Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Transizione ecologica e transizione bellica non possono stare nella stessa fotografia. Non possono stare nello stesso piano economico, né nella stessa visione del mondo e certamente non possono stare nello stesso territorio.
Anagni e Colleferro sono due comuni a Sud di Roma: si trovano nella Valle del Sacco, in provincia di Frosinone. A lungo il destino di queste terre è stato legato alle armi e all’industria chimica. Colleferro nacque attorno alla fabbrica Bombrini Parodi-Delfino (BPD): nel 1912, uno stabilimento che ospitava uno zuccherificio si trasformò un giorno in fabbrica di polvere da sparo ed esplosivo. Col tempo si aggiunsero altre divisioni: meccanica, chimica, tessile, ma al centro restò sempre la produzione bellica, fra missili sperimentali e combustibili a base di nitroglicerina e nitrocellulosa. Nei decenni, fra esplosioni mortali e compravendite di azioni e capitale sociale, l’azienda sparse sul terreno quantità enormi di residui tossici e nel 1999 venne approvato un progetto di bonifica dalla Giunta regionale del Lazio. Intanto da BPD divenne Snia, poi Fiat Aviazione, Simmel Difesa e oggi fa capo alla holding europea KNDS.
Poco lontano, Anagni era rimasta per molto tempo una realtà fondamentalmente agricola. Poi egli anni Settanta venne inserita nei piani di industrializzazione del Lazio meridionale e nacquero i primi stabilimenti chimici e farmaceutici, fino a diventare uno dei principali distretti farmaceutici italiani. Intanto, sempre a partire dagli anni Settanta, la multinazionale statunitense Winchester produceva munizioni e armamenti, ma chiuse nei primi anni Novanta. Lo stabilimento venne poi rilevato da Simmel Difesa e adibito al disassemblaggio di munizioni, infine chiuso negli anni Novanta.
Il riarmo, visto da vicino
È qui, nell’ex stabilimento Winchester, acquistato da KNDS, che un finanziamento europeo consentirà all’azienda un ulteriore ampliamento: 11 nuovi capannoni per produrre materiale esplosivo, la nitrogelatina, derivato della nitroglicerina che si usa per produrre propellenti militari. Il finanziamento fa capo all’Act in Support of Ammunitions Production (Asap), piano da 500 milioni di euro del 2023, dunque precedente a Rearm Europe, varato con l’obiettivo di aumentare la produzione militare in sostegno all’Ucraina e agli stati europei. A farci attenzione – o forse non c’è nemmeno bisogno di fare attenzione – è lo stesso periodo in cui cominciavano ad assottigliarsi i fondi destinati invece al Green Deal. Quella di Anagni e della Valle del Sacco è una transizione al contrario. Si cercava una transizione ecologica, si avrà una transizione bellica: dunque tossica, e altamente esplosiva.
Solo poche settimane fa a Roma sfilava il corteo “No kings”, un corteo contro i re autoproclamati, contro le loro guerre e il loro riarmo. C’erano decine di migliaia di persone, centinaia di realtà fra associazioni e movimenti, era il grido contro le guerre tutte, le guerre come visione folle del mondo, e infatti era un grido che arrivava da migliaia di città degli Stati Uniti e poi da Gran Bretagna, Germania, Portogallo, a Spagna, Svizzera, Irlanda.
Questo fine settimana, domenica 19 aprile, ci sarà un altro corteo, ancora firmato No Kings, ma questa volta sarà calato in un territorio preciso, a raccontare una storia particolare, per quanto certamente simile a tante altre storie, di territori e di vite considerati sacrificabili. No Kings sarà in piazza davanti all’ex stabilimento Winchester con il collettivo Disarmiamoli e la speranza, se non di fermare il processo, almeno di rallentarlo. «Verranno prodotti 150 kg di nitrogelatina ogni ora, il rischio di esplosioni è inevitabile. Nel 2007, quando lo stabilimento era ancora Simmel, ci fu un’esplosione tremenda, morì una persona e ci furono 14 feriti: non è detto che non avvenga di nuovo. La KNDS si trova a 300 metri dall’autostrada e a 300 metri da zone residenziali. Ad Anagni non ci sono né una stazione dei vigili del fuoco né un pronto soccorso e il primo ospedale è quaranta minuti di macchina. Se succede qualcosa è un disastro, se non moriamo di tumore qui ci ammazzano le bombe» racconta Marta Morini, dell’Assemblea No War Valle del Sacco.
