Chloé Zhao ha fatto Hamnet per dimostrare che l’arte può curare anche il trauma più grave

Una conversazione su arte, guarigione, spiritualità e attori con la regista di uno dei film più attesi dell'anno, appena arrivato nelle sale italiane e già candidato a 8 premi Oscar.

05 Febbraio 2026

Conversare con Chloé Zhao è un’esperienza tutt’altro che banale. La regista di Hamnet, già premio Oscar per Nomadland, sa come condurti su un livello quasi trascendentale, evitando tutte quelle risposte preconfezionate a cui stanno malamente abituando attori e registi nell’epoca della dittatura della campagna stampa perfetta, in cui tutto è idilliaco sul set, e se c’è una spilletta da appuntarsi sul vestito o una frase giusta da gettare lì durante un’intervista si può fare, l’importante è pesare bene le parole e calcolarne la durata rispetto al resto. Zhao invece parla di rapporto con la natura, del sogno come strumento di lavoro, e di altre cose che costringono chi ha di fronte a pensare alla domanda successiva, e non a leggere quelle già pronte sul taccuino.

Hamnet è tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell (in Italia uscito con il titolo Nel nome del figlio, edito da Guanda), che racconta la storia del matrimonio tra William e Agnes, lei donna che ha un rapporto quasi simbiotico con la natura, e lui con un’urgenza creativa che deve soddisfare anche a costo di lasciare la sua famiglia a Stratford-upon-Avon per andare a cercare fortuna nella Londra elisabettiana del XVI secolo. Già, perché Will di cognome fa Shakespeare (interpretato da Paul Mescal), e in questo caso non si strugge al pub per la bravura del collega Kit Marlowe. Il dolore, quello vero, arriverà dalla perdita di quanto è loro più caro. E l’arte li salverà.

Prodotto da Steven Spielberg, candidato a 8 premi Oscar, tra cui Miglior film e Miglior regia, già vincitore del Golden Globe per il Miglior film drammatico e per la Migliore attrice protagonista, Jessie Buckley, che è la favorita anche nella corsa alla statuetta dell’Academy, Hamnet è uscito nelle sale italiane il 5 febbraio. Informazioni di servizio a parte, parlarne con la sua fautrice è la maniera migliore per immergersi in un film fatto di emozioni forti, che coinvolgono mente, cuore e corpo. Alla domanda di come ci sia riuscita, ha risposto, almeno a questo, con grande asciuttezza. «Ho chiesto a Maggie, che ha scritto la sceneggiatura con me, di prendermi per mano e guidarmi nel suo mondo. E poi ho avuto questo gruppo di attori incredibili e i miei capi reparto. Tutto qui. Per realizzare l’impossibile c’è bisogno di un villaggio».

Parliamo proprio delle interpretazioni, hanno qualcosa quasi di selvaggio, soprattutto quella di Jessie Buckley. Che conversazioni avete avuto rispetto la fisicità? E nel caso di Agnes, al modo in cui vive la natura, che è fondamentale per capire il personaggio.
Il mio lavoro è creare un contenitore in modo che i miei attori possano sentirsi il più possibile al sicuro. E qualunque cosa venga naturalmente fuori da loro è sontuosa. E io aspetto quel momento. Anche perché non è possibile discutere di come dovrebbe essere espresso il dolore.

Mi piacerebbe approfondire di più questo aspetto, soprattutto per quanto riguarda la catarsi generata dal fondere la vita reale con dei mondi immaginari. Spesso diventa cliché, in questo caso non accade.
È probabile che gran parte dei narratori, passati, presenti e futuri, non abbiano avuto un’infanzia facile. Ed è per questo che si rifugge nella fantasia. È difficile da spiegare, ma quando il tuo mondo sta crollando a pezzi, è proprio allora che devi, più che mai, raccontare storie, per trovare un equilibrio tra spirito e materia, perché si ha sempre bisogno di entrambi. Perché se ti aggrappi solo al primo, inevitabilmente ne vieni risucchiato. Personalmente mi preoccupo del mio benessere come artista, e applico questa filosofia a tutto il mio ambiente di lavoro.

Continuiamo a parlare di questo processo curativo attraverso l’arte. Gli ultimi venti minuti di Hamnet lo spiegano perfettamente. Quanto è importante trasformare o trascendere i sentimenti in una qualsiasi forma d’arte, e quanto ancora di più lo può essere in un momento storico come quello che stiamo vivendo?
È fondamentale. Ci sono diversi aspetti da considerare. C’è una lunga storia di soppressione delle nostre emozioni, di costrizione dei nostri corpi e delle nostre espressioni, di ciò che è culturalmente accettabile nella società. Non siamo come dovremmo essere, questo va avanti da molto tempo e ci ha allontanato da ciò che è naturale, come lo è per il nostro corpo imparare a partorire, o elaborare il dolore, fare l’amore, morire. Tutte queste cose non ci è stato permesso farle in modo naturale. Poi c’è l’isolamento, la mancanza di un’esperienza comune, riunirsi in rituale. E un’altra grande perdita è stato il progressivo abbandono delle culture ancestrali indigene e della loro saggezza, quella che ci hanno tramandato per ultime le nostre nonne, e la stessa mancanza di attenzione nei confronti degli anziani nella comunità. Potrei fare un lungo elenco. La risposta alla tua domanda è che è davvero importante curare attraverso l’arte perché ci ricorda che i rituali e le esperienze comuni hanno il potere alchemico di affrontare gli alti e bassi dell’essere umano.

