La maniera perfetta per festeggiare il settantesimo anniversario della nascita di Paz: vederlo disegnare, parlare, raccontarsi, sorridere.
La foto in copertina è di Gabriele De Marco. La trovate, assieme a molte altre, sul sito ufficiale di Andrea Pazienza.
Il 23 maggio 1956, settant’anni fa, nasceva Andrea Pazienza, uno dei fumettisti, disegnatori e pittori italiani più apprezzati e riconosciuti, autore di opere come Le straordinarie avventure di Pentothal, Zanardi, Pertini e Pompeo. Ha lavorato ad alcune delle riviste che hanno fatto la storia della nona arte italiana, come Frigidaire e Cannibale. Usava tecniche diversissime tra di loro; calcava le linee, le assottigliava, e passava naturalmente da un iperrealismo anatomico a uno stile cartoonesco. Pazienza ha rinnovato il fumetto, portandolo a un livello che non aveva mai raggiunto prima. E ha finito per influenzare tantissime generazioni di autori, direttamente e indirettamente.
Oscar Glioti è un giornalista e scrittore, ed è anche uno dei più grandi esperti di Pazienza. Ha scritto un libro, Fumetti di evasione, in cui l’arte di Pazienza viene affrontata da ogni punto di vista: sviscerata, analizzata, approfondita e offerta al lettore. Nel 2016, insieme a Giovanni Ferrara, oggi direttore editoriale di Coconino Press, ha curato la collana Tutto Pazienza per il Gruppo Editoriale L’Espresso. E negli ultimi mesi ha curato anche due mostre insieme a Giulia Ferracci: una a L’Aquila, intitolata Andrea Pazienza – La matematica del segno, e l’altra a Roma, intitolata Andrea Pazienza – Non sempre si muore.
Glioti fa parte della redazione di Coconino Press, uno degli editori italiani più attenti al fumetto d’autore e alla sperimentazione, che pubblica le opere di Pazienza; ed è uno dei soci fondatori di Damocle, la società di produzione in cui sono presenti anche Valerio Mastandrea e Zerocalcare. Glioti studia e scrive di Pazienza da circa trent’anni. Parlarne con lui significa andare oltre quello che potremmo definire “il mito di Pazienza” e spingersi tra le pieghe dell’arte e della visione di un autore che ancora oggi, tra critica e pubblico, è difficile inquadrare. In questa conversazione telefonica, Glioti si concentra sulle novità che Pazienza ha portato al fumetto e sulla sua eredità e racconta la sua rivoluzione come una grande avventura, fatta di coincidenze, incontri e intuizioni geniali.
ⓢ Che cosa resta, oggi, di Andrea Pazienza?
Ripercorrendo la sua breve carriera editoriale e la sua attività artistica che è durata decisamente di più, visto che Andrea ha iniziato a disegnare e a scrivere da piccolissimo, ho capito che tutto quello che ha fatto è ancora estremamente attuale. Soprattutto, ho capito che è stato in grado di lasciare una traccia profonda in tutti quelli che fanno fumetto. È una cosa di cui ti rendi conto andando alla mostra, dove ci sono alcune vignette sull’Iran, sulla guerra e sull’America che sembrano realizzate da un autore ancora in attività, che fa satira oggi. Andrea aveva una capacità unica di guardare alle cose, una capacità sia profondamente calata nel proprio tempo sia universale, con una visione che tuttora ha qualcosa da insegnare. O comunque, anzi, da mostrare. Al di là di questo tipo di attualità, io credo che Andrea abbia profondamente rivoluzionato quelle che sono le dinamiche comunicative del fumetto. È stato il primo a portare dentro al fumetto tutta una serie di lezioni e di apprendimenti che derivavano dalla sua precedente attività pittorica e dalla sua formazione culturale. Nel 1977, con Pentothal, per la prima volta nel fumetto entravano dei codici linguistici e dei riferimenti culturali che non erano mai entrati prima. E già questo, di per sé, ha creato uno scarto molto grosso.
ⓢ Perché?