Storia di un avvelenamento
E qui dobbiamo fare un passo indietro e tornare al 2005, quando 25 mucche morirono dopo essersi abbeverate nel fiume Sacco. Anni di sversamenti chimici e di metalli pesanti non avevano allarmato abbastanza, il progetto di bonifica del 1999 non aveva avuto molto seguito. La zona divenne a quel punto Sito di Interesse Nazionale (SIN): si tratta di vaste aree gravemente inquinate e quindi poste all’attenzione del Ministero dell’Ambiente. Quella della Valle del Sacco è una delle più grandi d’Italia. «Da allora aspettiamo la bonifica Valle del Sacco: in questi vent’anni è stato bonificato lo 0,2 per cento del territorio. Col tempo stanno riperimetrando l’area SIN, il cui perimetro diminuisce senza che le bonifiche siano avvenute» spiega Morini.
Intanto nel 2009 sono successe altre due cose importanti. La prima è che il 27 luglio, in un giorno di aria calda e ferma, scoppiò un incendio nello stabilimento Marangoni, che si occupava lavorazione recupero di pneumatici. Bruciò un’enorme quantità di gomme e si alzò una “carbon black”: una nube, tossica e nera, che si diffuse nell’area attorno ad Anagni e fece scattare un allarme sanitario. Vennero vietati il consumo e la vendita di verdure, frutta, carne e latte locali. Per precauzione vennero abbattuti polli e altri animali da allevamento e tonnellate di prodotti vennero distrutte. Un disastro per la salute di tutti e una catastrofe per allevatori e agricoltori della zona.
Sempre nel 2009 cominciarono le indagini del Progetto Indaco: «È così che abbiamo scoperto di avere tutti nel sangue il –esaclorocicloesano (β-HCH), una molecola cancerogena e chemio-resistente derivata dalla diossina. Lo stesso principio che ha ucciso le 25 mucche, che fondamentalmente erano morte per avvelenamento da cianuro» racconta ancora Marta Morini. Indaco è un programma di indagini epidemiologiche che ha coinvolto tutta la valle e che dal 2019 dedica un progetto speciale alle donne in gravidanza perché il β-HCH rimane nell’organismo per anni, può attraversare la placenta e raggiungere il feto già prima della nascita, e poi ancora si concentra nel latte materno.
Nel 2019 è stato infatti siglato un accordo di programma fra Ministero dell’Ambiente e Regione Lazio che, con uno stanziamento di 53 milioni di euro, prevedeva un programma di messa in sicurezza del territorio, bonifica di siti industriali e una nuova fase di indagine epidemiologiche. «Ora» racconta Alessandro Coltré, attivista e giornalista che ha seguito a lungo la vicenda «il tema è che la Regione Lazio di recente ha firmato un atto integrativo con il Ministro della Sicurezza Energetica che di fatto cancella i termini per completare gli interventi di bonifica. Non ci sono nuovi impegni, nuove scadenze, non ci sono impegni finanziari sul bilancio regionale. Nel 2021 Cingolani aveva poi firmato un’integrazione all’accordo di programma che di fatto ha modificato le scadenza degli interventi e ha anche aggiunto risorse finanziare, nello specifico circa 10 milioni di euro dal fondo sviluppo e coesione e anche grazie a questa integrazione è nata la possibilità di iniziare l’indagine epidemiologica sui nuovi nati». Come tutti questi finanziamenti siano stati spesi, al netto del progetto Indaco e della bonifica dello 0,2 per cento del territorio, al momento resta una domanda aperta.
