In Una mattina gloriosa c’è tutto il mistero e l’incanto che fanno di New York (e dell’America) il più grande spettacolo del mondo

Il nuovo romanzo di Antonio Monda è il racconto di una delle giornate più traumatiche della storia di New York. Ma, soprattutto, è un omaggio alla Città Eterna americana, alle sue accecanti luci e profondissime ombre.

23 Marzo 2026

«Never a dull moment», mai un momento noioso, così Antonio Monda racconta la metà (anno più, anno meno) della sua vita trascorsa a New York. «Never a dull moment», mai un momento di noia è l’espressione giusta anche per descrivere Una mattina gloriosa (Mondadori), il nuovo romanzo di Monda, il decimo di una saga-epopea iniziata quasi vent’anni fa (con un romanzo dal titolo buffo e, a posteriori, quasi profetico: L’America non esiste) e che ora, mi assicura l’autore, è finita. Un ultimo omaggio, dunque – ma vai a sapere, perché Monda mi dice anche di essere già al lavoro sul prossimo romanzo americano – a una città «che mi ha dato moltissimo e che continua a farlo. Una città dura, difficile, ma sempre stimolante ed eccitante», spiega, nell’intervista che mi concede un paio di giorni dopo la “prima” del libro alla Rizzoli nella Galleria Vittorio Emanuele II, a Milano.

Come succede ai volti delle persone, i tratti somatici di una città restano riconoscibili nonostante il passare del tempo, appena appena celati dalle aggiunte dell’età. La New York che Monda racconta nel romanzo è di cent’anni più giovane di quella che esiste adesso e che lui ha vissuto e abitato e osservato, ma poco cambia: dura, difficile, stimolante ed eccitante sono aggettivi che si applicano alla città di allora quanto a quella di oggi. Una città che contiene al suo interno, in ogni momento, tutte le possibili versioni di se stessa, tante possibilità di essere quante sono le povere creature che la popolano, che sono solo una frazione di quelle che la sognano, veri fondatori del mito di New York, praticanti di una fede lontana di cui, un giorno sperano di visitare il tempio. New York è contemporaneamente salotto e giungla, allo stesso tempo laboratorio in cui le forze del progresso sintetizzano una umanità nuova e selva in cui gli uomini tornano a essere gli animali feroci che la civilizzazione ha rinchiuso in fragili gabbie interiori. A tenere tutto assieme è il sole che sorge ogni giorno e che irradia su ognuno la possibilità di vivere una mattina gloriosa, la più gloriosa della propria vita. Arrivare al tramonto e all’alba di domani, quella è un’altra questione: una città in cui non si vive mai un momento noioso è anche una dalla quale non ci si può aspettare certezze.

Una nave sta per arrivare

La mattina del 17 aprile del 1912 avrebbe dovuto essere la più gloriosa di tutte, per tutti. In città tutti attendevano il futuro, che per una volta la smetteva di essere l’immagine traballante che gli uomini inseguono per la vita intera e si manifestava con la tangibilità del ferro e del carbone. La mattina del 17 aprile del 1912, a New York, al Pier 59 dell’Hudson River, il futuro si sarebbe mostrato nella forma di una bestia marina generata e allevata dall’uomo: il Titanic, il transatlantico della White Star Line, la superficie riflettente nella quale tutto il mondo in quel momento voleva specchiarsi. Il Novecento sarebbe stato quello, la definitiva conquista di ogni frontiera, l’unione rapida e sicura di tutti i punti sulla mappa, l’inizio di un mondo che si faceva finalmente meta raggiungibile per tutti, signori e popolani, biglietti di prima, seconda o terza classe. Con un certo qual gusto – anche tetro, anche crudele – per il simbolico, Monda approfitta di questo impareggiabile evento storico, di questo incredibile fatto realmente accaduto, per iniziare a dipanare la sua matassa narrativa.

Il Titanic non arriverà mai a raccogliere il saluto della folla festante, infrangendo la promessa di progresso con cui il Novecento si apriva e mutandosi nel presagio di sventura che il Secolo Breve, almeno nella sua prima metà, avrebbe poi realizzato. Proprio questo è il tema centrale del romanzo, la colla con cui l’autore attacca l’uno all’altro la miriade di POV in cui “spacca”– saggiamente, perché la moltitudine può essere raccontata solo attraverso la moltitudine – la storia della sua città. Un tema che è una domanda, come sempre capita con i romanzi riusciti: cosa succede agli individui quando la grande promessa non viene mantenuta, quando il sogno collettivo viene interrotto? Cosa succede nell’intervallo di tempo che separa il risveglio all’inizio di una mattina che si annuncia come la più gloriosa e la scoperta di star vivendo la giornata più infausta?

All’inizio di quella mattina che avrebbe dovuto essere la gloria nei secoli dei secoli, nei pressi di quel molo, Monda dispone tutti i numerosissimi personaggi di cui ha deciso di servirsi per raccontare questa storia. Sono decine – talmente tanti che ha avuto lui stesso l’accortezza di raccoglierli tutti in un’appendice alla fine del libro – alcuni sono stati carne e ossa, altri sono opera di fantasia, sono tutti collegati da sottili fili colorati, come quelli che i detective dei thriller (americani, ovviamente) usano per collegare tra di loro tutte le informazioni che hanno trovato su un crimine irrisolto, nella speranza che quei fili si intreccino tra di loro a mostrare la fibra di verità nascosta al centro del mistero. Monda usa decine di personaggi e centinaia di informazioni, biografiche o romanzesche che siano, nel tentativo di risolvere il mistero di New York, il caso della città sempre nuova e nata eterna, la contraddizione finale in cui tutte le contraddizioni americane si sommano.