Devi considerare che al tempo c’erano moltissimi autori di fumetti che erano degli intellettuali, delle persone di buona cultura e di ottime letture. Andrea, però, è stato in grado di riversare queste conoscenze in modo esplicito nelle sue tavole. Ha dimostrato che il fumetto poteva portare avanti un discorso artistico che, una volta, veniva giudicato alto. Questo cortocircuito introduceva il fumetto in un territorio nuovo, non ancora esplorato, e lo metteva allo stesso livello di altri linguaggi che, al contrario, venivano considerati di caratura maggiore. Ma c’è anche altro. Sempre con Pentothal, Andrea ha rivoluzionato quello che era un dogma del fumetto. E cioè che in un fumetto bisognava per forza fare evasione, intrattenimento ed escapismo, e bisognava parlare sostanzialmente di genere ambientando le proprie storie in territori meravigliosi, lontani dalla quotidianità. E così si passava dai pirati nel Mar dei Caraibi alle distese desertiche dei western, e si arrivava fino allo spazio della fantascienza. Insomma, per fare fumetto, bisognava andare oltre, al di là. E invece Andrea, con Pentothal, ha detto una cosa molto semplice: che si può fare fumetto anche partendo dalla vita di uno studente fuorisede in una città italianissima, che si strugge per la sua condizione di studente, per i suoi patimenti d’amore e per il clima politico dell’epoca. Una trama, in qualche modo, assolutamente ordinaria che sembrava riguardare il singolo e che, in realtà, era la cartina di tornasole di una generazione che si trovava in un momento storico molto particolare.
ⓢ Chi era Pazienza?
Andrea si è dimostrato sempre un talento eccezionale, fin da piccolissimo. E con Pentothal non ha fatto altro che ribadire questo talento e questa visione, sovvertendo completamente quelli che erano i codici espressivi dei linguaggi del fumetto. Come si vede nella mostra che abbiamo organizzato a L’Aquila e nella sala iniziale di quella che abbiamo fatto a Roma, Andrea ha sempre avuto una fascinazione fortissima per il fumetto. E quando da bambino ha provato a fare i suoi primi fumetti, ha immediatamente stravolto le caratteristiche base di questo mezzo di espressione. Per esempio ci sono dei fumetti che ha realizzato a pochissimi anni in cui le vignette non sono rettangolari ma tonde. E parliamo di fumetti che risalgono al 1967. Questo per dire che Andrea ha sempre avuto in sé la voglia e il destino di rivoluzionare ogni cosa, a partire dalle fondamenta.
ⓢ Anche questo ha determinato la sua grande libertà creativa?
Nonostante abbia indagato il fumetto in tutte le sue declinazioni, dalle storie fatte solo con dei balloon, senza personaggi, all’iperrealismo di altre storie che tornavano al linguaggio pittorico, Andrea è riuscito a mantenere una certa riconoscibilità. E questa riconoscibilità ha influenzato la sua libertà creativa. Nella sua capacità di toccare tutti gli estremi di questo linguaggio, Andrea ha avuto la fortuna e la furbizia di assorbire come una spugna le lezioni, gli insegnamenti e la pratica di tantissimi autori geniali che hanno affiancato la sua avventura editoriale.
ⓢ E questo che effetto ha avuto?
Andrea Pazienza non sarebbe stato Andrea Pazienza se non avesse capito quella che era la forza delle persone da cui era circondato. Penso a Stefano Tamburini, Filippo Scòzzari, Massimo Mattioli e Tanino Liberatore e agli altri con cui ha collaborato. Da tutti questi ha carpito e rielaborato le loro innovazioni. La grande capacità di Andrea era anche quella di sapersi sintonizzare sulle frequenze di chi incontrava: prima a Cannibale, poi Il Male e Frigidaire. Anche come lettore ha saputo prendere il meglio di ciò che scopriva. E non si fermava davanti a niente. Dalla narrativa al cinema, dall’arte alla musica. Andrea prendeva tutto questo, lo trasformava, lo rendeva una parte di sé e poi lo trasferiva sul foglio.
ⓢ Rispetto ad altri autori, Pazienza non si è mai posto come un intellettuale consapevole.
No, mai. E se c’è un’altra cosa che emerge in maniera abbastanza limpida dalle testimonianze di chi lo ha incontrato e conosciuto, e dai suoi scritti e dai suoi fumetti, era la sua attitudine estremamente “cazzona”. Non si è mai preso troppo sul serio; ha sempre provato a divertirsi in quello che faceva. E non ha mai provato a dettare una linea o a fare scuola. Era un artista che sapeva lavorare benissimo in gruppo, ma era comunque consapevole di essere unico. Faceva quello che voleva con la libertà di poter cambiare da un giorno all’altro e con la consapevolezza di poter deludere i suoi lettori.