No kings
E così arriviamo a oggi, all’intera popolazione della Valle del Sacco con una storia triste e faticosa di tumori in famiglia, produzioni inquinanti e sversamenti illegali di liquami tossici nel fiume Sacco, (l’ultimo, racconta Marta, la settimana scorsa), e a questa promessa durata vent’anni di bonifiche mai arrivate. E ora questi 11 nuovi capannoni della KNDS, che ad Anagni porteranno ben 25 posti di lavoro perché ormai è tutto automatizzato, mentre a Colleferro l’azienda sta assumendo e tiene vivo il ricatto, vecchio come il capitalismo, fra salute e lavoro. Bob Dylan a questo punto canterebbe «now is the time for your tears».
L’attesa infinita e poi gli 11 capannoni potenzialmente esplosivi, i 25 posti di lavoro, un territorio sacrificato da decenni. E poi munizioni che viaggiano per il mondo, a stravolgere altre vite. Sul suo profilo Linkedin la KNDS vanta «vendite in oltre 50 Paesi in tutto il mondo e una leadership riconosciuta nel settore delle munizioni navali». E raramente come in questi ultimi tre anni abbiamo avuto a disposizione così tante immagini di che cos’è una guerra e di cosa fanno quelle bombe e munizioni.
Intanto a inizio marzo c’è stata una prima Conferenza Servizi in cui l’azienda presenta alla regione Lazio la documentazione e le garanzie dovute. Una Conferenza Servizi è una procedura che riunisce in un’unica sede più amministrazioni per valutare insieme progetti complessi riducendo la burocrazia, e già ci sarebbe da chiedersi se per il progetto di una fabbrica di esplosivo sia il caso di accorciare i tempi. Per il momento il Lazio ha ritenuto il materiale insufficiente e nelle prossime settimane ce ne sarà un’altra. I collettivi e comitati cittadini sperano nella partecipazione delle amministrazioni locali, che per il momento si disinteressano della cosa. Ma mentre aspettano si mobilitano: sabato in piazza ad Anagni, per parlare con cittadini e metterli al corrente dei rischi e per raccontare loro come la deriva bellica europea si stia abbattendo direttamente, e nuovamente, sulle loro vite. E domenica il corteo più grande con No Kings, perché questa storia ha bisogno di una cassa di risonanza nazionale, forse europea. Forse in Europa avremmo bisogno di un’opinione pubblica comune che possa osservare da vicino la ricaduta sui territori di questi piani, Asap prima, Rearm Europe dopo, e vedere che la transizione bellica è una transizione al contrario. Alla bonifica si sostituisce un nuovo avvelenamento, i fondi che prima si pensava di usare per ripristinare la biodiversità, sviluppare le rinnovabili e riconvertire le industrie inquinanti, si spostano e vanno a finanziare industrie inquinanti ed esplosive nuove di zecca, che ridurranno la biodiversità, avveleneranno l’acqua, l’aria, i corpi, i figli.
Ma c’è un aspetto, che forse è ancora più profondo. Ripristinare, elettrificare, riconvertire: sono tutti movimenti di redistribuzione del lavoro, della salute, della ricchezza. Al contrario, poche attività concentrano il potere e il denaro in pochissime mani quanto quella bellica. La transizione al contrario riflette quello che sta succedendo nel mondo, in particolare in Occidente: questo lento riconsegnare potere e ricchezza nelle mani degli oligarchi del tech, del petrolio e della difesa, con le conseguenze che conosciamo.
Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata su Nature Communications: meno del 15 per cento dei cittadini europei ha un accesso adeguato al verde. Nella situazione peggiore, ovviamente, ci sono i cittadini più poveri.
Questi dieci giorni di viaggio nello spazio ci hanno ricordato perché l'essere umano da sempre tende verso il cielo: perché da lì le miserie e le macerie della Terra non si vedono e l'illusione dell'unità umana diventa verità.
