I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Carlo Petrini – Carlin, come amava farsi chiamare – è morto giovedì, all’età di 76 anni. Pensatore e fondatore di Slow Food, dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e del progetto Terra Madre, non è rischioso dire che abbia cambiato il modo in cui oggi pensiamo la cucina, a ogni livello. Anzi, che dico: il cibo tutto.
Petrini è stato idealista e ideologo che ha portato avanti, dritto come una freccia, nel corso di 40 anni precisi, concetti molto semplici capaci di permettere ai nostri prodotti della terra e al nostro modo di vedere il cibo di elevarsi, senza mai essere snob. È stato, a tutti gli effetti, un intellettuale, oggi più che mai, in un mondo, privo di appigli intellettuali, in cui il cibo si eleva ad affare di studio. L’ha fatto bene, l’ha fatto in maniera sana, ci ha creduto veramente. Con il celebre slogan “Buono, pulito e giusto”, Petrini ha riassunto perfettamente il pensiero per cui il cibo non è soltanto nutrimento, ma è politica, giustizia, salute e, soprattutto, piacere. In un mondo ultra meccanizzato, come lo era negli anni ’80 e oggi ancora di più, il cibo è diventato un mero bene di consumo da una parte e una questione di élite dall’altra. Per Petrini il mangiare era, invece, atto politico e soprattutto agricolo. Valorizzazione del territorio, sublimazione gustativa, diritti dei lavoratori, tutte cose che non ha mai smesso di ripetere, fino all’ultimo. Avanti anni luce, sempre.
L’anti-futurista
In un certo senso si potrebbe contrapporre perfettamente la mastodontica opera Slow Food al futurismo: entrambe i movimenti hanno avuto il loro manifesto, d’altronde. Quello del Movimento Internazionale per la Difesa e il Diritto al Piacere, nato il 10 dicembre 1989, e siglato, tra gli altri, anche da Dario Fo e Folco Portinari, però, è l’opposto perché esalta la lentezza, attacca la velocità e l’industrializzazione. «Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita. La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la vita veloce, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei fast food». Ed è, allo stesso tempo, avanguardia, perché progetto sempre da rincorrere, utopico, atipico e visionario.
Per chi non conoscesse bene chi fosse Carlo Petrini e la sua creatura: Slow Food nasce con il nome di Arcigola nel 1986, dall’idea che a oggi può sembrarci banale per la quale il gusto, quello vero, fosse all’opposto della standardizzazione industriale. Il gusto è inteso letteralmente, il gusto delle cose, le cose che hanno un sapore identitario. Da questo concetto, ora familiare persino a mia nipote di nove anni, si è sviluppato Slow Food, risposta a una domanda concreta – che stiamo mangiando? – e, come conseguenza naturale ma non scontata, una rete fittissima fatta di artigiani, cuochi, contadini, studiosi, consumatori e comunità locali. Di fatto, Petrini con Slow Food ha rivoltato come un calzino il modo di vedere il mangiare: non si parla più di ricette e tecniche, ma si dà spazio a provenienze, a prodotti localissimi, al concetto di biodiversità. Una rete che ha protetto, con i propri Presidi, coltivazioni oscure che sarebbero certamente andate perdute. Alcune conosciute, come la bottarga di muggine di Cabras, in Sardegna; e altre più oscure, come la Lumachella orvietana, un pane arricchito con pancetta, guanciale e pepe arrotolato a guisa di lumaca.
Una questione politica
Ha fatto di più, a dire il vero. Con Terra Madre ha creato una rete di contadini, chef, osservatori, studiosi e volontari e molto altro, globale. Nel secondo congresso del 2006 (!) c’erano: 4.803 agricoltori, allevatori, pescatori e operatori dell’agroalimentare artigianale provenienti da 1.583 comunità alimentari di 150 paesi; 953 cuochi; 411 professori e rappresentanti di 225 università, 2.320 osservatori e accompagnatori e 776 volontari. Numeri che servono solo ed esclusivamente a fare capire bene quale fosse la portata di questa questione politica – sì, politica. Una portata globale per la quale ho visto personalmente dottorati di Oxford con le lacrimucce per essere stati scelti a fare lezione nell’università di Pollenzo, un microcosmo incastonato tra Alba e Bra, dove Petrini risiedeva.
Petrini ha salvato prodotti che sarebbero oggi perduti, ha combattuto multinazionali e ci ha ricordato, come ha detto chef Massimo Bottura, «che il cibo è cultura e responsabilità». Le critiche non sono certo mancate, va detto: Slow Food come setta, Slow Food come ideologia elitaria, posh. Però Petrini è ancora una volta andato per la sua strada, ha seguito il suo percorso scritto dal destino. In un’Italia che oggi prende il suo insegnamento per rafforzare il nazionalismo, lui nazionalismo non era. La sua forza è stata universale, ha spaccato in due il mondo del cibo e ci ha fatto conoscere – seppur con qualche scoppio di risa – le alici del Cantabrico, l’arancia rossa del, la cipolla di, il porro gigante de. Ci ha fatto scoprire la diversità in un mondo di Gocciole. In un mondo tutto uguale, ha fatto cultura dove cultura non dovrebbe esserci, nonostante sia necessaria.
Allora ode a Petrini, che ora lascia un vuoto si spera non incolmabile. Evviva le chiocciole con cui si identificano le trattorie che sposano la filosofia, evviva pure il porro gigante di. Evviva e grazie. «Chi semina utopia raccoglie realtà», diceva. E diceva bene. Ha vinto bene. La perdita ora aprirà un buco che sarà difficile colmare. Ma la struttura che ha lasciato è molto più di uno scheletro e quindi anche tutti noi, come lui, faremo bene.
