E anche a patto di trovare un produttore che ci metta moltissimi soldi per permetterle di fare le cose in grande.
Come tutti gli uomini di cultura vera e raffinata, Béla Tarr amava la volgarità. Tutte le sue interviste sono piene di parolacce, imprecazioni, lamentele, arrabbiature, insulti. Il primo lavoro della sua vita era stato operaio presso un cantiere navale, quando aveva sedici anni. Lì non si andava troppo per il sottile, le barche si costruivano con sudore, sputi e bestemmie, Tarr – figlio della piccolissima borghesia di Pecs, genitori che lavoravano entrambi al teatro, padre scenografo, madre suggeritrice – imparò presto a navigare quel mare. Furono anni assai formativi, anni che gli insegnarono che la risposta giusta a quasi tutte le domande è quasi sempre vaffanculo. Un esempio: nel 2023 l’American Cinematheque organizzò a Los Angeles una retrospettiva a lui dedicata che comprendeva una proiezione di Satantango e soprattutto una versione di Werckmeister Harmonies restaurata in 4k. Il titolo scelto per la retrospettiva fu Boundless Damnation, dannazione sconfinata, che dice poco del cinema di Tarr ma molto dei suoi amanti. In ogni caso, per la retrospettiva c’era il tutto esaurito, cosa che sorprese non poco gli assistenti di Tarr, che lo accompagnarono in quel viaggio a Los Angeles. Continuavano a ironizzare sul fatto che chi lo avrebbe mai detto che al mondo ci fossero così tante persone che vogliono vedere i film lunghi. La risposta di Tarr fu: «Ma andatevene affanculo».
Tarr non sarebbe stato né quest’uomo né quel regista se non fosse stato per il comunismo. Non sono molti i meriti da riconoscere al Partito socialista operaio ungherese di János Kádár, ma uno di questi è certamente aver dato al mondo il regista Béla Tarr. Da ragazzo, Tarr sognava di diventare filosofo, finite le scuole superiori voleva iscriversi all’università e mettersi a studiare. Ma il Partito socialista operaio ungherese non era convinto che Tarr appartenesse alla meglio gioventù ungherese che meritava l’istruzione accademica. Aveva soltanto 16 anni ma era già noto alle autorità per via di questo filmetto che aveva girato assieme a una banda di scappati di casa come lui a cui aveva assegnato il pretenziosissimo nome di battaglia Dziga Vertov. Questo film aveva vinto il primo premio a una festival cinematografico locale, e tanto bastò perché le autorità interrogassero tutti i membri del gruppo Dziga Vertov. Sarà un caso, ma dopo questo fatto nessuna università del Paese volle Tarr tra i suoi iscritti. Fu così che finì a lavorare al cantiere navale, poi come impiegato/custode della sede nazionale dalla Casa per la cultura e il divertimento, poi come regista. Ha sempre detto, Tarr, che se le cose non fossero andate come sono andate, il cinema per lui sarebbe rimasto quello che era stato all’inizio: un hobby, un modo per ammazzare il tempo in un posto in cui non c’era granché da divertirsi.
Il rivoluzionario e il maestro
La repressione subita per la prima volta ad appena 16 anni può trasformare il represso in una tra due cose: un reazionario o un rivoluzionario. Per Tarr sappiamo come è andata. Finita la sua vita da regista – quello che dovevo dire l’ho detto, sono soddisfatto, basta così, spiegò annunciano che Il cavallo di Torino sarebbe stato il suo ultimo film – Tarr è diventato maestro. Non nel senso arbasiniano di venerato maestro, riconoscimento di cui non gli è mai importato un fico secco. Maestro in senso letterale: nel 2012 lascia Budapest e se ne va a Sarajevo, anche per colpa di uno sgradevole incontro con degli sgherri del governo di Orban, che vanno da lui a dirgli che da adesso per fare i film bisogna si assuma certe responsabilità e rispetti certe aspettative. «Queste merde, queste merde di destra. Fanculo, […] me ne vado perché non c’è speranza».
E se ne va davvero, a Sarajevo, appunto, dove apre la sua scuola di cinema, l’ormai leggendaria film.factory. Il suo programma accademico Tarr lo riassumeva in quattro parole: «Nessuna istruzione, solo liberazione». I semi della rivoluzione che il regime ungherese aveva piantato in un ragazzino di 16 anni hanno fatto nascere una pianta che continuava a dare frutti anche 40 anni dopo. La film.factory si potrebbe definire, prendendo in prestito le parole del poeta Jay-Z, una scuola in cui Tarr insegnava ai suoi studenti a vivere la hard knock life. «Dovete buttare giù le porte a calci», diceva ai suoi studenti che gli chiedevano come entrare nel mondo del cinema. Fare tutto quello che volete, esattamente come lo volete, proprio come aveva fatto lui. Anche perché questa è l’unica vita in cui a un certo punto ci si può permettere di dire «quel che è fatto è fatto, adesso non me ne frega più niente».