Il cuore del mondo

È un mistero violento, questo che il detective Monda cerca di risolvere: ci sono capitani d’industria che si arricchiscono in spregio alla santità della vita umana, poliziotti razzisti, poliziotti onesti, pugili imbolsiti, truffatori incalliti, donne abbandonate, innocenti ingiustamente condannati, colpevoli inspiegabilmente a piede libero, giovani genitori con la testa piena di speranza, vecchie socialite senza niente in testa, inventori che forse sono dei ciarlatani, politici onesti ma disillusi, criminali incalliti ma necessari, eminenze grigie che si muovono (e trionfano) nei tanti mondi di mezzo che separano i tanti mondi di sopra e mondi di sotto che compongono questo universo che si chiama New York.

(Qui, alla fine di questo breve e incompleto, per forza di cose, elenco di personaggio protagonisti e non, faccio una breve digressione dedicata alla cosa più buffa che Monda mi ha raccontato nel corso di questa intervista. Alla domanda, che ammetto non essere tra le più originali che si possa fare in una chiacchierata con uno scrittore sul suo nuovo libro, Monda mi ha dato la più spiazzante delle risposte. La domanda era: qual è il suo personaggio preferito tra i tanti che compaiono nel libro? La risposta è stata: Josef Stránský, cioè il disgraziato direttore d’orchestra che ereditò la New York Philharmonic da Gustav Mahler proprio negli anni in cui Toscanini veniva invitato a dirigere al Metropolitan. Un uomo in cui vivevano due immensità: la prima era la sua passione per la musica, la seconda la sua assenza di talento. Monda, mi dice, lo sente vicinissimo a sé, perché ne condivide «il senso di inadeguatezza», che nel romanzo, in effetti, è reso con una verosimiglianza che lascia intendere una conoscenza di prima mano, una familiarità che contribuisce alla costruzione dei passaggi contemporaneamente più imbarazzanti ed eroici di tutto il libro)

Da un uomo di comprovata fede “americanista” come Monda ci si aspetterebbe uno sguardo indulgente su quello che è diventato uno dei suoi due Paesi. Ma non è così – «amore non significa cecità», mi dice Monda – ed è questa la sorpresa maggiore di Una mattina gloriosa: la miriade di storie che vengono raccontate in questo libro sono tutt’altro che gloriose. Tutte le persone e tutti i personaggi che si ritrovano, mossi dalle macchinazioni del fato e delle intenzioni del narratore, su quel molo in quella mattina hanno un conto da regolare, una vendetta da prendersi, un credito nei confronti dell’universo che vogliono sia saldato proprio su quel molo, proprio quella mattina. Come spesso avviene nella vicenda umana, questi desideri violenti portano a una violenta fine. E la violenza, altra cosa che sorprende di Una mattina gloriosa, in questa città nuova ed eterna la si trova dappertutto. «La violenza è parte della civiltà americana, è un Paese giovane, ancora pieno di contrasti, di attriti, di soprusi, di abusi, di ingiustizie. Ma anche un Paese mosso da un’energia unica», mi dice Monda.

Rimanere incantati, nonostante tutto

Un’energia per la quale lui ha trovato una definizione assai romanzesca e per certi aspetti anche romantica: la capacità di incantarsi, la forza che muove il titano americano da quando ha assunto coscienza di sé, del mondo e del suo posto in esso. «Essendo una civiltà giovane, una cultura giovane, c’è poco sovrastruttura cerebrale, intellettuale, quindi c’è un atteggiamento più puro di fronte alle cose. Te ne accorgi dall’entusiasmo con cui gli americani vedono gli spettacoli: applaudono, appunto, si incantano, si emozionano. E questa è una cosa che noi abbiamo molto spesso perso. Siamo ostacolati dai nostri giudizi e dai nostri filtri, che spesso ci fa meno godere le cose». Da scrittore e intellettuale italiano ed europeo, Monda su questo non mostra dubbi: tra Europa e Stati Uniti, la linfa vitale scorre più forte dall’altra parte dell’oceano: «Pur essendo giovane, quindi con delle ingenuità, con delle lacune, ma c’è una forza propulsiva straordinaria». Ancora oggi, nonostante tutto.

Questa capacità di incantarsi Monda la mostra per quello che è, una delizia quando va bene e una croce quando va male. C’è un personaggio di Una mattina gloriosa che serve esattamente a questo, a farci saggiare entrambi i fili di questa lama affilatissima che è il sense of wonder, come lo chiamano in inglese: è William Jay Gaynor, il 94esimo sindaco di New York, democratico onesto, uomo pragmatico, primo cittadino di quell’immensa zona grigia che si chiama politica. Il modo in cui lo sguardo di Gaynor – e quindi di Monda, perché anche una persona vera smette di esserlo del tutto quando finisce in mano a uno scrittore, che è in fondo l’unica persona vera davvero raccontata in un libro – si posa sui suoi contemporanei, amati o detestati che siano, è lo stesso con cui l’America guarda a se stessa in ogni punto del continuum spaziotemporale: con egual parti di meraviglia (incanto, appunto) e spavento per questo potente spettacolo di cui, come i newyorchesi che affollavano il Pier 59 dell’Hudson River nella mattina del 17 aprile del 1912, siamo tutti spettatori.

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