ⓢ Non provava a evitarlo?
Andrea era molto altalenante nella sua produzione. Pensa, per esempio, a una storia come Campofame. L’aveva iniziata con una perizia pittorica incredibile, e poi quando ha perso interesse, perché probabilmente aveva già raccontato tutto quello che voleva dire, ha tirato via il finale con uno stile decisamente sbrigativo. Ci sono progetti in cui Andrea ha messo tutto sé stesso e ce ne sono altri che ha visto come un modo per sbarcare il lunario. Va detto, però, che anche questi progetti sono stati difficilmente opere banali.
ⓢ Quanto credi che la tragicità della morte di Pazienza abbia influito sulla risonanza e sulla costruzione del personaggio che abbiamo conosciuto in questi anni?
Sicuramente fa parte di quel corredo mitologico per cui, come si dice, “chi muore giovane è caro agli dei”. Mi sembra abbastanza ovvio che abbia fatto parte della costruzione del mito di Andrea Pazienza. Detto questo, credo che raramente ci si sia imbattuti in un autore come Andrea: un autore capace in poco più di dieci anni di attività editoriale di produrre così tante opere. Opere che poi sono diventate assolutamente fondamentali per chi ama e studia il fumetto. La mostra e il catalogo che ho curato per Coconino Press sono un modo per riappacificarsi con l’aspetto mitologico di Andrea. Quando ho scritto Fumetti di evasione, ho cercato con tutte le mie forze di concentrarmi solo sulla sua opera, quasi evitando qualunque tipo di riferimento biografico. L’aura del mito era troppo forte per non rischiare di influire su una lettura critica delle opere. E il mio libro è stato un tentativo di ripercorrere l’attività di Andrea unicamente attraverso la disamina critica dei suoi fumetti, provando a sorvolare sugli aspetti che erano stati già affrontati precedentemente negli altri libri.
ⓢ Perché?
Andrea era bello, aitante, intellettualmente vigoroso, culturalmente consapevole e divertentissimo. E sono cose che, ovviamente, fanno di per sé narrazione. E invece il mio tentativo è sempre stato quello di concentrarmi sulle opere, anche quando ho curato insieme a Giovanni Ferrara Tutto Pazienza, la collana pubblicata da La Repubblica. Se vedi, ci sono diciannove volumi che si occupano esclusivamente dell’attività artistica di Andrea. Giusto nel ventesimo volume c’è una raccolta di scritti e fotografie. Sono più di trent’anni che mi occupo di Andrea Pazienza, e fino a queste due mostre dell’Aquila e di Roma ho evitato con tutte le mie forze di relazionarmi con la persona Pazienza.
ⓢ E ora?
E ora, avendo curato queste due mostre insieme a Giulia Ferracci, che invece ha avuto un forte attaccamento per la persona oltre l’artista, ho voluto concedere spazio anche a questo aspetto. Quindi è stata una prima volta per me. Ho provato a far capire che l’uomo, a suo modo, fa parte dell’opera artistica.
ⓢ Tu per quale motivo hai cominciato a occuparti di Andrea Pazienza?
Ho iniziato a scrivere di fumetti quando avevo 17 anni, per una rivista che si chiama Fumo di China, che è in attività ancora oggi e che è l’organo storico di informazione e critica sul fumetto in questo Paese. E ho iniziato occupandomi dei fumetti che a quel tempo mi stavano a cuore: dai supereroi ai personaggi Bonelli. Visto che non c’era molto spazio per questo tipo di recensioni, Michele Masiero, che lavorava insieme a Franco Spiritelli a Fumo di China, mi ha suggerito di occuparmi delle riviste d’autore. Mi sono ritrovato in un mondo completamente alieno per me, tra storie e autori che non conoscevo per niente. Una di queste riviste era Comic Art, e così, a 17 anni, per la prima volta, mi sono imbattuto nei fumetti di Andrea Pazienza.
ⓢ Qual è stata la prima cosa che hai letto di Pazienza?