Certo, si prova una certa tenerezza a immaginare quei ragazzi. Il regista di Nido familiare, L’outsider, Rapporti prefabbricati, Almanacco d’autunno, Perdizione, Satantango, Le armonie di Werckmeister, L’uomo di Londra e Il cavallo di Torino che ti dice di fare quello che ha fatto lui. Certo, facile, che ci vuole, mo’ me lo segno, adesso mi ci metto, giusto il tempo di trovarmi anche io un mio László Krasznahorkai con cui scrivere le sceneggiature e un Mihály Víg che mi componga le colonne sonore. Come tutti i radicali, Tarr non ha mai davvero capito che la radicalità è una forma di ascetismo e che l’ascetismo visto da fuori è solo una delle tante pratiche della pazzia. Solo un regista pazzo può decidere di girare tutti i suoi film in bianco e nero per protestare contro le scelte industriali di una multinazionale. Quando negli anni ’80 Kodak passò dalla pellicola in celluloide a quelle di poliestere, Tarr smise di usare quella pellicola. Per sempre. Decise che da quel momento avrebbe girato solo in bianco e nero, perché «i colori in poliestere sono finti. Il rosso è troppo rosso. Il giallo è troppo giallo. Poi finisce che mi incazzo perché non riesco ad aggiustare la drammaturgia del colore».
Uomini forti, film forti
Sembrano davvero i pensieri di un pazzo, ma in realtà sono i ragionamenti di un uomo con una missione (non che le due cose non siano la stessa cosa, spesso e volentieri). I film di Tarr sono quasi impossibili da raccontare, ragione per la quale sono diventati una sorta di prova del fuoco per il cinefilo in divenire: per sapere devi vedere, se vedrai allora crederai, ma non c’è scorciatoia, devi startene nel suo mondo per tutto il tempo che lui ritiene necessario e fare tutto quello che lui ti dice di fare. Quando uscirai, potrai farti la domanda che lui si aspettava il pubblico si facesse alla fine dei suoi film: «Come mi sento? Mi sento più forte o più debole?». A seconda della risposta saprai se ti piacciono i film di Béla Tarr e, forse, se ti piace davvero il cinema.
Sembrano i pensieri di un pazzo anche questi, me ne rendo conto. Ma nonostante il cinema di Tarr sia stato uno dei più fraintesi di sempre – dai critici, che gli hanno affibbiato quell’odiosa etichetta di slow cinema; dai cinefili, che hanno trattato spesso i suoi film come cilicio da mettersi alla gamba per segnalare al mondo il loro fervore religioso – resta anche uno dei più “semplici” che ci siano mai stati. Lui stesso lo descriveva usando quasi ossessivamente la parola onestà, che nella sua testa era merito e metodo, mostrare non soltanto le cose che sono ma anche le cose come sono. «Sono sempre stato una persona di una certa sensibilità sociale, credo si veda nei miei film, nessuno dei quali parla di gente che di solito trovi sulla copertina di Vanity Fair».
Gente come quel commerciante peruviano, protagonista assieme a Tarr della foto che tutti stanno condividendo sui social in queste ore. Il commerciante peruviano aveva un negozio a Lima in cui vendeva solo copie piratate dei film di Tarr, un giorno Tarr passa di lì, lo nota, ci entra e si fa una foto con lui (non sappiamo se abbia anche comprato dei dvd ma non è da escludere). Tante volte hanno chiesto a Tarr perché la scoperta non lo avesse fatto arrabbiare: la pirateria uccide il cinema, no? Lui aveva detto che andava bene così: «Io ci sto perdendo dei soldi, ma il tipo sicuramente non ne sta facendo, vendendo i miei film».
Contro lo storytelling
Gente che non sa cosa fare né dove andare, in un mondo che non è più bello ma che nemmeno è pronto a morire, per un cinema che ricorda le giornate in cui non succede assolutamente niente e che costituiscono tuttavia la stragrandissima parte dell’esistenza. Una delle poche persone ad aver davvero capito la missione che Tarr si era dato fu Susan Sontag, che di Satantango disse la cosa più bella che di un film del genere si possa dire: «Sarei felice se potessi rivederlo tutti i giorni per il resto della mia vita». Il punto è proprio questo: i film di Tarr li rivediamo tutti i giorni della nostra vita, basta guardarsi attorno. Era la sua definizione di storytelling, questa, lui che odiava la definizione ufficiale di storytelling e per questo odiava il cinema «action-cut-action», come lo chiamava lui. Se devi raccontare la vita vera, devi raccontare la stessa cosa che succede infinitamente nello spazio e nel tempo, sosteneva. «Quanto ci metti a dire una cosa dipende dalla cosa che devi dire. Non m’importa cosa è considerato accettabile e cosa no».
Béla Tarr è morto a 70 anni, e non mi è chiaro perché ma questa informazione mi ha stranito. Pensavo fosse più vecchio, molto, centenario o quasi. Penso anche questo abbia a che vedere con la leggenda che lo circondava, quella di un uomo capace di piegare alla sua volontà lo spazio e il tempo, quello dentro e attorno a uno schermo cinematografica ma anche quello dentro i confini e attorno ai bordi del suo stesso corpo, per apparire a piacere come il 16enne enfant prodige che invita i coetanei della sua scuola di cinema a fare casino o il vecchio brontolone sopravvissuto alla sua arte. Per tutta la vita, Tarr ha invitato il pubblico a chiedersi come si sentisse dopo aver visto uno dei suoi film: più forte o più debole. Per tutta la vita, si è rifiutato di azzardare lui una risposta. Ma nelle ultime interviste l’aveva fatto, e mi piace pensare che abbia deciso di smettere di vivere per questo, per lo stesso motivo per cui aveva deciso di smettere di fare film: perché quello che doveva fare ormai l’aveva fatto, la sua risposta ce l’aveva. «Penso che le persone si sentano più forti. Se vedi cose terribili, la vera e propria merda della vita, e la affronti e la capisci, diventi più forte. Io la vedo così».
