Alla Berlinale abbiamo assistito alla nascita del Nuovo Cinema Boomer

Analogico, passatista, efficace, molto ben fatto e un po' trombone: la Berlinale l’ha dominata chi ha tentato di dimostrare che si stava meglio quando si stava peggio e che i giovani di oggi sono la peggiore generazione di sempre.

23 Febbraio 2026

Arroganti, stupidi e aggressivi: non è stato un festival tenero nei confronti di adolescenti e giovani adulti, quello di Berlino. Succede in un’edizione ostaggio di polemiche che alla fine hanno aiutato a mascherare una crisi qualitativa non da poco, tanto che la corsa all’Orso d’Oro da una lotta per l’eccellenza sarà una questione di chi ha sbagliato meno.

L’avvisaglia di come sta cambiando il vento cinematografico quindi non bisogna cercala nel concorso, affatto entusiasmante, bensì nella sezione Berlinale Special, dove il Festival ha parcheggiato buona parte dei film anglofoni e mainstream che è riuscito a mettere in cartellone. A differenza del concorso, qui facce e nomi noti ci sono e c’è anche il cinema “popolare”, che non avrà problemi a trovare la via della sala e arrivare in Italia. Nella cornice temporale ipercondensata del festival è più facile notare come, specialmente dalle parti degli studios, ci sia una gran voglia di dire che si stava meglio quando si stava peggio. Verrebbe quasi da chiamarlo Cinema Boomer, dato che Verbinski è nato nell’ultimo anno buono per iscriversi a quella generazione e dato anche il fatto che  il protagonista di The Only Living Pickpocket in New York ha più o meno la stessa età. E se due indizi fanno una mezza prova, conviene ricordare che questo fenomeno su piccolo schermo è già ben radicato: da qualche anno infatti Apple TV ha aperto la via del ritorno della daddy prestigious television, seguita a ruota dagli altri servizi streaming. Si tratta di un’etichetta appicciata, più o meno a proposito, a un grande quantità di prodotto televisivo degli ultimi anni, più o meno riassumibile come: show che per genere, protagonisti e orientamento politico-morale sono pensati per una fetta demografica composta da maschi over 50, prodotti caratterizzati da una fattura “vecchia scuola”. Una qualità tecnica che ne decreta spesso il successo presso un pubblico più trasversale.

Non potrebbe esserci definizione migliore per Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski, che però è un film. Accolto con discreto calore dalla critica, segna il ritorno di un regista old school dopo un decennio di silenzio causato dal flop della sua scommessa horror La cura dal benessere (nel frattempo divenuto un mezzo cult). A colpire, di questa pellicole, fin dalle primissime sequenze, è una fattura curatissima, come oggi si vede raramente. Il film si apre in una tavola calda in cui Verbinski, con un abile montaggio, intreccia una decina di microstorie fatte di mani che si toccano, condimenti e fette di torta che vengono distribuiti e assaggiati, comande che arrivano in cucina, orologi che ticchettano. È tutto il film a essere calato in un presente fatto di smartphone e AI, ma girato e montato come un blockbuster degli anni ’90. Scordatevi tediosi campi e controcampi: Verbinski in ogni inquadratura ci mette la firma, girando scene d’azione e inseguimenti in macchina realistici ed elettrizzanti, utilizzando delle anacronistiche macchinone anni ’80 proprio per richiamare esplicitamente quel cinema.

Non è solo una nostalgia del cinema di un tempo, non è solo un regista classe 1964 che decide di continuare a fare le cose come si facevano una volta, infischiandosene dello status quo. Good Luck, Have Fun, Don’t Die è anche un film risolutamente anti-tecnologico, che attraverso un meccanismo a Il giorno della marmotta lancia un monito duro sulla nostra dipendenza mnemonica, affettiva, pratica da smartphone, Internet e social. Uno dei segmenti più riusciti del film è quello che descrive gli adolescenti come creature incomprensibili per i personaggi adulti del film, in una satira cattiva sì, ma davvero riuscita, dell’ironia tipica della Generazione Z. Il bersaglio sono proprio gli studenti zombie appiccicati ai loro smartphonea guardare contenuti che sembrano messaggi subliminali, privi di qualsivoglia rispetto verso gli educatori o senso dell’autorità. Parlano un linguaggio incomprensibile e di chiara ispirazione pubblicitaria e diventano aggressivi se il contatto tattile con i telefoni viene ostacolato. C’è persino un mostro similfelino che è la perfetta sintesi grottesca dell’estetica grottesca del video generati con l’AI a partire da prompt assurdi che mescolano una violenza gelida a soggetti deboli o carini (gattini, donne incinta, bambini).