Storiella bianca, un racconto abbastanza insignificante di Zanardi, che mi aveva quasi indispettito per quelli che erano i miei canoni del tempo. Di mese in mese, però, sono state pubblicate altre storie. E quando ho recuperato Pompeo, sono rimasto completamente sconvolto. La nostra frequentazione, diciamo così, è continuata tra alti e bassi. Poi il 15 giugno 1988 Andrea è morto di overdose. La stessa notte in cui io ho compiuto 18 anni. E la stessa notte in cui io e Andrea saremmo dovuti essere nello stesso posto.
ⓢ Dove?
Ero andato a un concerto di Bruce Springsteen, allo Stadio Olimpico, per festeggiare il mio compleanno. E anni dopo ho saputo che anche Andrea sarebbe dovuto andarci. Non so se queste coincidenze abbiano in qualche modo influito sulle mie scelte, e non se nemmeno se abbia influito il fatto che mia figlia sia nata tra la notte del 15 e quella del 16 giugno (quando è morto Pazienza, ndr). Sono tutte coincidenze strane. Ma Andrea Pazienza ha sempre avuto una serie di coincidenze strane con le persone che lo hanno frequentato o su cui ha avuto un’influenza.
ⓢ Su di te che influenza ha avuto?
Mi ricordo quando ho letto Giallo scolastico e ho ripensato a tutto quello che sapevo sul fumetto. E ricordo tutte le stanze, come direbbe Andrea, che mi ha aperto leggere Pentothal. Ognuna di quelle tavole mi portava in una direzione che mi interessava e che mi spingeva ad approfondire altri argomenti. Pazienza è andato di pari passo, insomma, con la mia passione per il cinema e la mia curiosità per la politica. Ma anche con l’arte, la narrativa e i grandi autori. Mi ha aiutato come il fratello maggiore che non ho mai avuto: mi ha fatto conoscere una serie di temi che, altrimenti, avrei rischiato di ignorare.
ⓢ Qual è la lezione più importante di Pazienza?
Al di là di quello che ti dicevo prima, credo la lezione più importante di Andrea sia stato il suo approccio al racconto di una storia. Un approccio che Andrea descriveva dicendo «mettere i visceri sul tavolo». Significa aprirsi senza filtri, senza vergogna, con una sincerità quasi autolesionista al lettore. È stato il primo a insegnare quella lezione, ed è stata una lezione che ha cambiato per sempre il fumetto e a cui le persone sono arrivate o leggendo lui o recuperando altri autori. Penso a Gipi, che forse è l’autore che ha raccolto di più e meglio l’insegnamento di Andrea, anche se poi ha trovato una sua strada personale. Gipi ha capito da Andrea come fare un fumetto in maniera valida e consapevole, e poi ha deciso di restituire la stessa cosa attraverso i suoi fumetti. Gipi, a sua volta, è stato letto da altri autori. Il primo che mi viene in mente è Zerocalcare. Michele ha sempre ripetuto di non aver letto Pazienza, ma Pazienza, in qualche modo, gli è arrivato grazie a Gipi, che invece ha letto e apprezzato profondamente.
ⓢ C’è il rischio di perdere questa lezione?
Io vedo delle tracce di Andrea continuamente, e le vedo sia in autori più o meno affermati sia in autori giovanissimi, che si affacciano al mondo del fumetto per la prima volta in contesti completamente underground. Poco tempo fa, ho letto un fumetto che ha pubblicato Momo Edizioni, che si chiama Welcome Home e che è firmato da due giovani esordienti, Blanche e Clarrie Pope. Raccontano la loro esperienza in uno squat di Londra e a un certo punto sono rimasto sorpreso perché è citata una tavola abbastanza celebre di Pentothal. Poi l’altro giorno, scrollando il telefono, sono incappato in un paio di vignette divertenti di Alessio Spataro che mi hanno ricordato tantissimo le vignette di Pazienza. Ma penso anche al trio protagonista di Moti celesti di Michele Peroncini, che rievoca un altro celebre terzetto, o alla ricerca linguistica nei dialoghi che fa Daniele Kong in Bestie in fuga.
ⓢ Che cosa hai capito?
Che l’eredità di Andrea non è andata persa, e che mi sento abbastanza tranquillo, almeno quando parliamo degli autori. Ho capito che non sono andate perse nemmeno questa voglia di raccontarsi senza filtri e questa intuizione sull’importanza della sincerità.
ⓢ Perché è importante la sincerità?
Perché permette di parlare al lettore senza nascondersi. Da pari a pari. E Andrea si poneva esattamente così. Nessun piedistallo. C’erano soltanto le sue storie.