Il suo lavoro spesso parla della costruzione di una comunità, delle sue relazioni interne e dei rituali che la governano. Cos’è che maggiormente le interessa di questi aspetti?
Che si tratti di cerimonie, religiose o non religiose, o raduni spirituali, che tu vada a un concerto, in un club o a una partita di calcio, anche quando si canta insieme per la propria squadra del cuore, succede qualcosa, la paura quasi svanisce, perché ci si sente tutt’uno con il mondo. Per un breve momento, l’illusione della separazione si dissolve. Succede quando vai a un concerto di Max Richter. Le persone si riuniscono e iniziano a vibrare alla stessa frequenza. È quello che dice sempre Max. La musica è vibrazione. Può aiutare le persone a far vibrare le particelle del loro corpo allo stesso livello, così all’improvviso ti senti trascendente perché sei un tutt’uno con una foglia, con una goccia d’acqua, che è la stessa cosa che sei tu. Quindi, essere sul set e avere la musica di Max in sottofondo, chiedere alle persone di respirare insieme, la creazione non compito solo dei nostri protagonisti, ma di tutto il cast e la troupe. È unità, non separazione. Quando Jesse e Paul recitano, stanno canalizzando energia a tutto ciò che li circonda. E io credo nell’energia, ed è interessante come possa essere usata come strumento di lavoro. Così come la saggezza, che manca da troppo tempo nella nostra cultura. Insieme, abbiamo riflettuto sull’esperienza che abbiamo vissuto.

(È utile qui fare una piccola digressione. Max Richter ha composto la colonna sonora di Hamnet, un processo che Chloé Zhao ha seguito passo per passo, lavorando a stretto contatto con lui prima del film, ed entrambi insieme a Johnny Byrne, che si è occupato della “musica della foresta”, se così la vogliamo chiamare, creando il suono del sottobosco che una costante presenza nel film. Il rapporto artistico tra Zhao e Richter è proseguito anche oltre il set e la post-produzione, si è trasformato addirittura in una parte importante della promozione del film, raccontando la genesi dell’universo sonoro di Hamnet in un incontro che hanno tenuto insieme a Londra a metà gennaio, durante il quale hanno raccontato la loro esperienza e suonato dal vivo parti della soundtrack, ndr)

Ci sono tante forme di energia e di approccio al lavoro artistico. Ho letto che sul set di Hamnet avete usato il sogno come strumento da applicare alla recitazione.
Ci siamo avvalsi dell’aiuto di Kim Gillingham, la fondatrice di Creative Dreamworks. Kim è stata un’allieva di Marion Woodman, a sua volta allieva di Carl Jung, e grazie a lei abbiamo lavorato in una maniera alternativa, attraverso un’immaginazione attiva dell’utilizzo dei sogni. Facciamo conto che il sogno sia un contenitore che, se stretto abbastanza forte, fa emergere il materiale dall’inconscio. Ma i sogni si esprimono attraverso dei simboli, parlano il linguaggio dell’ambiguità. E così, quando si lavora con i sogni, non si ottiene un risultato immediato, ma tutto ciò che ne scaturisce si mescola attraverso un processo, lungo ma lineare. Preferisco questo tipo di approccio rispetto al Metodo. Non potrei lavorare con attori che lo usano, è troppo stressante per me. Ma capisco perché molti attori ne abbiano bisogno. Perché se passi dalla tua roulotte al set, dove ti viene immediatamente chiesto di immergerti in un altro territorio e in un’altra realtà, con tutte le emozioni che ne conseguono, stai chiedendo agli attori di fare qualcosa di impossibile. E finiscono per portarsi a casa il lavoro. Recitare con il Metodo non è salutare. Soprattutto, è a me che manca qualcosa, perché così non mi dai te stesso. Non voglio solo il personaggio, voglio Jessie, voglio Paul, voglio vedere la chimica tra loro e i personaggi. Il Metodo uccide il testimone. Ma questo è il nostro lavoro, quello dei produttori e del regista: fornire denaro e tempo per dare agli attori i mezzi per prepararsi, anche sul set. Quindi li chiamiamo, li facciamo arrivare a una certa ora, e li aiutiamo a entrare in quello spazio, assicurandoci che anche quello circostante e tutte le energie siano in sintonia. Passiamo metà della nostra vita a sognare, e dentro quei sogni c’è qualcosa di profondo che abbiamo dimenticato come esplorare.

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