Chet Faker non vuole mai più essere una popstar

Con a A Love for Strangers, il suo nuovo disco, è tornato alla musica che amava prima di diventare famoso, mescolando videogiochi e trip hop, grunge e pop melodico. Ne abbiamo parlato con lui, in attesa di ascoltarlo dal vivo in Italia quest'estate.

24 Maggio 2026

Con A Love for Strangers, Chet Faker torna al progetto che lo ha reso riconoscibile, ma lo fa da un punto completamente diverso: più essenziale, più libero, meno interessato all’idea di successo che per anni ha accompagnato il suo nome. Nel nuovo album convivono memoria, amore, delfini e stratificazioni sonore che arrivano dagli anni Novanta e dai primi Duemila, mescolando videogiochi e trip hop, grunge e pop melodico. In questa conversazione, Nick Murphy racconta il disco come un ritorno ai suoni della sua formazione, ma anche come un modo per prendere le distanze da tutto ciò che rischia di trasformare un artista in un personaggio. Lo incontriamo mentre si prepara a tornare in Italia, dove questa estate porterà il disco anche al Polifonic Festival, in Valle d’Itria, in Puglia (il 25 luglio a Cisternino, alla Masseria Capece).

Come è nato A Love for Strangers?
Penso che il punto di partenza sia stato soprattutto il suono. Volevo mettere insieme molte delle cose che ascoltavo da bambino e da adolescente, tra gli anni Novanta e i primi Duemila. C’erano le ballate pop al piano che passavano in radio, ma anche la musica dei videogiochi, molta jungle, breakcore, trip hop, big beat, e perfino certe atmosfere più grunge. L’idea era vedere se tutto questo potesse convivere nello stesso disco: chitarre, breakbeat, canzoni molto melodiche. In fondo volevo fare un album che mi riportasse a un periodo in cui il mondo mi sembrava meno cupo.

Ascoltandolo, sembra quasi un Chet Faker più innamorato. È una lettura giusta?
Sì, credo di sì. Anche in passato c’erano canzoni d’amore, ma qui il sentimento attraversa tutto il disco. È un album che parla di amore in forme diverse, non solo in quella più romantica o ideale. In questo senso è probabilmente il mio lavoro più apertamente “in love”.

Inefficient Love è uno dei momenti più nudi del disco. Come è nata?
È una di quelle canzoni che arrivano quasi da sole. Non ho avuto la sensazione di averla costruita: è comparsa molto in fretta, come un piccolo regalo. Ho scritto il testo in una quindicina di minuti e anche il resto è successo con naturalezza. Ogni volta che provavo ad aggiungere qualcosa, sentivo che il pezzo perdeva forza. Voleva restare semplice: accordi, voce, basso. Per me è stato quasi insolito, soprattutto dentro il mondo di Chet Faker, dove di solito il lavoro sulla produzione è più evidente. Qui invece mi interessava lasciare il brano nella sua nudità.

Sono passati più di dieci anni da Built on Glass. È cambiato il tuo modo di scrivere?
Moltissimo. Prima avevo l’istinto di registrare subito ogni idea, portarla immediatamente sul computer e iniziare a costruirci sopra. Adesso sono molto più paziente. Prendo una chitarra, suono, e a volte lascio che un’intuizione cresca per giorni, settimane o persino mesi prima di registrarla. Credo che questo abbia a che fare con il fatto che oggi mi interessano canzoni più semplici, più pure. Non voglio più perdermi nelle possibilità infinite del computer: mi interessa capire qual è la forma più essenziale che una canzone può avere.

Per un periodo hai scelto di usare il tuo nome, Nick Murphy, invece di Chet Faker. Perché?
Per me è stato un modo di creare distanza. Quando tutto è diventato molto grande, molto visibile, avevo solo 25 anni e quella quantità di attenzione mi pesava. Cambiare nome mi ha aiutato a prendere spazio, ma anche a capire una cosa: quanto di quell’entusiasmo fosse davvero rivolto alla mia musica, e quanto invece al nome, al marchio, all’idea di Chet Faker. Forse, guardando indietro, senza quella scelta sarei diventato ancora più famoso. Ma la verità è che non credo di volerlo. Mi piace poter continuare a fare musica senza che la fama renda invivibile la mia vita quotidiana.

Angel’s Dolphin 111 è uno dei momenti più strani del disco. Cosa c’è dietro?
Mi divertiva l’idea dei numeri angelici disseminati nell’album, e “111” è anche la durata del brano: un minuto e undici secondi. È una specie di piccolo interludio, quasi un mantra mistico. Da lì si è aperta anche tutta una fascinazione per i delfini, per il loro immaginario simbolico e quasi spirituale. È uno di quei pezzi che non nascono da una logica lineare, ma da un’associazione intuitiva di immagini, numeri e suggestioni.

Tra poco tornerai in Italia per suonare al Polifonic Festival, in Valle d’Itria, Puglia. Che rapporto hai con questo Paese e cosa dobbiamo aspettarci dal live?
Sono già stato in Puglia tempo fa, ci ho anche suonato, e ho un bellissimo ricordo di quel viaggio. Il live oggi è pensato come un vero equilibrio tra elettronica e performance dal vivo, che poi è anche la natura stessa della mia musica. Sul palco siamo in tre e questo disco, in particolare, è stato concepito molto pensando alla dimensione live: quasi ogni canzone ha una parte suonata, che sia chitarra, piano, batteria o basso. Credo sia una delle configurazioni migliori che abbia avuto finora.

C’è qualcosa che vuoi dire alla nuova generazione di artisti?
La prima cosa è: non mettetevi in una scatola troppo presto. Vedo molti artisti, soprattutto online, definirsi in modo rigidissimo, come se dovessero spiegarsi subito in una frase perfetta. Ma non serve. Potete semplicemente dire il vostro nome e fare musica, o arte. Non dovete decidere subito che cosa siete, perché magari tra cinque anni vorrete fare qualcosa di completamente diverso. L’altra cosa è cercare connessioni reali, fuori dal telefono. Incontrarsi, fare cose insieme, creare comunità vere. Penso che oggi sia più importante che mai.

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