Descritto così sembra il delirio di nonno Simpson che grida alle nuvole e invece no, perché Verbinski si presenta con un soggetto originale scritto dal Matthew Robinson di Love and Robots che mette in piedi una critica spietata ma ragionata alla tecnologia, che parte da una profonda comprensione dei meccanismi e dei linguaggi dei nativi digitali. Anche se sul finale diventa sin troppo semplicistico, è difficile dare torto a Good Luck, Have Fun, Don’t Die. Magari è eccessivo nella sua allergia (letterale) verso ogni dispositivo smart e wi-fi ma, seppur controvoglia, bisogna ammettere che mette a fuoco parecchie questioni problematiche del presente tecnologico, per giunta con un soggetto originale.

È più di semplice daddy prestige cinema, è più di  semplice nostalgia verso l’era analogica dove manopole, tubi catodici e denaro contante vengono letti come simboli di una moralità superiore, di un vivere più autentico. Specie quando a portarli avanti è un regista giovane con un passato da attore come Noah Sagan, che scrive e dirige un altro soggetto originale visto a Berlino e intitolato The Only Living Pickpocket in New York. Usando come proxy John Turturro (impeccabile, come al solito), il film è ambientato in una New York che sembra aver perso la sua anima insieme ai telefoni pubblici, agli sbirri con un mazzo di foto segnaletiche di ricercati, le segreterie telefoniche e, ovviamente, i borseggiatori.

Anche stavolta è un giovanotto a incarnare il cattivo della situazione, esponente di una potente famiglia di criminali a cui Turturro fa l’errore di rubare il portafoglio. Un ladro gentiluomo che si spazza le scarpe tutte le mattine dopo essersi preso teneramente cura della moglie paralizzata a letto, ricordando i bei tempi andati con il ricettatore Steve Buscemi e il detective Giancarlo Esposito. I giovani, arroganti e arrivisti, hanno invaso lo spazio di questi veterani impeccabili. Esposito lamenta che l’unità dei crimini cyber occupa tutti gli uffici del distretto, Buscemi che ormai gli aggeggi tecnologici rubati sono monopolio dei cinesi. Persino una parente del derubato si ritrova a constatare come il nipote non sia semplicemente all’altezza e, quando la nuova generazione prenderà il controllo dello spazio criminale, distruggerà tutto. Ok Boomer, verrebbe da dire, non fosse che ancora una volta è un film conservatore, forse un po’ passatista, ma di splendida fattura.

È ancora una volta fuori concorso il film migliore dell’edizione, per giunta un esordio diretto da un ex montatore di film di fascia bassa. In The Weight, Padraic McKinley non guarda al passato con nostalgia perché lo ambienta in questo stesso periodo storico, ma nel Novecento. Siamo infatti nel caos del post Grande Depressione. Gli anni Trenta sono appena avviati e il governo statunitense è pronto ad appropriarsi delle riserve auree per correggere la rotta economica del Paese. Persino qui c’è amore per l’analogico: il protagonista di Ethan Hawke, ancora una volta, è uno che con le mani ci sa fare, di mestiere ripara auto truccate. Il film è una sorta di western thriller (c’è forse un genere più “da papà” di questo?) nella cornice inconsueta delle foreste dell’Oregon. Per riabbracciare sua figlia e uscire di galera, Hawke deve accettare un lavoretto illegale commissionato dal comandante del campo di lavoro dove sta scontando la sua condanna: trasportare una notevole quantità  di lingotti d’oro da un punto all’altro dell’Oregon, in gran segreto. Ne segue un’avventura ottimamente scritta, perfettamente girata, in cui la tensione e il ritmo sono altissimi fino alla fine, guidati ancora una volta da un uomo che non si riconosce nel tempo in cui vive, che ha un’etica “passata” ma per il bene della propria famiglia si ritrova “costretto” a fare l’impossibile.

