superstiti, filippino compreso, è che la padrona di casa non venga turbata oltremodo dall’accaduto, e che il giorno di festa possa continuare a svolgersi come se niente fosse. Perché in realtà è un po’ questo, nell’immaginario collettivo, che ci si aspetta dal personale di servizio: che ci semplifichi la vita, assorbendone i colpi e le incombenze quotidiane.

È un punto di vista decisamente diverso e meno stereotipato quello che Alfonso Cuarón offre in Roma (ne avevamo già parlato qui), il film a cui affida la sua infanzia, e che intitola come il quartiere borghese di Città del Messico dove è cresciuto negli anni Settanta e in cui è ambientata la storia. Il quadretto è abbastanza canonico: grande casa con cortile privato, padre medico, madre che rinuncia alla carriera per fare la signora, quattro figli (fra cui il più piccolo, di circa sei anni, sarebbe lo stesso Cuarón), la nonna e il cane. Ma in questo ritratto familiare c’è un elemento in più, in filigrana, che acquista importanza via via che i minuti scorrono: Cloe, la domestica fedele e discreta, affettuosa coi bambini come e più della madre stessa. Quest’ultima, da principio, sta attenta che non si superino i confini, la redarguisce e richiama all’ordine, ma è quando la famiglia si sfascia che il divario gerarchico fra le due donne si assottiglia fino quasi ad annullarsi. Perché la colf ideale c’è sempre, ma non si vede. E quando non c’è la casa rischia di andare in malora.

Julie Andrews/Mary Poppins nel film del 1964 diretto da Robert Stevenson. Dal 20 dicembre 2018 è arrivato al cinema il reboot diretto da Rob Marshall, Il ritorno di Mary Poppins, con Emily Blunt nei panni della bambinaia.

Sarà per questo che un certo filone di commedie e musical vuole che il vedovo s’innamori o sposi la tata dei suoi figli: da Mary Poppins a Jane Eyre sono diverse le figure letterarie, e altrettante le trasposizioni cinematografiche, di domestiche e bambinaie divenute celebri, ma nel ritratto di famiglia con colf, in genere, c’è spazio per una vasta gamma di reciproci sentimenti nonché per qualche scambio di ruolo. Ne ha fatto un dramma Jean Genet, che nel suo lavoro Le serve (edito da Einaudi nel 1972, con introduzione di Jean Paul Sartre) mette in scena l’odio di classe, in un inquietante intrigo basato sul rapporto dominio/sottomissione fra serva e padrona. La stessa Mami di Via col vento, interpretata da Hatti McDaniel, prima donna nera a ricevere l’Oscar nel 1940, riservava spesso rimproveri a Rossella O’Hara, ribaltando le gerarchie.

Tornando al film di Cuarón, il regista messicano è stato accusato dal New Yorker di un punto di vista troppo borghese, che relegherebbe la nanny a una figura anonima, senza carattere. Certo, non tutte le domestiche sono come Jamaica Kincaid, spedita da Antigua come ragazza alla pari in casa di un’importante collaboratore proprio del New Yorker, ai tempi in cui quest’ultimo era diretto da William Shawn, e sul quale la Kincaid cominciò a pubblicare brani che attingevano dalla sua esperienza personale fino a diventare una scrittrice di successo. Ma a chi è cresciuto con una tata, o ne ha una in casa che bada ai propri figli, non potrà sfuggire quanto i rapporti racchiusi nella pellicola siano umani e autentici. Mi riferisco a due scene, in particolare: quella in cui Cleo rivela alla padrona di casa di essere rimasta incinta e di non sapere come fare, e quest’ultima la ascolta con empatia come farebbe un’amica, portandola poi in ospedale per tutti i controlli necessari. La seconda, è quella che è anche la locandina del film, ovvero la madre, la tata e tutti i bambini in vacanza – quest’ultima ne ha appena tratti in salvo due dalle onde, senza esitare a buttarsi, pur non sapendo nuotare – stretti in una montagna fatta di abbracci.

Una giovane Charlotte Gainsbourg nei panni di Jane Eyre nell’adattamento del romanzo di Charlotte Brontë diretto da Franco Zeffirelli nel 1996

La rappresentazione di quella che una volta veniva chiamata “servitù”, oggi necessita di un’attenzione al linguaggio, ed è per questo che quando Alfonso Cuarón si riferisce nelle interviste a Cleo con l’appellativo di “serva”, attira inevitabilmente un sguardo critico su di sé. Più accettabile la raffigurazione di maggiordomi e governanti che diventano confidenti dei loro padroni, custodi dei segreti delle case in cui prestano servizio. È di qualche giorno fa l’intervista rilasciata da Estela Solano, la governante che per trent’anni ha lavorato in casa di Philip Roth. Racconta della sua generosità, della routine di lavoro, di qualche vezzo, come quello di avere un gatto immaginario. Perché «i veri giudici del tuo carattere non sono i tuoi vicini, i tuoi parenti, o le persone con cui giochi a bridge; ma i camerieri». Il Nobel per la letteratura William Faulkner, invece, nel romanzo polifonico L’urlo e il furore affida alla voce di Dilsey, la cuoca di colore, il compito di chiarire al lettore le sventure della famiglia Compson: la domestica è l’unica in grado di sbrogliare la matassa del racconto perché meno coinvolta rispetto agli altri membri. Io stessa – che con una colf ho vissuto per diversi anni – ho temuto più volte di finire come Meryl Streep ne I Segreti di Osage County, il film di John Wells in cui, a una donna avvelenata dall’alcol e dalla vita non resta che cercare conforto fra le braccia della sua badante.

L’esperienza mi ha insegnato che, nel preciso momento in cui si assume una persona sotto il proprio tetto, affidandole la cura della propria famiglia, il tentativo di stabilire dei confini da non oltrepassare sia pressoché inutile. A rendere tutto più complicato, i sentimenti che mi sono ritrovata a provare: sollievo, fastidio, consapevolezza di non poterne più fare a meno, di lei o di un suo eventuale alter ego, trovandomi così in una posizione di totale dipendenza. Oltre al senso di colpa nei confronti della colf, ma anche degli amici e conoscenti che una colf non potevano permettersela. Una sera in cui mi è venuta voglia di mettermi a cucinare ho definitivamente constatato quanto i nostri rapporti di potere fossero falsati. Mentre tramestavo nel silenzio della casa azzerando in un attimo l’ordine che lei aveva diligentemente lasciato sui ripiani, ho sentito una presenza alle mie spalle e la sua voce chiedermi cosa stessi facendo. Colta in fallo, ho preso a giustificarmi e in quel momento ho capito che la cucina non era mia.

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