Buona parte di questi protagonisti che incarnano la morale di un tempo perduto, fautori di una tecnologia analogica e controllabile dall’uomo, si muovono assai fuori dal perimetro della legge. In Dust, Anke Blondé e Angelo Tijssens riescono ad avere nostalgia degli anni ’90 delle grandi truffe finanziare che diedero il là alla prima era tecnologica di cui l’attuale Big Tech è erede. La storia, dai ritmi e dall’umorismo quasi impenetrabili al di fuori del confini del nord Europa, è un bromance finanziario tra due visionari del coding e di una proto intelligenza artificiale. Luc e Geert hanno tirato fuori la regione dove hanno fondato la loro azienda da un passato di fango e agricoltura, portando ricchezza e sviluppo a migliaia di piccoli e grandi investitori. Solo che i due hanno truccato i conti per farlo e, per colpa di un giornalista manco a dirlo più giovane, piacente e arrogante di loro, tra ventiquattr’ore diventeranno i nemici pubblici numero uno, mandando l’intera regione sul lastrico. Una sorta di crack Cirio o Parmalat, ma che costruisce un’incredibile etica da parte di chi l’ha architettato e sente di essere stato vicino a fare qualcosa di grande.

Persino il genere del doc musicale, uno di quelli più a rischio di agiografia, si è spostato saldamente nelle celebrazioni di vecchie glorie antiche. Per ogni The Moment – mockumentary in cui Charli XCX ripercorre il fenomeno Brat in una versione grottesca e alternativa in cui succede tutto il peggio alla protagonista – c’è un The Ballad of Judas Priest, agiografia gradevolissima e metallara in cui l’omonimo gruppo mette un po’ i puntini sulle i e ricorda chi il metal l’ha fondato insieme ai Black Sabbath, con tanto di codazzo di musicisti della generazione successiva che ne constata, applaudendo, l’enorme eredità musicale.

Quello che sta succedendo alla Berlinale dimostra che ormai in un grande evento nessuno scampa alla grande polemica

Il guaio in cui è finito il presidente della giuria Wim Wenders, che ha detto che il cinema non deve fare politica, è una costante in ogni grande evento, da Sanremo alle Olimpiadi. Un personaggio pubblico può davvero dire la cosa giusta nell'epoca della polemica permanente?

Leggi anche ↓
L’infiltrata, l’unico modo per salvarci dalla violenza politica in futuro è conoscere quella del passato

In Spagna è stato uno dei film più visti e premiati del 2025, nonostante sia un film di genere che racconta una pagina di storia traumatica come quella del terrorismo indipendentista basco. Del film, del suo successo e del suo messaggio abbiamo parlato con la regista Arantxa Echevarria.

Per festeggiare il centenario della sua nascita, ad aprile uscirà un album inedito di John Coltrane

Si tratta dei leggendari Tiberi Tapes, registrati tra il 1961 e il 1965, finora rimasti inediti e custoditi in una collezione privata.

Grian Chatten dei Fontaines D.C. ha fatto una cover dei Massive Attack per la colonna sonora del film di Peaky Blinders

E non solo: per il film, che uscirà nelle sale il 3 marzo e sarà su Netflix a partire dal 20, ha scritto anche due canzoni inedite.

Il primo film di Joachim Trier si trova su YouTube ed è un video di lui da ragazzo che fa skate con gli amici

A 16 anni il regista di The Worst Person in the World e di Sentimental Value era un quasi professionista dello skate.

Tommaso Paradiso, poesia delle cose semplici

Il cantante ci parla di ricordi e piaceri, musica e traguardi, Sanremo 2026 e il Sanremo di Pippo Baudo. L’ultimo disco, Casa Paradiso, con i primi concerti giovanili, imitando gli Oasis, fino al nuovo tour nei palazzetti. La maturità e la famiglia con un certo sapersi godere la vita, le amicizie, i piaceri più semplici.

Oliver Laxe ha fatto Sirat per ricordarci che al cinema non si va per divertirsi

Dei Lumiere e dei cimiteri della Galizia, del teatro e della danza, del corpo e di psicologia della Gestalt: di tutto questo, e ovviamente di cinema, abbiamo parlato con il regista di uno dei film più amati, odiati, premiati e discussi dell'ultimo anno.